LA POESIA MENTRE SI FA

Il Consiglio di Zona 2
COMMISSIONE CULTURA
nell’ambito della rassegna
“Dietro il testo”
- il lavoro della poesia -

organizza
Venerdì 12/2/2010 – h. 18.00
Auditorium Ex Chiesetta del Trotter

LA POESIA MENTRE SI FA
a cura di
Luigi Cannillo

leggeranno propri testi inediti
Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Angelo Lumelli

- INGRESSO GRATUITO -

la presidente dell’Associazione
Casa della Poesia al Trotter
Giusi Busceti

La Presidente della Commissione Cultura
del Consiglio di Zona 2
Roberta CAPOTOSTI

L’ingresso principale del parco Trotter è in Via Giacosa, 46 – Milano – M1 Rovereto
Con una passeggiata di due minuti tra gli alberi sul viale di sinistra, si avvista il campanile della Ex Chiesetta
Sarà sempre aperta l’entrata di Via A. Mosso, 7 (Angolo Via Padova)

RADICI DELLE ISOLE, presentazione a Milano

SAGGI DELLA COLLANA SGUARDI
Secondo appuntamento

Mercoledì 10 febbraio 2010
ore 18,oo

libreria EQUILIBRI
via Farneti, 11 – 20129 Milano

(MM1 Lima o Loreto, Bus 90-01; 92)

Presentazione del libro
RADICI DELLE ISOLE
I libri in forma di racconto

di Sebastiano Aglieco
edizioni La Vita Felice 2009- Collana SGUARDI

Presenta
Ottavio Rossani

Dialogano con l’autore:
Gabriela Fantato, Luigi Cannillo, Corrado Bagnoli

Leggono i poeti:
Giusi Busceti, Livia Candiani, Aky Vetere, Alessandra Paganardi, Filippo Ravizza, Lorenzo Gattoni, Mauro Germani

*

Buttare all’aria tutti gli strumenti e ricominciare dalle mani, da un fare minimo e potente che ci obblighi a scorticarci, a fiutare il pericolo del lupo. Stanare i poeti dalle università, dalle scuole, dai maledetti salotti e restituirli a un panorama, all’odore aspro e alla fatica dell’incisione. Chiudere i salotti, i festival, i premi, diventare totalmente umili, innocui, dichiarati e nudi. Imparare ad abbracciare anche le parole non nostre. Amare prendendo schiaffi, sputare contro la propria parola finché si secchi sulla carta diventando pietra, cenere. Sangue secco. Costruirsi il luogo oscuro in cui ci rintaniamo con gli occhi bendati e dimentichiamo tutti i fratelli, i nemici, le stesse parole che ci hanno stregato, obbligato. Non appartenere a nessuno, ogni tanto. Tornare ad essere quel niente che eravamo prima delle nostre parole bucate. Soccombere al dolore dell’angelo, o alla sua luce. Gridare per amore; imparare ad essere ciò che non siamo; amare totalmente o scomparire. (da Radici delle isole)

DUE LETTERE APERTE DA “ALI”: Lettera n. 1

Sull’ultimo numero di ALI, rivista d’arte, letteratura e idee, diretta da Gian Ruggero Manzoni, escono due lettere aperte che sollevano importanti questioni: una di Giuliano Ladolfi, l’altra di Salvatore Della Capa. Rispondo a Salvatore Della Capa, qui.

*

Si sfoga il giovane Salvatore Della Capa.

Se la prende contro i poeti “signori che, per la loro posizione, per ciò che rappresentano e che sono, si trovano a essere punti di riferimento (anche se in una geografia definita) e non sono in grado di farlo, oppure non vogliono farlo perché, molto spesso sono impegnati nel troppo guardarsi allo specchio, nel rimirarsi l’ombelico e nel mostrare agli amici i trofei conquistati, di cui sono in grado di parlare anche per ore”.

Fa nomi, come si dovrebbe fare quando si fanno rimbrotti – in genere i nomi non si fanno perché poi…insomma…non si sa mai… – .

