NELLA STORIA, un commento di Antonella Pizzo
Da: Sebastiano Aglieco, Nella Storia. Poema per una terra, Cagliari, Aìsara Edizioni, 2009.
Di questo libricino che porto in borsa da molti giorni e che tengo accanto a me da qualche tempo, mi impressiona prima di ogni cosa l’immagine di copertina (di Marina Girardi). L’immagine rappresenta un uomo anziano e curvo, un lavoratore, un artigiano che indossa una gonna, o meglio un camice da lavoro, un grembiule, un camiciotto color terra. Quest’uomo ha nelle mani un coltello con il quale taglia qualcosa che sembra un pane ma che ha il colore delle zolle di terra. Incide dunque l’uomo, lascia un segno, il coltello può essere anche un aratro che traccia un solco. La terra sembra arida ma l’uomo è concentrato e molto sicuro di sé, sa che il suo lavoro prima o poi porterà dei frutti, non andrà perso, che sia parola-segno , che sia parola-seme, a qualcosa porterà.
La raccolta inizia con il Poema per una terra, la terra in questione è la terra d’origine di Aglieco, la Sicilia, ma potrebbe essere la terra d’origine di ciascuno di noi. Ognuno di noi “ha” dei volti dimenticati, sono volti che non vediamo più, che crediamo di aver dimenticato ma sono sempre contenuti dentro noi, ci sono nomi che abbiamo pronunciato nel passato e che ora non pronunciamo più, ma nulla si perde e l’appartenenza resta. E’ questo secondo me il senso di questa prima parte della raccolta, una appartenenza che forse è inganno “Ingannati solo/dall’essere appartenuti/a un fazzoletto di sangue” che forse è diaspora voluta ma dolente “una pietà sottratta, una diaspora/ma so che giungerei in questa piazza/in questo reliquiario di Sicilia/dove niente cambia” e ancora “ A voi ho chiesto la diaspora/un’esclusione senza remore e/senza conforto” .
Continua la raccolta con “Oriente prossimo venturo” poesie che, come dice lo stesso autore nelle note: “sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoglavia … il poemetto descrive mentalmente scene di quella tragedia” E di poesie tragiche infatti si tratta, del dolore e del sangue versato, dei fratelli uccisi e di bambini trucidati come agnelli. E se l’appartenenza ad una terra matrigna, immutabile come la Sicilia non è stata capace di trattenere i propri figli costringendoli alla diaspora, se è stata causa di una nostalgia quasi di dolore malinconico sembra, tutto sommato, contenibile; qui, invece, è assolutamente una vergogna “io mi vergogno/d’essere appartenuto a questa razza” ed è incontenibile, come è incontenibile la visone degli orrori della guerra “E se tu eri la mia donna/adesso sei un ginepraio funesto/ e i miei occhi non ti possono contenere”.
C’è la terra e c’è la storia, e siamo tutti “Nella storia”, che è anche il titolo della terza parte della raccolta e soprattutto è il titolo dell’intera raccolta.
Alla storia tutti apparteniamo, e alla parola.
Sì, eccomi sono qui, e il sì deve essere incondizionato.
“Chi dice sì alla storia deve accettare un taglio/un andare e venire”
La storia è la parola, il senso d’appartenenza che prima non mi era chiaro ora forse mi si apre.
Appartenere è sradicarsi, è togliere, dire sì alla storia è dire sì alla poesia.
Voce, fratello mio concluso
appartenere è sradicarsi
togliere fino a vederti
lasciarti respirare in una bocca
E’ la poesia e qui di poesia si parla, quella di Aglieco in particolare che turba per la profondità e la leggerezza come quando la terra è rivoltata e le zolle prendono aria e camminando ci affondano i piedi dentro, ma non ci sporchiamo, anche se la terra è ricca di humus che si è formato in secoli e secoli da materiale vivo andato in decomposizione, è soffice, è pulita, è sincera, è vera, è viva, come i suoi versi, cedevoli, sussurrati, mai fuori le righe, mai gridati, sempre composti.
