Sguardi: Aky Vetere

Aky Vetere, L’ALCHIMIA DELLA PAROLA, La Vita Felice 2011
Collana SGUARDI
Direzione Gabriela Fantato
Comitato: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

*

In questo ricco volume si vuol sottolineare, tra le molte intuizioni e idee messe in campo, la centralità dell’arte e della poesia in particolare come vie maestre per la crescita interiore dell’individuo e per la creazione della civiltà; inoltre, è dichiarata qui non solo la valenza emotiva, ma anche la potenza eversiva dell’amore che per questo autore è forza di cambiamento, oltre che istanza prima di conoscenza. Aky Vetere ci ricorda la necessità di una lettura esoterica e non solo essoterica di ogni scrittura e di ogni opera, secondo valenze di senso ricordate anche da Dante nel Convivio, per cui si afferma che solo entrando in profondità nel valore di simboli e metafore si scorge la loro vera natura sapienziale.
dalla presentazione di G. Fantato

 

Intervista

OGGI

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
Così ricca, smagliante, splendidamente gialla.
Se le lacrime del sole potessero cantare contro una pietra bianca…
Quella, quella gialla
E’ portata lievemente in alto.
Se ne è andata, ne sono certo, perché voleva dare un bacio d’addio al mondo.
Per sette settimane ho vissuto qui,
Rinchiuso dentro questo ghetto
Ma qui ho trovato la mia gente.
Mi chiamano le margherite
E le candele che splendono sull’abete bianco nel cortile.
Solo che io non ho visto mai un’altra farfalla.
Quella farfalla era l’ultima.
Le farfalle non vivono qui, nel ghetto.

Pavel Friedmann
(4-6-1942)

Terezin

***

A volte penso che il tempo non esista:
pensieri, azioni dilapidate
come la pioggia negli stagni,
fili che seguiamo per tradire le giornate,
interrotti, una piega del tempo, solo questo.
La morte si mangia tutto
riappaccifica e custodisce.

Devi fare come la morte:
essere netta nelle azioni
non permettere ai folli di discutere
il tuo schifo deve essere netto.

(Sebastiano Aglieco, dal poemetto per il teatro FERRAMONTI DI TARSIA)

Sguardi: Valerio Fabbri

Valerio Fabbri, IMMAGINI ABITATE, La Vita Felice 2011
Collana Sguardi
Direzione: Gabriela Fantato
Comitato: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

Quello che compare nei versi di Valerio Fabbri è un mondo in orizzontale, potremmo dire, dove la vita scorre tra marciapiedi sporchi e muri scrostati: tutto avanza lineare e senza senso, teso in una sola direzione, per cui le vite di tutti appaiono ‘semplici” e come incastrate dentro una routine che sovente si riempie di urla per cose da poco e vane, come se le esistenze fossero incise da una malattia cronica che tutto e tutti colpisce: “Abbiamo fatto rumore con la spazzatura, mentre al piano di sotto i vicini, litigavano sul riscaldamento: esiste un marchio segreto o degrado, una specie di fiera, una città cronica, deturpata dai manifesti. E stranieri, stranieri da queste parti, inchiodati dal futuro». Valerio Fabbri pare volerci dire che a tutti coloro che incontriamo in queste sue “immagini abitate” è assegnato un destino ‘in perdita”: un vuoto di futuro, per cui nei versi il tempo è afferrato solo nel suo consumarsi in un eterno presente. [...] Quando tutto pare perduto nel suo opaco fluire, il poeta si solleva un po’ dal piano orizzontale, si mette di lato e cerca un “un pezzo di verità” dice, forse cerca solo qualcosa da salvare in poesia, come si legge in questo passaggio: “Tutto è visibile in questo formicolio, ma invento un posto luminoso, alla mia mancanza di simpatie: a volte ascolto di straforo, mi vergogno, mi sembra di trovare un pezzo di verità, sulle bocche semplici di tanti sconosciuti”.

Gabriela Fantato

***

ESTERNI

*
Le nuove fabbriche eleganti di metallo
stanno a guardare dal lato della storia
dove si apre l’acqua magra del canale
tagliata dal traghetto, e arrivano nel buio
sudato i disegni dei cruscotti, le maglie
cariche di desiderio e pantaloni ripieni
di messaggi forti, lanciati fuori dai denti.
*
I confini squarciati, aperti, divaricati,
viscidi e osceni come l’origine della vita.
*
Ai margini della strada provinciale
brilla di candele la piccola nicchia
con l’immagine sacra, riconoscibile
sullo sfondo incipiente della sera.
Due vecchie stanno sedute a mani incrociate,
soppesano mentalmente le giuste preghiere
e col buio se ne vanno chiudendo gli sgabelli.
Quando attraversano la strada incurvate,
barcollanti, tagliate in due dall’orizzonte
entrano nel buio e diventano paesaggio.