Elenca i mali più diffusi dell’ambientino – o del carrozzone, a seconda dei punti di vista – : riflessioni che prima o poi i poeti alle prime armi sono costretti a farsi, una volta che hanno cominciato ad avere sentore dei guai nei quali si sono andati a cacciare scrivendo.
Tra le altre cose di cui Della Capa si lamenta – tutte giuste, tutte sacrosante – ci sono i compiti che dovrebbero appartenere alla poesia: passione, onestà, comunicazione, condivisione; apertura insomma. Per approdare infine a dire che non esistono più maestri capaci non solo di scrivere ma di ascoltare, soprattutto…

E questo è il vero punto della questione: il passaggio del bagaglio a mano che permette di andare avanti; passaggio umano, s’intende, culturale, non di bella letteratura e basta. Questo avviene di rado, si potrebbe sostenere in un moto di sconforto e di rabbia, ma non è così.
I maestri ci sono, ci sono caro Salvatore. Probabilmente l’allievo, in un deserto di non senso, non sa riconoscerli. Un vero allievo sa rimanere pazientemente in questo stato di solitudine e malinconia capace di nutrire la sua ingenuità e la sua buona fede. Al poeta arrivista non gliene frega un cazzo di avere maestri, buoni o cattivi che siano. Lui aspira a diventare il gingillo di qualcuno per umano e comprensibilissimo stato delle cose.

Caro Salvatore, ho pubblicato il mio primo libretto a 24 anni. Poi un silenzio di dieci anni. Non perché non avessi testi da pubblicare, ne ho un armadio pieno! ma perché queste scenette di ragazzuoli che corteggiano i cosiddetti maestri non le ho digerite fin dall’inizio. Anch’io ho cercato, sedotto minimamente, s’intende. Cercato padri, complicità, ma il gioco è durato poco. Come maestro ho scelto il silenzio, la vita, i bambini. E poi fratelli a distanza nelle parole, vicinissimi nelle cose da fare nella vita. Senza più maestri e senza letteratura, mi sono ritrovato a scrivere a un certo punto. Non ho chiesto ma ho dato; la parola l’ho nutrita con questo sguardo aperto sul mondo, con la consapevolezza che la parola non è il mondo ma il suo specchio.

Maestri di parole ne ho avuto pochissimi, anche perché poi, con i maestri, bisogna fare duramente i conti. Col tempo mi sono cercato dei fratelli, piuttosto. A volte sono stato scelto come fratello per istinto. La poesia ancora mi appassiona, i poeti meno. Cerco l’uomo nei poeti, l’amico, il lettore sensibile, l’uomo aperto, coraggioso e libero. Nella poesia cerco una voce che, come una polla d’acqua, libera sgorga senza secondi fini e tutti disseta, tra l’inizio e la fine dei tempi. Nel poeta vedo l’uomo, con tutte le sue altezze, i suoi abissi, le sue vastità insondabili, le sue superfici scontate.

Chi sceglie di non accodarsi al carrozzone, caro Salvatore, si mette nel destino della propria libertà e della propria parola libera. Una carriera in meno, chi se ne importa.

Sebastiano Aglieco

A WILLIAM, DAL SUO PAPA’

BENVENUTO!

Caro Roberto, auguri per una emozione che, immagino, sia incomunicabile. Un altro acquario vedo, dalla data, un altro uomo del futuro. Un altro uomo un po’ matto ma leale fino alle ossa! Buona avventura, con affetto

Sebastiano

william nel giorno della memoria

william fu il segnale di nuove vite
fu l’immenso che si scatena dentro il sole
acerbo dei nostri orizzonti —

l’ho visto prorompere in un pianto
sedato solo da un giro veloce di culla

william ebbe a dire una preghiera appena uscito
per tutti quelli ancora stretti nei rifugi
o abbandonati alle rovine della storia —

ho visto le sue mani stringere l’aria
palpare l’immenso vuoto che ci circonda

william guarda in quel vuoto
tra bagliori di fiamma e veri angeli velati d’oro

per un attimo sorride
poi mette il cruccio e si gonfia paonazzo

william vuole un altro giro di culla
la danza del grembo e il moto del piede —
vuole già ora senza conoscere nulla

solo astri amniotici di universi galleggianti
solo suoni attutiti in qualche brusco risveglio

william agita un piede e se la spassa —
come la rana vuole il salto nello stagno antico
nel folto del bosco incantato

già dimentico di un penoso abbandono
del suo primo ovattato rifugio

william adesso è il segnale — isola nel mare immenso
dispersa tra le mille e mille

che l’onda senza fine tra loro tiene unite
che il gabbiano solitario viene a turno a visitare