Cito per completezza e notizia le ultime due sezioni della raccolta: “Luce bassa” e Verso voi” , composte rispettivamente da 10 e 6 poesie. Volti, bambini, mani, poesie, visoni, letteratura, case, paesaggi, sogni, valigie, caramelle, stanze vuote, attese, fotogrammi, epigrammi, voci…preghiere, fratelli, fratello, fratellanza…
La poesia di Aglieco è così intrisa di immagini, di luoghi, di cose, di persone, di senso e significato che è impossibile “contenerla” in uno spazio angusto come questa pagina, e mi è impossibile dirvene compiutamente perché ogni pagina, ogni verso meriterebbe una riflessione, mi limito quindi a invitarvi alla lettura.
antonella pizzo
DELLEALI, LEGGII SENSIBILI
6 VENERDÌ – 7 SABATO – 8 DOMENICA
associazione culturale delleAli
nell’ambito di TEXTURA
con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Fondazione Cariplo
CONTAMINAZIONI 0910
rassegna di teatro di ricerca
delleAli
LEGGII SENSIBILI
una mostra, un’installazione, un’esposizione … una performance
la voce del corpo Antonello Cassinotti
i corpi della voce Marina Rossi, Rosita Mariani, Cristina Negro e …
6 venerdì 17.00/21.00 apertura mostra / ore 18.30 inaugurazione con performance
7 sabato 10.00/13.00 – 15.00/22.00 apertura mostra / 17.00 e 21.00 performance
8 domenica 10.00/13.00 – 15.00/19.00 apertura mostra / 17.00 performance
Villa Sottocasa, via Vittorio Emanuele 53
ingresso libero
info: promo@delleali.it – www.delleali.it
BANDO DI CONCORSO
“POETI E SCRITTORI IN LOMBARDIA – 50&PIU’ FENACOM PER LA CULTURA”
Art.1 – L’associazione Fenacom 50Πù’ Fenacom Milano, bandisce la Prima edizione del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura”. Il Premio è riservato a coloro che abbiano compiuto 50 anni di età e risiedano sul territorio della Regione Lombardia.
Art.2 – Il Premio, per quanto attiene alla sezione “poesia” è destinato a una lirica inedita, in lingua italiana, di non oltre 40 versi, senza vincolo di tema o di forma metrica. Il Premio, per quanto attiene alla sezione “prosa” è destinato ad un elaborato inedito, in lingua italiana, di non oltre 5600 (cinquemilaseicento) battute in corpo 14, spazi inclusi. Il Premio prevede per ciascuna sezione un primo, un secondo e un terzo classificato. Non sono previsti vincitori ex aequo. Al primo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al primo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Art.3 – Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione poesia, cinque copie della propria lirica, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6. Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione prosa, cinque copie del proprio elaborato, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6
Art.4 – Non si accettano lavori scritti a mano o inviati via e-mail.
Art.5 – Gli elaborati pervenuti non saranno restituiti.
Art.6 – Unitamente alle opere, ogni concorrente, tanto della sezione poesia quanto della sezione prosa, dovrà allegare su foglio a parte la seguente dichiarazione firmata: “Dichiaro che gli elaborati da me presentati al Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura” sono frutto della mia creazione personale, inediti, non premiati ad altri concorsi. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge”.
Art.7 Gli elaborati di entrambe le sezioni dovranno pervenire entro il 10 dicembre 2009 (farà fede la data del timbro postale) al seguente indirizzo: “Poeti e Scrittori in Lombardia , Ufficio Stampa dell’Unione del Commercio –Segreteria del Premio, Corso Venezia 47/49 20121 Milano, (telefono 027750222).
Art.8 – Le decisioni della Giuria del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura”, composta da Filippo Ravizza (presidente), Sebastiano Aglieco, Mauro Germani, sono inappellabili.
Art.9 – La premiazione avverrà nel corso di una manifestazione che si svolgerà presso l’Unione del Commercio di Milano e Provincia, in Corso Venezia 47/49, il giorno 25 del mese di gennaio dell’anno 2010 alle ore 16, alla quale saranno invitati tutti i partecipanti al concorso, nonché tutti coloro che, amici e/o familiari dei concorrenti, vorranno essere presenti.
Art.10 – Le sei opere complessivamente vincitrici nelle due sezioni poesia e prosa, verranno pubblicate nell’ambito di un ampio servizio sul premio sulla rivista 50Πù.