*

NEL VUOTO DELLA MENTE

L’edificio alzava dieci piani
traforato ognuno da finestre,
spuntavano dai fianchi secchi
le mascelle ossute del balconi.
Dietro le tende,
nell’impallidire della luce
ancora accesa, emergeva vaga
una figura umana: una verità
che lentamente amava svelarsi.
*
Ho rivisto ancora quell’attimo di separazione
lontano da lei come un campanile sullo sfondo.
Quel fragile e decisivo attimo
impalpabile e leggero, finale,
quando gli occhi parlano e i sensi riposano.
A volte baciare non è premere le labbra,
come sempre, ma toccare la pelle sottile
che riveste il teschio, densi
i nostri pensieri.
*
Pensò alle ore passate in chiacchiere
con le vicine nelle sere stritolate
dall’estate su sedie di plastica verde,
e tornò subito in possesso di quanto
era già suo, si sentì prendere veloce
coscienza delle cose, della distanza
fra sé e le cose.

Sguardi: Francesco Macciò

Francesco Macciò, ABITARE L’ATTESA, La Vita Felice 2011
Collana Sguardi
Direzione: Gabriela Fantato
Comitato: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

“La poesia di Macciò è particolarmente interessante e originale nel panorama letterario italiano, non ravvicinabile facilmente ad alcuna corrente letteraria diffusa, ma capace di stagliarsi al suo interno, sia per acutezza di visione, sia per precisione linguistica, e finire così per chiedere a noi lettori un vero ascolto, in quanto questa poesia sa svelare il degrado, ma senza alcun gusto dell’orrido, né alcuna resa al minimalismo, e sa anche dirci che dietro e dentro le cose c’è “qualcosa” che pare perduto tra le pieghe della vita quotidiana, ma che pure… perduto non è e va evocato, nominato, ricordato in poesia.” (Dalla prefazione di Gabriela Fantato)

dalla sezione (INK TABLETS, biglietti lignei da Vindolandia sul finire del secondo secolo)

*

Cominciano da una terra senza vento,
salgono dal mare sull’erba ghiacciata
come lingue nella nebbia.
*
Dovrà durare fino alla stagione
di Cerere il raccolto, se il mare
non ti afferra all’improvviso
nell’umido senza radici…il mare,
un fruscio di parole rasoterra
che avvolge questi massi muschiosi
ininterrottamente.


Mi raggiunge in fondo alla via Pretoria
oltre lo stabbio per pochi denari,
non vecchia ancora, si vende …
Sono miele le sue mani avvizzite
se riesco a pensarti.
*
Chiodi infissi in una tavola di piombo,
forse qualche rivale in amore
mi ha esiliato per sempre in una terra
ostile al confine del mondo.

 

Dall’avamposto romano un commercio
di voci, un luccicare di uncini
oltre la radura…Da questi spalti
sulla mia lama sguarnita il riflesso
di un volto che non mi somiglia,
io qui sul confine custode
senza un nome di uomini
e di cose.
*
Le cose … concrezioni di materia
incagliate nella memoria…
Scrutare il buio, la luce – una specie
di balbuzie nella veglia boreale -
la radura, il sonno della foresta.

Sono caschi bruniti, cimieri
di legioni schierate a difesa?
Sono orde nemiche che ghiacciano
le pupille, le piste luminose
dei daini, delle stelle?
*
Eppure un nemico invisibile esiste,
se lo guardo si posa sulle cose
e si spegne…Palude la sostanza,
voce inconsistente, grumo
di nebbia in fondo al cuore.

(sottovoce)

…la poesia muove da una persistenza di immagini e di voci nella memoria. Sono percezioni che si dispongono in una concentrazione di forze nell’attesa di essere liberate e di trovar casa in una costruzione di parole …più che di una nuova nascita si tratta di una procedura di espropriazione, tanto che ciò che preesiste e insiste nella memoria, quando prende forma di scrittura in versi, anche attraverso stratificazioni successive (le cose non dette sono destinate a un vuoto che le attende), stabilisce un rapporto di estraneità con chi involontariamente lo ha portato alla luce
… ogni poesia, nella sua corrosiva epifania, si consegna a una memorabilità che estromette la memoria, ed esilia il poeta nell’inappartenenza, in uno sraricamento che lo espone ogni volta a un’attesa di esistenza.