william adesso è il segnale e il risveglio

27 gennaio 2010

Roberto Cogo

da TEREZIN

Giorgio Celiberti, ESILIO E ANIMA, Venezia, museo degli ebrei

Terezin è il luogo più crudele.
Dove le farfalle non si fermano e una macchia gialla è pura opulenza.
I muri sgretolati, incisi.
Tracce di parole, sangue seccato, frammenti di storie; il pittore riscolpisce questi muri sulle tele, appesantite da strati di intonaco e poi graffiate come legno; segni e parole che si affastellano nella memoria, a mucchi, a brani: cuori rossi di sangue e neri di disperazione.
Frecce.
Una farfalla, nera, come intrecciata di fili.
Pittura dopo un viaggio, a Terezin.
Un video ci mostra una stanza vuota con un lavandino rimasto attaccato alla parete, una sfilza di bagni, come vuoti dell’anima dipinti da Bacon, eppure reali, superstiti della sparizione, di una metafisica dell’anima che rimane vuota di senso.
E dunque pittura realissima, per descrivere ciò che non si può descrivere se non per ricostruzione, ri/creazione, carica del senso che gli umani hanno da dare all’insensato.
http://moked.it/veneziaebraica/

Sebastiano Aglieco

Luca Benassi, l’onore della polvere

Luca Benassi, L’ONORE DELLA POLVERE, puntoacapo 2009

Si apre, questo libro di Luca Benassi, con un poemetto emozionante dedicato alla nascita di un bambino. Ci si potrebbe fermare qui, a queste 6 ecografie scritte in nome del battito di un cuoricino che si affaccia alla vita e che subito sconvolge padri e madri e riempie di nostalgia chi avrebbe voluto avere dei figli e la vita non lo ha permesso.
Soprattutto l’urgenza di questo sguardo – urgenza, un tema che ultimamente mi appare sempre più necessario – piega le parole al duro lavoro di ogni vera arte: la nostra sopravvivenza.
In questo libro c’è durezza e grazia, privato e sociale. Ma anche grido, invettiva, rabbia. L’onore della polvere è quella riservata ai poeti in versi durissimi:

a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.
p. 36

Letteralmente, perché la casa di ogni poesia è veramente la polvere, il luogo più basso della terra, non certo il più vile. Così acquistano più senso le parole dell’inizio: “un puntino era ancora nostro figlio”, p. 7.
“Ed è già nome, uomo,sentimento/questo nostro figlio”, p.9
Ed io sono in bilico sul momento
sulla linea di carne
che segna ogni convergenza sul ventre
in attesa che sia la luce
e non più il suono
a disegnare il volto.
p. 11

Che potrebbe essere anche la descrizione della nascita delle parole; se non fosse che, le parole, mai sono naturali, mai hanno l’innocenza e l’ineluttabilità dell’apparizione di un piccolo essere. E questo è il motivo del tono di invettiva che spesso sentiamo in questo libro: l’aspro richiamo al mondo, alla costruzione del mondo, ai poeti, alla loro pretesa di essere veggenti.

Hai ceduto alla lusinga dei fonemi, ai sestanti
coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri
senza ordine sugli scaffali inaccessibili.
hai disegnato la geografia e firmato accordi
per regolare il tempo del perdono.
ma la sfida di questo tempo
è una barca sullo Stige e la moneta
che paghi il silenzio di Caronte
è senza faccia e iscrizione.
p. 47