Art.11 – L’adesione al premio è gratuita e implica l’accettazione di tutte le norme contenute nel presente regolamento.
PER FABIO FRANZIN E I SUOI OPERAI
Fabio Franzin, FABRICA, Atelier 2009
Non ho avuto un padre operaio. Mio padre, i miei zii, quasi tutti gli abitanti del mio paese, erano braccianti agricoli: termine palese, per dire delle braccia e di ciò che è loro richiesto.
Così la mia infanzia e la mia adolescenza sono state costellate dalla ricorrenza di un lavoro che si trovava ai tempi del raccolto e della semina, quando i padroni, piccoli o grandi, spesso si rivolgevano alla piazza piuttosto che agli uffici di collocamento.
I ragazzi che “non volevano” la scuola andavano a bottega, assai spesso si facevano garzoni per imparare la dura arte del muratore e del meccanico. Già da piccoli, appena prima o appena dopo la terza media.
Poi c’era la strada del profondo Nord, la piccola e scomoda carriera militare, la malinconia e la reverie dei treni, l’invidia per chi se ne andava, per chi era riuscito a tracciarsi l’idea di un possibile futuro.
Nello sfondo del paese: la parrocchia e il circolo degli operai, la malinconia di chi restava col sentimento dell’inutilità, e la caparbietà di chi proseguiva e si anneriva con dignità nelle campagne, o con rassegnazione, sulle panchine della piazza, a montare e smontare motorini, a esibire piccole e grandi libertà, piccole e grandi idee di una rivoluzione impossibile e idealizzata.
Gli operai erano lontani, a Gela, ad Augusta, alla Sincat. Quelli erano i privilegiati, possessori di posti fissi ottenuti chissà come, tolti alla campagna e perfino all’handicap mentale della pastorizia e del piccolo crimine. E infine l’aspirazione a un posto fisso, negli uffici pubblici: un sogno al quale si poteva accedere solo attraverso una raccomandazione. Le raccomandazioni c’erano veramente, e palesi, altro che frottole!
Non ho respirato, da ragazzo, l’odore delle grandi lotte sociali. Le lotte operaie c’erano già state, ad Avola; i braccianti avevano alzato la voce, avevano preso le botte. E poi si diceva che i comunisti adocchiassero gli adolescenti, si diceva che li strumentalizzassero. I tazzibbau al circolo degli operai li ho preparati anch’io, in un breve periodo della mia vita da adolescente, un anno in cui la ricerca di un pensiero proprio venne scambiato per inutile idealismo. “Ma chi te lo fa fare, lascia perdere, pensa alla tua vita! Non farti nemici. Prima o poi avrai bisogno anche tu…”
Seguì la fuga nel profondo Nord, più immaginato che reale. Lasciavo un luogo che non è cambiato: il circolo del partito comunista simile a un ritrovo di vecchietti; la parrocchia; discorsi impegnati sulle panchine della piazza, voglia di fuga, strazio adolescenziale.
Gli operai erano ad Augusta, a Priolo, a Gela. Non li vedevamo. Li leggevamo sui giornali, soprattutto quando scoppiava qualche cisterna e i fumi arrivavano a Siracusa, e si diceva di malattie, di metamorfosi del corpo. Noi sapevamo, piuttosto, della fatica della campagna, del sole che bruciava la schiena, della vergogna di non sentirsi all’altezza delle donne che entravano nelle serre a quaranta gradi e ne uscivano come madonne straziate da un calvario, nere come carbone. Questo dolore, questo peso della vita, questa grande dignità, me li ricordo. Sono valori che ho avuto la fortuna di respirare. Ero studente con le mani nella terra – un rapporto che ho sempre mantenuto ancora ora – il dolore di sentirsi fuori dal tempo circolare delle stagioni, di abitare una consapevolezza lontana e crudele, lontana dalla Comunità.
Gli operai sono sempre rimasti in un orizzonte culturale, piuttosto che nella vicinanza del capire.
Dico questo per un fatto molto semplice:
per parlare del dolore bisogna aver provato dolore
per parlare della lotta bisogna aver lottato
per parlare della rabbia bisogna essere stati arrabbiati
per parlare degli operai bisogna essere o essere stati operai.