ADDIO ALLE ARMI

ADDIO ALLE ARMI: un incontro operativo per la diffusione della poesia a Verona, presso la libreria BOCU’ 

Nonostante comunemente si tenda a credere il contrario, l’inarrestabile lavorìo intorno al linguaggio poetico produce (e si riproduce in) un flusso di risultati artistici e critici sempre più importante, sia in termini estetici, sia in termini teorici e politici, ovvero etici.
Si rende, dunque, necessaria non tanto una sistematizzazione dei risultati in termini canonici, quanto una organizzazione strutturale del campo poetico, nell’accezione più ampia del termine.

A tal fine, si è pensato di organizzare un convegno, attraverso il quale offrire a tutti i protagonisti dell’ambito poetico nazionale (poeti, critici, direttori di rivista, editori…) la possibilità di confrontarsi e discutere su tutte le principali questioni connesse alla parola ed all’esperienza poetica oggi.
L’obiettivo – e la speranza – è che questo incontro diventi un appuntamento fisso fruttuoso, capace di raccogliere periodicamente l’esperienza, le riflessioni ed i progressi di quanti vi parteciperanno all’interno di un “diario di bordo” con il quale segnare il percorso della poesia italiana contemporanea senza pregiudizievoli esclusioni.

Il 21 gennaio 2012 alle 15.30, presso la libreria Bocú di Verona, ci sarà un primo incontro operativo, durante il quale si comincerà a parlare di poesia, cercando di capire come strutturare il convegno che verrà, definendone modalità, obiettivi e, soprattutto, possibilità.

Introduzione: Stefano Pini

Ho il piacere di presentare un giovanissimo autore, Stefano Pini, conosciuto l’anno scorso, al premio 50 e più, che curo con l’ottima compagnia di Filippo Ravizza e Mauro Germani. Una scoperta interessante Stefano, che ora approda all’opera prima e che introduco.

 Stefano Pini, Anatomia della fame, La Vita Felice 2011
Collana Sguardi
Direzione: Gabriela Fantato
Comitato: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

L’essenziale è senza voce

Leggiamo del palpitare dei corpi in questa opera prima di Stefano Pini: il nostro; quello di un altro in cui ci specchiamo, e quello di una città, periferia mobile, cavernosa e oscura che ci contiene, i cui passaggi notturni sono aorte, e le sue stagioni l’incedere di un tempo senza divisioni, scandito solo da una improvvisa assenza: “Ogni stagione termina così/senza riuscire a trattenere i colori”.
Si legge, in queste poesie, di un corpo che spesso si avverte come distante da se stesso, dislocato e dolorante: “Mi fanno male i capelli”; “le tue paure osservano /il resto del corpo sorridere; “Le lenzuola lasciano i corpi,/soli”. Un corpo che forse si sconosce e si teme, sicuramente assiste al suo veloce galoppare verso l’età adulta annotando ciò che si perde e ciò che deve ancora scoprire di sé negli altri: “Senza alcuna possibilità/di nascondersi/le tue paure osservano/il resto del corpo sorridere.//Dovremmo trovare un nome per ciascuna di loro”
Spesso, poi, ha bisogno di sospendere il tempo – “fermo immagine/interrotti alla finestra” – bloccare le cose per poterle conoscere meglio, rallentare il flusso vitale e ricondurlo a un etimo, a un vocabolario minimo. Così, mentre tutto svilisce, Pini vorrebbe trattenere, almeno nelle parole, qualcosa che va al di là della morte, che è stato prima del precipitare in questa assenza: “L’assenza è la qualità prima della morte”.
Queste osservazioni avvengono in un’età della vita in cui probabilmente ci rendiamo conto di essere davanti a un bivio: accettare di entrare nella vetrina del mondo e recitare il nostro dramma, i nostri “monologhi provati allo specchio”, o fermare, per un momento, il flusso scomposto della marginalità e accettare per sempre un equilibrio precario.
Così questi testi si situano in un imperfetto che non si è ancora concluso – mi hai lasciato…credevamo – e in un futuro esortativo che vuole inventarsi nuovi paesaggi, credere a nuovi orizzonti: “Chiedi,/portami dove le radici/hanno il culto dei vivi:/inventeremo stanze in cui il giorno/dimentica di arrivare, un tango/di corsa”; fanno il resoconto del già stato, dell’essere stati spavaldi, e, “smesso il vestito”, additano la strada dell’età adulta.