Sebastiano Aglieco

Corrado Bagnoli, una casa piccola da abitare

Poesia incisa sulla carne ferita

Per Corrado Bagnoli la poesia è una parola dura da dire ancora. Tra i più interessanti poeti della generazione dei cinquantenni, Bagnoli si è imposto sulla scena letteraria con uno stile riconoscibile che ha nella traduzione diaristica del reale la sua cifra più originale. Dopo Nel vero delle cose , il suo libro più importante, il poeta ha rarefatto il linguaggio fino a raggiungere un fare poesia che sa parlare al cuore del vivente ferito.
Su questa linea arrivano le nuove liriche di In tasca e dentro gli occhi, Clandestino –Raffaelli editore, pagine 74, euro 8. Il poeta cerca il nome delle cose che tocca. Nel freddo del tempo chiama l’uomo alla resa dei conti. C’è l’esperienza che si consuma in questi versi, in cui la fatica del vivere cerca una strada, e magari un inizio: <>.
La parola taglia l’esistenza del tempo falso che incombe, la lingua fa male e trafigge le cose. L’inventario del dare e dell’avere è tutto da redigere sotto il cielo provvisorio. Di questo Bagnoli è consapevole quando racconta il nuovo inizio che tutti attendiamo dentro l’ inferno sigillato di piombo e di scuro.
Siamo nella terra di nessuno o abbiamo ancora qualcosa in cui sperare? Il poeta sta nelle cose per mostrare con i chiodi della parola la loro carne nuda. La sua scrittura sanguina il vero : <<È dura la terra,/di polvere e anni e non ha voglia/ di aprirti le braccia,/sta sulle sue./Qualche volta ti avverte che ha/dentro un’insidia che striscia vicino,/che non c’è confidenza da dare>>.
Bagnoli ha a cuore le ragioni dell’ uomo, per questo nella sua poesia osa in maniera incondizionata lanciare una sfida alla crudeltà che strappa la vita. C’è in questi versi una forte tensione che si chiede sempre quale debba essere la traiettoria della parola. Qui la sua poesia diventa viatico per i nostri giorni malfermi. È fatta della terra che calpestiamo la sua grammatica delle emozioni, con cui il poeta s’immerge senza risparmiarsi nella mischia del disordine. Non dimenticando di essere sulla soglia come davanti ad un foglio, il poeta è stanco di morire ogni giorno. Con questi versi, scritti col cuore, Bagnoli batte un’improbabile pista di luce, ma anche una promessa mai fatta che ci fa vivere ancora.
La sua poesia ci dice che bisogna sporcarsi le mani con la vita che scorre, per dire di averne assaporato almeno un secondo.
Quella grammatica è l’unica cosa che ci portiamo dentro, ma non possiamo permetterci, al cospetto del tempo falso che abitiamo, di tenerla prigioniera nel sottosuolo delle ipocrisie.
Bisogna tirarsi dentro, esporsi per ascoltare le cose che ci parlano. Corrado Bagnoli è il poeta che auspica una lingua nuova per tornare a essere nel mondo dell’apparenza globale.
Per una lingua nuova che ci salvi, abbiamo bisogno di parole nuove da pensare e da mangiare. Questa è la prospettiva che dischiude orizzonti della poesia di Bagnoli . Il poeta nei suoi versi incide sulla carne ferita l’unica verità da condividere: conservare le tracce, tornando a lasciare impronte che diano un senso.<>.
Questa è la verità coraggiosa che i suoi versi pronunciano. Perché, se rinunciamo a chiamare le cose con il loro nome, il caos vincerà e i chiodi del dolore riempiranno sempre la scatola della vita.
Siamo finalmente davanti a un poeta che fa parlare la vita, le cose e il tempo attraverso la sincerità delle parole che si conficcano nella carne dei nostri pensieri. La verità è dire, senza mezze misure, che in fondo lo sguardo è la parola che ci manca.
Noi, la vita e le parole finalmente insieme, per essere uomini che vivono ancora. Magari portando in tasca e dentro gli occhi, una parola dura da dire ancora.
Nicola Vacca

(articolo pubblicato il 20 gennaio nella rubrica “Nel verso giusto” su Linea quotidiano)

***


Perché si legge? Darei una risposta molto semplice: per necessità. Per trovare parole che siano utili alla nostra vita, alle nostre urgenze quotidiane. Capita spesso di leggere libri che vogliono essere letti perché ci interrogano sulla loro vita segreta, perché vogliono essere attestati. Capita a volte di leggere libri che invece aspettano di essere letti perché noi abbiamo bisogno di parole che ci dicano che cosa ci sta succedendo, dove stiamo andando, quali sono i sensi dei gesti che non capiamo, che ci sopraffanno. Dove le azioni non hanno parole, lì giungono i libri, le opere d’arte, la musica. Dove le parole non hanno azioni esse sono condannate ad abitare l’altro mondo della creazione senza giustificazioni, parole serene nella loro condanna a un perfetto silenzio, sorrette dalla stampella di una critica di maniera, di alta scuola di cucina. Ora, in questo periodo della mia vita, io ho bisogno di parole che mi siano necessarie; come queste:

Adesso il nome viene su come una parola dura
da dire ancora – per tutto quello che ci hanno
buttato dentro, prima di noi e intorno – ma senza
paura, ostinata e fiera, ha occhi che stappano via
anche il tempo, le ultime cicatrici sotto neve
rimaste in alto, nei pensieri prima ancora che
là dove il freddo è cuore lento e incredulo
e si scioglie piano, scorrendo alle mani, alla lingua.
Il nome è questo amore che è passato di qui
come per caso – come se fosse possibile il caso –
il buio che si tiene dentro la sua notte di occhi
già più che una promessa appoggiata al fianco.