Io non potrei. Non mi permetterei.
L’operaio poeta Fabio Franzin, operaio per necessità di sopravvivenza, parla da dentro per testimonianza, ma anche per necessità. Lui lo può fare, i poeti che fanno la cronaca no. Per questa necessità le sue parole trovano un ritmo naturale, una cadenza che non ha niente di manieristico e che ci fa ascoltare il racconto, ci fa vedere le immagini degli interni; al principio con una forte connotazione sinestetica, poi col cipiglio della polemica, necessaria polemica, e della sconfitta.
Chi è passato a Sesto Marelli, tutte le mattine, per anni, e ha assistito allo smantellamento delle grandi acciaierie, fino alla creazione dei centri commerciali della modernità e dei casermoni lussuosi per ricchi, forse ha provato, come me, l’impressione di un cambiamento epocale, di senso delle cose. Noi non possiamo veramente sapere, noi che abbiamo assistito senza conoscere. Noi possiamo, però, e dobbiamo, ascoltare chi ha buttato sudore dentro quegli spazi, chi, per sopravvivere agli ingranaggi, ha dovuto usare la forza dell’arte per raccontare e raccontarsi. Io posso dire dell’angoscia di andare a prendere qualcuno a mezzanotte, imprigionato in un magazzino a incassettare verdure; dei miei studi interrotti per senso di colpa e debolezza, di un mondo perduto per sempre, già a 25 anni, e ancora perduto, doloroso, che affiora ogni tanto dalle macerie di ciò che non abbiamo potuto realizzare fino in fondo e che mai splende limpido, se non in qualche ricordo dell’infanzia dove i grandi non potevano entrare.
Non conosco, non ho conosciuto gli operai. I contadini sì, la loro pesantezza, la loro testa diversa dalla mia. Ma forse, contadini e operai sono stati accomunati dallo stesso destino della scomparsa di un mondo, certo crudele, ma forse ancora vivo, fatto di cose che si devono fare e dire per necessità, una necessità che accomuna chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta, chi subisce contro chi ferisce. Mangiare un pezzo di pane e un’insalata appena strappata alla terra, dopo la fatica, in cerchio: questo sì che me lo ricordo bene.
Sebastiano Aglieco
*
Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica
guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate
con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti
da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola
guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.
Si sta lì, tutti uniti,
sì, ma perché tocca, più
che altro, appesi tutti
alla catena del bisogno,
finchè tiene.
Un po’ come quei carrelli
uniti fra loro
fuori dai supermarket:
poi giunge un padrone nuovo,
spinge un euro dentro
il tuo taschino, e ti porta
via con lui; contento di te
ti riempie, ti colpa
di cose e regali. Poi – lo
lo comprendi solo alla fine del suo
percorso – le svuota tutte
nel baule della sua auto, quelle cose,
fra i suoi ferretti in croce
rimane solo un sacchetto
di noccioline, dimenticato
lì, forse per sbaglio. Quando
ti riaggancia al tuo
lucchetto, hanno spento le luci;
rimani lì, legato ben stretto
a fratelli che non conosci.
Un mondo intero stipato
nei dieci metri
quadrati di un reparto,
di tutte le sue razze,
di tutte le sue religioni:slavi
e indiani, rumeni e neri,
atei e cristiani, mussulmani
o testimoni di Geova, del demonio
della fame o del dio denaro,
tutti mescolati, così, tutti
già un po’ fratelli
fra di loro, lì, tutti stretti
ad annusarsi l’odore delle scoregge,
il tanfo del sudore, a capirsi a moti,
con gli sguardi, a confutare certe
assurde idee sull’imprimatur
di un popolo, lì, tutti uguali (e compagni d’avventura) ora,
che tanto sotto i guanti di lattice
non lo si scorge più il colore
della pelle, a pisciare, un bianco
e un nero accanto, all’orinatoio,
a passarsi l’un l’altro
un sorriso esausto, una chiave
inglese, a farsi passare quel
tempo sottratto, contare le spese.