Quando, dunque, accade la lingua di un poeta? Accade quando egli sa scegliere, dopo che il corpo di un padre ci lascia e noi improvvisamente percepiamo il nostro: nudo.

Se riusciremo a salvarci, mi chiedi.
Se le vie dei padri saranno luce
scintille per il linguaggio, almeno.
*
Mentre riveli l’incisione
misuro la profondità calando i polsi nudi
nel diluvio del tuo nome.
La notte non ha più occhi,
sei la sola legge viva che conosco.

E’ allora che sentiamo le voci, il brusio, la folla, i fratelli, i nemici. Abbiamo bisogno di “istruzioni primarie”, provare a conoscere, vivisezionandola, la fame che è passata “attraverso mille anime” ma, certo, l’abbiamo dovuta riconoscere nella nostra bocca prima che negli altri; nel nostro bisogno. “Vorrei essere grande” dice Pini, e per fare questo lavora sulla sua lingua, non rimpiange e forse nemmeno rievoca, piuttosto si comporta come fa la metropoli: “sovverte/invoca le parole dei padri”. La metropoli che ci fa ri/conoscere, attraverso limiti e sbarre, imposizioni, perdite.
La poesia di Stefano Pini, dunque, nasce scritta nella consapevolezza di un disincanto formale – della forma della vita e della scrittura –. Non si scompone ma spesso trema, fragile, in quanto ha conosciuto la fatica dell’aver dovuto cercare le parole più giuste, quelle che rimarranno, insostituibili negli anni. Sono parole che descrivono la precarietà, lo spavento di esistere, piuttosto che la pienezza della vita; il resto saranno variazioni, altri versi e libri da far girare intorno al non sapere di sempre.

Sebastiano Aglieco

***

Ho prestato fiato a ciascun focolaio
gli occhi spalancati
la lingua a descrivere gli inchini del sole.
A capofitto nei giorni
del solstizio d’estate e del cemento,
la città accatasta, incide e arrampica
non sa pregare un disordine che raccoglie.

***

- Ricordo un calore a ginocchia raccolte -

Tutto è immobile
l’umidità scandisce
i nomi che credevamo persi:
il fuoco presente, gridavamo
scrivevamo la notte centrale
l’adesione a una lingua nuova.

***

- Mi fanno male i capelli -

Non arretri di un passo e io fingo
una preghiera per le illuminazioni scomparse
le pozzanghere da cortile
migliori amici d’infanzia.

***

Resterà il mio peggio, ti ciberai del mio meglio.
Una finestra rotta guida la luce su questo teatro di posa:
ci esiliamo, riduciamo la storia a placida fame.

(la morte appesa alla trama di una fantasia a fiori)

Al sole della campagna non succede niente.
Allungo le mani sulla pelle, la carne cede ogni punto
in cui manchi.

Sguardi: Maurizio Mattiuzza

Maurizio Mattiuzza, GLI ALBERI DI ARGAN, La Vita Felice 2011
Collana “Sguardi”.
Direzione: Gabriela Fantato
Redazione: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

Gli alberi di Argan è un libro dalle molte facce: duro e tenero, arduo e semplice, lirico e capace di momenti quasi narrativi, forte di un tono di denuncia verso un vivere contemporaneo che piega la natura agli interessi, sacrificando la vita al denaro e al lavoro sfruttato e disossato fino a divenire merce. Un libro proteso verso una riflessione complessiva sul senso del vivere e sulla necessità di identificare una sorta di geografia dell’amore. Un libro, infine, che sa tenere vicini alle sue pagine con emozione, legandoci via via alle immagini evocate con grande intensità e questo accade dalla prima poesia sino all’ultima
Gabriela Fantato

***

una recensione qui

LA SEMINA DEL FRUMENTO

La pioggia che viene
subito dopo l’estate
di solito da
sollievo alla terra
e m’aspettavo fosse
lo stesso per noi, le nostre
radici piantate
negli anni
ma il cuore ha una siccità diversa
una sete che non si colma
di gocce
pretende fiumi, lui vuole
cascate rapide
pianure dove si può
dilagare verdi
ecco, aspetto solo questo
una stagione nuova
i miei semi
il mio frumento
saper tornare lieve come
torna il vento