E’ una poesia di Corrado Bagnoli, tratta da IN TASCA E DENTRO GLI OCCHI, raccolta vincitrice dell’ultima edizione del premio clanDestino e distribuita con la rivista. Ho letto accostandomi per necessità a quel nome, e quell’amore che è passato da qui per caso, come se fosse possibile il caso. Non ho scelto; queste poesie mi si avvicinano, mi dicono che c’è “una casa piccola/da abitare che tiene insieme le stelle di paura/e l’azzurro;una custodia, un confidare semplice,/appoggiarsi a cose che non tremano, tremando. (…) perché è possibile trattenere tutto e tutto/lasciare andare dalle braccia,/dono che si spende/e che ritorna, rito che non è nostro e ci contiene”.
Capisco che il compito è questo, anche se forse non sono pronto, se la strada è lunga e bisognerà trovare parole che, nel loro abitare la superficie del presente, abbiano la forza del levare in alto il tempo tutto, tenerlo in un pugno, custodire ciò che è stato e avere il coraggio di tremare davanti a ciò che sarà. “perché è fatica/non misurare il tempo, perché quello che c’è/deve essere per sempre. Se no che cuore/abbiamo, se no che parole parla dall’inizio,/che si ripetono, che non ci lasciano mai?”

Sebastiano Aglieco

I saggi della collana “Sguardi”

SAGGI DELLA COLLANA SGUARDI
Primo appuntamento

Mercoledì 27 gennaio 2010
ore 18,oo

libreria EQUILIBRI
via Farneti, 11 – 20129 Milano
(MM1 Lima o Loreto, Bus 90-01; 92)

Presentazione del libro
SENZA RIPARO
poesia e finitezza

di Stefano Guglielmin
edizioni La Vita Felice 2009- Collana SGUARDI

Presenta
Ottavio Rossani

Dialogano con l’autore:
Gabriela Fantato, Luigi Cannillo, Corrado Bagnoli, Sebastiano Aglieco

Leggono i poeti:
Francesco Marotta, Adam Vaccaro, Paolo Donini, Fabrizio Bianchi

“A che cosa serve la poesia? Il cannone spara, la forchetta infilza, il secchio contiene, la penna scrive; e ad essa quale azione compete? Scrive Osip Mandel’štam: «La poesia è un vomere che ara e rivolge il tempo portando alla superficie i suoi strati profondi più fertili».(1) «Fertili», qui, significa ricchi di futuro, significa non ancora declinati nell’immobilità del dato. La poesia li porta in superficie, tra le sue maglie più esposte, in quel ruvido che è il testo, con tutte le sue pieghe visibili e invisibili. Essa, in questo senso, non soltanto ara e rivolta il tempo, bensì è il tempo stesso nella sua feconda imprevedibilità. È il tempo presente che, spazializzandosi nel testo, si mostra estaticamente aperto al passato e al futuro. La poesia è perciò il nostro tempo più vero perché, toccandoci con la sua pelle, ci lascia sospesi nel suo eccomi.” Da Poesia e finitezza.