(il testo originale è scritto in dialetto. Riporto qui solo la traduzione dello stesso autore)
Musica, pittura e poesia
Mercoledì 4 novembre
alla Galleria SINISCALCO Arte,
in via Friuli, 34
alle 18,00
leggono i propri versi
Gabriela Fantato
Sebastiano Aglieco
Patrizia Puleio
In corso mostra collettiva
Alcuni musicisti, tra cui Adalberto Borioli, intervengono con brani di musica classica.
Mario Fresa: ma quanta gioia pare il mio tormento
Mario Fresa, ALLUMINIO, LietoColle 2008
Può capitare, prima dell’entrare in seno a una comunità, che la lingua sia ancora in contatto con gli amici sconosciuti, con l’altra voce che risponde (e che domanda sempre). (…) Con l’eco di un colloquio al buio con antiche immagini benefiche: silenziosi Lari che, solo sognati appaiono col volto di parenti sconosciuti (l’autore nelle note).
Così, per leggere queste poesie di Mario Fresa, è necessario crearsi una ragnatela di parole, di immagini personali; che hanno sicuramente, come luogo del loro accadere, la terra che separa il sonno dalla veglia, il giorno dalla notte, come osserva, tra le altre cose, Santagostini nella premessa.
E quindi, se da una parte, attingendo all’esperienza biologica del sonno e dei presentimenti, invitano a una ricreazione nel seno di un inconscio comune, dall’altra rimandano alla stratificazione che le ha generate, come se, il fenomenologo fosse esperienza culturale più o meno incosciente, non necessariamente consapevole del suo essere; come se avesse bisogno di un lettore, di un alto interprete, in noi stessi, più distaccato da noi.
Così, mi sembra, vedere “la gola dorata” come il luogo centrale di questi versi, perché rimanda a una concretezza delle immagini, a un lavoro ancora da compiere: “qualcosa è qui, toccami ancora/non hai cercato bene”, p. 18.
Lavoro degli occhi, della bocca, che cerca di scampare all’aurea che l’inghiotte, all’indistinto vagare in una terra senza confine in cui ogni cosa sfugge e improvvisamente riappare. Si potrebbe immaginare, in contrappeso, per questa poesia, il purgatorio di Dante, la concretezza nell’evanescenza; il cammino; la dimenticanza; il ricordo; il trattenere e il lasciare liberi. Ma immagino anche, l’esperienza del simbolismo e del preraffaellismo, in fondo ancora àncore prima della distruzione di ogni forma e di ogni possibilità stessa del canto: vietato cantare per i contemporanei, come se il canto fosse diventato esperienza del risibile, della vergogna e della superficialità.
Così queste poesie si riferiscono anche, nel loro precedere l’aspro, il duro suono, all’indistinto senza luce - indistinto in quanto solo impercepito dall’orecchio che si è fermato a udire suoni terrestri.
“io non ho più parole/la mia lingua è nella spada”, p. 19; ma si tratta di una spada, però, che il poeta immagina “profondamente irreale, luminosa e musicale, (l’autore nella nota). Ma si potrebbe dire anche, sforzando un poco il senso, che il pensiero procede verso il suono, diventando esso stesso linguaggio musicale.
La tenzone celata di questi testi consiste, appunto, nello sforzo di dover ricordare di essere stato puro suono, luce, e di non esserlo più. Di dover giustificare la propria esistenza come in uno stato di in/sapienza e di dolore. Il pensiero viene, travalica qualcosa, gli occhi si aprono, guardano. Così all’inizio il pensiero porta con sé un suono dolce, una certa melopea, una certa rotondità nel canto, costretto a stridere coi suoni e le parole di tutti i giorni.
Siamo, mi sembra, in una zona della poesia dei nostri giorni – ben consolidata, pur nelle varianti delle forme e delle sensibilità – in cui il mal di vivere non ha smesso di esercitare il suo fascino e spesso funziona come unico antidoto per accorgersi dell’insufficienza del reale e delle leggi umane che lo governano. Male metafisico dell’essere, in quanto destinato ad essere; forme che si contendono un suolo (Boccioni, Elasticità, in copertina); ma anche, non molto diversamente, oserei dire, certi quadri simbolisti in cui si vedono ammassi di bambini dormienti in attesa di essere chiamati alla vita. Ma quanta gioia pare il mio tormento (Ugo da Massa, citato dall’autore).