*

Il coraggio più grande, sai,
lo abbiamo all’inizio
quando nasciamo come erba
e passiamo sull’orlo
di tutte le cose
visibili
poi impariamo a parlare
scrivere, a essere
scaltri
prudenti
a mostrarci di sasso, farci
accorti
ed è come imparare
a sognare da morti

*

Gli occhi azzurri
che scompaiono nel buio
storte di scarpe le dita
dei piedi
una ruga di tabacco
sulla fronte
nel sapere antico
delle mani
erano così i miei nonni
vecchi sciamani da cui
legando viti sputando
bucce
imparo a fare il nodo che
mi tiene qui a sudare pane
e ci sarà da amare
soffrire
sudare ancora molto
per ritrovare almeno un po’
di quello che
ci è stato tolto

*

Lasci il tempo che trovi
come lo trovi
e sai far male senza fare
nulla
forse è proprio questo
quello che
ridendo vino bianco
biciclette sul muro
l’altra estate
pensavamo soffrissero sempre
solo altri due che non siamo
mai stati noi
ma adesso, lo vedi, è buio
e la luna sembra
vecchia
è preoccupata
vuol sapere
qualcosa in più
di te, di me,
di questo nostro amarci senza
riuscire a dire, raccontare niente
che continua a trattenere i nostri sogni
nel presente

*

LA MIA CASA (CON TE)

La mia casa, spesso,
adesso
è nel tuo letto
nell’abbraccio in cui
mi tieni stretto
rimettendomi al mondo
il nostro primo figlio
pensa che strano, sono proprio io
io che non sapevo nulla
e non ho
nemmeno pianto
dormendoti la prima volta accanto

Sguardi: Alberto Toni

Alberto Toni, DEMOCRAZIA, La vita felice 2011
Collana “Sguardi”.
Direzione: Gabriela Fantato
Redazione: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

L’ultima opera di Alberto Toni è un poemetto unitario, attraversato da un’eco di taglio civile e con un titolo forte: Democrazia. Si tratta di un poemetto che, pur nella brevità del testo e con un ritmo spesso sincopato, trasmette immagini emotivamente intense, scene di un evento bellico, unite a riflessioni, domande, esclamazioni su fatti urgenti e drammatici che si affollano intorno a un Io che guarda e si rivolge spesso a un “noi”, soggetto collettivo che in tralice domina la scena. L’opera si articola in cinque passaggi, o sezioni, connessi tra loro eppure anche autonomi, con un filo unitario però, che si dipana attorno ad alcuni temi e parole-chiave quali: la guerra, con i caduti da onorare; le madri, che tengono viva la memoria e creano il senso per un domani; la democrazia come evento collettivo da costruire per un mondo nuovo a venire; l’importanza di una legge scritta che ne sia fondamento e anche – alla base di tutto ciò – la necessità della pazienza e la speranza, modalità interiori capaci di costruire il futuro che verrà.
Gabriela Fantato

***

2

Democrazia è pazienza, abbonda
la pazienza sulle nostre teste, nei
cuori, la scia lunga degli automezzi
al confine. Un ragazzo sventola la
bandiera.

Audace per scelta forzata di libertà –
lieti saranno i giorni, in festa anche
nei campi liberati, e il confronto
serrato con la popolazione, serve
tutto.

Dovunque si alza un cuore, là
si conservano intatti gli accordi.
Il viaggio è ancora lungo e troppi
sono i pericoli. Abbiamo pazienza
e la pazienza è il ramo sempreverde.

Stanotte in circolo. L’ultima statua
è stata abbattuta, con eleganza, con
determinazione, al suo posto non so
bene cosa metteremo. Non certo gli
stracci della fuga. Qualcosa di nuovo.

E’ originale sperare nella parola
dell’ultimo arrivato, qualcosa di
utile e intelligente, l’ombra, ad esempio,
una forma obliqua mai vista, un riverbero
che corregga gli errori di postura povera.

Acqua, pane, indumenti: ma anche il
rifugio, l’amore, la gaiezza che già è
povera cosa in sé per questo nuova.
Non starmi a guardare come pietra:
anche le pietre valgono, hanno un peso.

Se pensi, la pietra rossa del deserto
la porto con me come portafortuna,
scolpita da mio padre: lanciata nel
vento si apre a paracadute: salva,
preserva.

Abbiamo regole scritte: la giustizia,
scaldarsi, mettersi in marcia verso
la città più vicina e ospitale. Tutto
come il prossimo delirio della pioggia
di fuoco.