Aìsara e la sua collana di poesia
Ho avuto la felice opportunità di pubblicare il mio ultimo libretto presso un piccolo coraggioso e raffinato editore della Sardegna: libri creati con cura artigianale; soprattutto un rapporto strettissimo tra illustrazioni in copertina e il senso del testo. In particolare ciò avviene per la piccola collana di poesia diretta da Daniele Pinna, che invito a vedere qui: Yakamoz: Pochi testi – due o tre all’anno; nessun rapporto con i potentati, piccoli o medi dell’ambientino; libertà della scelta, puntanto soprattutto su voci di giovani o di sconosciuti che meritino attenzione. Pubblico due brevi note, dedicandole, appunto, a due giovanissimi e alla loro opera prima.
Greta Rosso, CRONACHE PRECARIE, Aìsara 2009
“spolveriamo un appartamento/lavoriamo sodo per pagare l’affitto/possediamo una dispensa fornita./eppure restiamo cicale/che scrivono poesie per fallire”, p. 88.
Scrivere poesie, dunque, per Greta Rosso, è un atto destinato al fallimento – eppure necessario. Sono cronache precarie, queste, scritte nel quotidiano, come si prendono le note per la spesa su quaderni destinati a smarrirsi per non curanza o per calcolata sciatteria.
Uno slittamento della lingua verso toni bassi, da parlata famigliare, intima, segnala questo dialogare in due senza il quale il testo non comunica, non dice, non dipinge, come avrebbe detto van Gogh. “Ma non mi dai le tue parole. E io non esco./(Bisogna ch’io bagni le piante, dai,/dammi le tue parole”, p. 39.
Le parole, in questo libro, vogliono essere molto vicine alle cose. Strumenti, arnesi per delimitare confini, tracciare arazzi/discorsi che hanno l’aspetto di campiture volutamente diramate per costringere l’occhio a un progredire lento.
Non ha fretta, Greta, scrivendo; sembra cogliere l’attimo, l’occasione, costringendola a passare nella fessura di un obiettivo dal quale viene restituita leggermente sovraesposta, allucinata, come, soprattutto, in certi racconti/fiabe riservate agli adulti in cui i corpi tracimano, hanno un colore e un pensiero diversi. Sono “i corpi che siamo stati”.
Insomma, questi testi sembrano progetti, tentativi di progetti, di vita, di arte, di corpi sfalsati, non in asse.
V
Ella tace, asserisce d’esser solo lo scriba
e dei detriti alle porte del suo tracciato, giura,
non ne sa un bel niente.
(così, la scrittura non fiorisce sempre.
a volte resta assorta in un nulla di fatto.)
VI
Ne sapevo abbastanza di quelle donne
che diventano più belle ogni giorno che passa:
basta accarezzare loro la nuca e il capezzolo
s’ispessisce.
Quando venni a stare in città mi lasciai dietro
una scia d’amanti.
Ora arrivo a identificare la cosa chiamata amore
con uno scambio di batteri.
LA POESIA E LA CARNE a Milano
Libreria eQuiLibri
via Farneti 11
Milano
mercoledì 18 novembre 2009
ore 18.00
Presentazione della raccolta di saggi
La Poesia e la Carne
- tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola -
a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari
(La Vita Felice, Milano, 2009)
Diciassette poeti s’interrogano sul rapporto tra poesia e conoscenza
a partire dal fatto primario della carne e delle sue affezioni: amore, follia, morte
tra i saggisti presenti nella raccolta interverranno
Sebastiano Aglieco
Corrado Bagnoli
Luigi Cannillo
Gabriela Fantato
Gio Ferri
Gilberto Isella
Tiziano Salari
Adam Vaccaro
Rinaldo Caddeo a proposito di NELLA STORIA
Così Rinaldo Caddeo riflette a proposito del mio ultimo libro: NELLA STORIA. Lo ringrazio.
È un ritorno alle origini. Origini della propria storia e della Storia. Origine di sé, origini degli altri. La Sicilia e la guerra in Yugoslavia (anni ’90). Un taglio, un’innocenza violata: «Chi dice sì alla Storia deve accettare un taglio» (p.41).
Ritornano le parole della poesia dalle origini. Eterno ritorno di una ferita che segna la pagina, segno che si fa scrittura: «le parole ritornano dalle origini/ un lamento dischiuso/ che non conosce inganno.» (p.39). La pagina è l’anima che racconta il dolore in forme di lamento, planh, o preghiera/invocazione, tra testimonianza e oracolo.