“Nella grazia implorante s’inseguono le ombre/dei nostri corpi accesi nella morsa/dei colori…”, un testo dove gioia e tormento, appunto, sembrano mescolarsi nella percezione del vivere, nella resa formale della violenza che subiamo. “Eppure, vedi: quando fu strage acuta/di suoni e di profumi tu ricordasti:/nella terra del silenzio/ci hanno lasciati poveri strumenti/e labbra mute”, p. 29.
A me pare che, per dislocare le forme della tradizione bisogna innestarsi in esse, aggrappati, come alla criniera di un cavallo in corsa; ricavarne la forma nuova per un senso comune, un lavorio nella presenza dei problemi non risolti. Qui troviamo certamente uno scenario che conosciamo ma che non possiamo attribuire precisamente, strada per non ricevere l’ingombrante fardello degli ismi.
Il problema di questa lingua è dunque l’approssimazione, la vicinanza. Dare forma, o, se non è possibile, evocare la vicinanza. Le parole inseguono la pienezza delle cose, dell’esperienza, senza poterle mai dire pienamente. Le parole sono nate, forse, come necessità di arginare il rischio della dimenticanza totale e rimane il dubbio che, col passare degli anni, la lingua vada affievolendosi come la radiazione di fondo dell’universo, sempre più lontana dall’esperienza del primo impatto, della prima necessità.
Noi scrivendo, pensando, non facciamo altro che “modellare il buio”.
Un altro libro mi richiama questo di Mario Fresa, LUCI DAL VOLTO di Mauro Germani, ma mi fermo qui.
Sebastiano Aglieco
L’eco di Bergamo Lunedi 21 settembre 2009
Un ringraziamento a Corrado Benigni
AGLIECO, LA POESIA COME ASCOLTO
La memoria di un’infanzia all’ombra di una terra senza salvezza, la presa di coscienza, lo strappo dell’esilio: questa la topografia dei sentimenti delineata da Sebastiano Aglieco nel suo ultimo volume in versi: Nella storia. Poema per una terra (Aìsara), che arriva dopo l’ottimo Dolore della casa, uscito nel 2006 per Il ponte del sale. Un viaggio dentro la memoria, dentro il proprio luogo d’origine, la Sicilia, terra tormentata e insanguinata, metafora di un modo di vivere. “Da questa parte dell’isola/il sole mi atterra in un punto fisso/una catena, per un destino, si mette in atto/di nascosto da queste strade/dove un tempo sfidavo/sono ciò che resta/di un dovere mai onorato”.
Un tema soltanto all’apparenza privato che in questi versi apre una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale, ma diventa lo spazio contaminato di una condizione universale: l’incomunicabilità dei nostri tempi. La poesia allora deve servire a non dimenticare, a riparare in qualche modo l’amnesia del passato, di aiutare a ricostruire ciò che resta dell’identità, della memoria. A parlare di un’umanità comune, ad accogliere, come in una sorta di transfert, le parole e i mondi dell’altro. Questo è il senso profondo della poesia di Aglieco – autore tra l’altro della raccolta Giornata con cui nel 2004 ha vinto il premio Montale Europa –: la poesia come ascolto, mettersi in contatto, tendere l’orecchio verso l’altro, verso il mondo, come hanno insegnato grandi lirici come Mandel’stam, Rilke e Celan. E da questi grandi maestri Aglieco sembra aver fatto proprio l’atteggiamento di esposizione, di ascolto, appunto, nel tentativo continuo di stabilire un colloquio. Aglieco, oltre che finissimo lettore della poesia altrui, da molti anni si occupa di teatro in ambito educativo, come regista, attore e formatore.
L’economia del verso, i toni smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo (tratti ancora più evidenti in questi versi quasi del tutto privi di punteggiatura) sono i caratteri distintivi della poesia di questa raccolta, che segna un momento decisivo nel cammino poetico di Aglieco, voce appartata, ma tra le più vigorose e sensibili delle ultime generazioni.