Paolo Fichera, Nel crepaccio del corpo

Paolo Fichera, NEL RESPIRO, L’arcolaio 2009

Ad Arturo
nel crepaccio del corpo
che la cosa caduta ti protegga

Cos’è questa cosa caduta che si può augurare a un re nel crepaccio del corpo?
Questa caduta, innanzitutto, è nel sangue, nel battito e nel respiro. E questo re è un figlio, “figlio la sete figlio fame/figlio l’utero figlio vena danza”, p. 27.
Questa una chiave semplice, assai semplice, non del tutto adeguata a sbrogliare la matassa durissima di questo canto; perché nel testo il rapporto si rovescia nello specchio dell’essere figli, figli senza padre, col segno del destino tra le mani, custodi del doppio senso della vita e della morte, del rito del battesimo e della sepoltura.
La vita è vista come rischio e pericolo. La nascita del figlio coincide con la morte di un padre; ma anche con la responsabilità di fronte all’opera stessa, una voce custodita e ora dirompente: “si piega alla foce del respiro la fonte/si adagia al pensiero”, p. 11. Qualcosa viene e deve accettare la legge, anche se “essere non è lieve…lievi sono solo gli stronzi”, (Holan).
Il figlio dunque è accolto in questa durezza del vivere, dove il colore delle rose si mischia al sangue, il dolore senza fondo alla gioia evanescente. Il tutto è detto col tono riconoscibilissimo di Paolo, tono scuro e duro, perentorio, accorato, proprio per questo dolore necessario del nascere che a volte si stempera in canto, passaggi limpidissimi e alti incastonati come diamanti nella roccia dura.

fatti dove ha termine la notte figlio
abbandona al calice il pensiero,
fatti polpa e arti, povertà e chiarezza
di frammento, preghiera che scava,
carne che scava l’ombra del trapasso
faccio di te padre osso disteso
all’ombra del sole, alto come fusto
d’avorio cesellato da mani di vuoto,
osso eroso dalla rovente soavità
di una calma feconda.

(…)

Non poni la mano, la prendo
insegnami padre la vena
che segna il tuo seno,
pudore è fessura tra sangue e dolore,
lento fruscio che la carità brucia

p.13

Poi ci sono le sequele dedicate alla sepoltura del padre, perché il libro è costituito tutto in questo doppio che siamo: essere e dare, vivere e morire, per ricavare dall’offerta della morte il compito del vivere. Bellissimo l’utilizzo del termine “scarnato” laddove dal corpo del padre si ricava la linfa che rigenera e feconda.

vecchio padre, fiamma, osso
fiamma rigoglio dorato neve
di vita in morte, varco smosso
che la preghiera intona, carsico
padre, germoglio ramato ora
oro organo oro respiro oro

(…)

ti prendo la mano che non mi dai
mano scarna
cosa dirò al figlio embrione
che ricompone le sue ossa, le tue,
nel grembo sazio della madre?

p.17

pensiero alla morte pensiero e morte
le stringhe allacciate le scarpe
che ti infilo, guido e tu al fianco
preparo il tuo pranzo, ti rifaccio
il letto, posiziono il cuscino bene
ti stringo il braccio, ti porto io
ti difendo dagli occhi dell’Altro

p.18

figlio mio, soave vigore,
battito di vagito
figlio mio, padre mio
non morte né vita
flusso che nel flusso resta

p. 20

il corpo bruciato, l’alito
sigilla la croce
alto il fumo erode

stanza 4
reparto B3,
tumulo di fossa 710
31-5-1939
ora 7-9-2007

altri non hanno corpo

sono fisso nel segno
e non sento dolore

p. 22

caro padre, la tua mano,
la vita tessuta come l’incanto
lo sguardo alto, il cielo alto
e quieto, l’armonia del ferro
padre mio, mio compagno

i passi della vita
sono gli stessi della morte

padre mio, la musica, l’armonia

le note le ali, la vela nera
della barca che mai ha solcato

ti chiudo gli occhi
ora che il nervo
premuto a premere

ora che il nervo premuto
non preme
e gli occhi danno alla lingua
il seme

vagina e lacrima
il seme umido

il cuore germe di mio figlio

p. 25

Libro densissimo, dicevo, drammatico, costruito con le scorie incandescenti del primo dare, del primo precipitarsi della scrittura per necessità; ma anche per consapevolezza di un proprio modo di sentire il compito della poesia:
“non vi è oscurità nell’inespresso ma solo aria e fedeltà. l’indicibilità calpesta l’identità se l’identità non si lascia frantumare: non ottenere, non volere”
p. 50

Sebastiano Aglieco

Che possiamo fare noi, qui, se non respirare?

Haiti

La terra trema su quel poco
che hanno gli ultimi della terra.
In poco più di un minuto
l’inferno si scatena
e dove già si viveva di nulla
arrivano le macerie a condannare
per sempre chi ogni giorno
sopravvive nell’apocalisse della miseria.
Perché il Dio del Creato
distrugge ogni cosa
dove invece dovrebbe arrivare
la sua misericordia?
Qualche malpensante sostiene
che Egli sia l’alleato fedele del male.

Nicola Vacca

la foto è tratta da Virgilio

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