Corrado Benigni
Un regalo …
Gli occhi, quante volte li ho tenuti spalancati, mentre avrebbero voluto chiudersi. Accompagnavo i miei genitori al treno. Ogni volta era di notte che partivano. La stazione, il luogo più deserto che conoscessi in quel periodo, la sentivo come la cosa più ostile e invece, già da quel tempo, mi insegnava ciò che è il senso del congedo, del buio, del vedere e del ri-conoscere … continua qui
puntoacapo presentazione ultimi titoli
Milano, Libreria Equilibri, Via Farneti 11
Giovedì 29 ottobre ore 17,30
Mauro Ferrari
presenta i nuovi titoli della Collana Passi poesia:
Marina Agostinacchio, Azzurro, il melograno
Luca Benassi, L’onore della polvere
Camillo Sangiovanni, Ricamo infinito
Arnold de Vos, Ode o La bassa corte dell’amore
Alessandra Paganardi, Frontiere apparenti. Silloge vincitrice dell’Edizione 2009 del Premio “Astrolabio”.
Intervengono gli Autori, Alessandro Canzian e Adele Desideri
La polmonaria di Fernanda Fernirosso
Fernanda Fernirosso, MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI, Il ponte del sale 2009
L’arazzo che Fernanda Ferrarosso, costruito con le pagine di questo libro, non ha nulla dell’ordine precostituito della tela di Penelope; non disegna simbologie femminili, geografie di acque stagnanti, di attese. Questi testi sono invece poemi migratori, senza, però, l’andata e ritorno della migrazione degli uccelli.
Piuttosto, sembrano, peregrinazioni, affrontate nelle infinite possibilità del corpo, inselvatichito, arato ancora, solcato: “Che cos’è il tuo corpo? Io non so se ti sei chiesto una volta che cos’è il tuo corpo”, (Jaime Saenz, citato all’apertura).
Si veda, per esempio, come il testo non rinunci a ogni possibile richiamo di altri sensi, di altre mappe. Il testo tende al polisenso laddove le parole si spezzano, si tagliano, si aprono all’ambiguità e alla ricchezza della scoperta: “sciogli i fiumi e annodi le corde delle mie montagne/le bocche agli altoforni le effusioni delle stelle/(…)dentro un’ora/mi semini la mano di rondoni e il sen(n)o di ogni dolore/è meno che polvere”, p. 26. “Io che faccio l’amore di prima mattina alla(r)gando la notte del tuo desiderio”, p. 34, ma sono solo esempi.
Questa tendenza ad aprire il tessuto del testo ad altri possibili risvolti, ci dice di un corpo che non ha trovato la sua strada ma la cerca nel perduto acquatico e tenebroso di una nascita, di un compimento. “Grandi antenati mi sfociano nel ventre/e sirene sondano i miei fondali…”, p. 24. Con una veemenza, soprattutto nella prima sezione, che assomiglia alla forza bruta della primavera, al suo percuotere le gemme, fino allo scoppiare del turgore nel fiore. “Mi sollevano i fianchi delle montagne/i miei alberi maestri/e nessuno a sentinella”, p. 24.
Questa voce non parla da sola, sembra rivolgersi all’altro - necessario per il suo compimento, per l’avveramento del verde. “Il tuo nome era amore.//Lo sussurravo piano e tenero/nell’ans(i)a dell’orecchio pron(t)o a seguire me in tutte le tue arcadie” p. 23; nel paesaggio del corpo, come fosse la foresta selvaggia di ogni compimento.
Corpo liana, dunque, pericoloso; ansa – e prono, accogliente, di amante e di madre, che accudisce e che divora.
C’è sempre in gioco, ferocemente in gioco, il destino della parola, la fioritura dei suoi sensi: “Lingua che corri battente/alle finestre delle nostre case notturne/fermati a fiorire”, p. 32. Una nuova parola per la rinascenza, in cui il foglio la foglia il figlio sono la stessa cosa. In cui “migratorie non sono le vie degli uccelli/ma corsi, stazioni dell’essere.”, p. 80. In cui paesaggio naturale e scrittura sono la stessa cosa. “Ho rondoni e polmonarie che mi crescono l’orecchio/in chiostro delle mille delizie la bocca chiusa”, p. 80. In viaggio, ma dopo, visitando un orto botanico in Germania, ho scoperto che la polmonaria è veramente una pianta.
Sebastiano Aglieco
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