Segno, taglio, marchio: la pagina è la pelle tatuata dalle ferite dello sguardo che dello sguardo riceve gli impulsi e segna le tracce. L’ammutinamento del senso comune e la rifondazione della parola, operata dalla poesia, lascia i pensieri, nudi e crudi, ossa indelebili, scagliate dalle onde agitate della vita a riva: «Ho sempre pensato a una rifondazione/ uno stato della parola/ in cui le cose emergono dalle loro trame/ per un avvicendamento del sonno/ i pensieri in una riva asciutta/ ossa indelebili/ cantilena di un popolo intero.» (p.44).
La parola è specchio, gesto visionario, dolore ancestrale, scalfittura, relitto, soffio, macchia, stanza vuota, memoria. Ma la scrittura non è un flusso continuativo e indolore, la parola sgorga da una lacerazione. Deriva da un taglio, ne porta testimonianza: «Volti tagliati fuori dai miei pensieri/ ricordi di un’appartenenza.» (p.7). Volti, ricordi che non vengono tirati fuori, estratti dall’origine, ma tagliati fuori. Un taglio, un rifiuto, un’interruzione. Perdita e perdono. Dono dato e perduto. La poesia, eco di voci smarrite, è una ricongiunzione, un risarcimento. Fiamma ossidrica che incide, spezza e ricompone, rifonde.
La parola può accedere alla memoria della fratellanza, entrare in noi «come il pane del mattino/ il bacio della mezzanotte» (p.17). Ma il suo sguardo acuminato, doloroso, può trasformare la donna violata dalla guerra in «un ginepraio funesto» (p.25), i morti in «rovi, solo rovi» (p.27).
La musica dei versi di Aglieco, la risonanza drammatica dei significati, è scandita da un ritmo molto particolare che alterna una scansione definita dagli armonici della tradizione lirica (endecasillabo, settenario, ecc.) a repentine fratture che interrompono il verso sulle congiunzioni o le preposizioni semplici che, con, da, un, in, ecc. L’effetto è quello procurato da forti inarca ture: un’alternarsi di rallentamenti, accelerazioni, che determinano un ritmo sincopato, jazz.
Non si arriva, certamente, alle distorsioni o ai battibecchi del linguaggio sperimentale d’avanguardia, quanto alle modulazioni di un ragionamento che insegue ed esprime le intermittenze del cuore, gli affanni del respiro che sale sentieri aspri, tortuosi, esplora le foibe, perlustra le fratture e attraversa i ponti indiani sugli abissi dell’oblio e della memoria, che iscrivendosi sulla pelle di una storia, diviene la musica dolorosa della Storia.
Rinaldo Caddeo
I poeti di La vita felice a Chiari
Settima Rassegna della microeditoria di Chiari
Il programma completo qui:
ore 17.00
sala dello zodiaco
“La poesia salva ancora la vita?”
ne discutono Gabriela Fantato, Luigi Cannillo, Gerardo Mastrullo
Leggono le loro poesie i poeti di La Vita Felice: Quito Chiantia, Mariolina De Angelis, Gabriela Fantato, Lucetta Frisa, Stefano Massari, Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli
Mariarita Stefanini, vedere e non capire
Mariarita Stefanini, DESERTO E SIAMO VIVI, La Vita Felice 2009
Si apre in un piazzale di sosta dell’autostrada questo libro, dove qualcuno viene guardato dormire, la notte, in un punto del suo viaggio. Questo qualcuno siamo noi tutti, che vediamo e non capiamo, perché la vita è estranea, abita i nostri corpi senza aver chiesto un consenso. Allora occorre un poeta, uno che riassuma nelle sue parole lo sguardo di tutti: “Vedi il loro tempo e nessuno sa/tranne te e il silenzio e le luci”, p. 9.
In questo sguardo che entra e esce dal mondo, dal sonno e dalla veglia dell’incoscienza, si situano le altre scene. La cartina di tornasole è il dolore e la coscienza del dolore, “quando sanguinare/ sembrerà il più alto desiderio umano”, p. 11. Ma non da soli, però; nella preghiera a qualcuno, piuttosto; nell’invocazione scarna.
“Anima mia,/non pretendere tutto questo./(…) lascia che trovi, aiutalo/a trovare”, p. 13.
Non è necessario approfondire. Ogni cosa, all’inizio, è già al lavoro per morire, per costruire un minimo senso: “Il tempo non è tempo. Questo/potrebbe essere l’eterno./Prendo una bottiglia d’acqua/perché hai sete./E’ semplice”, p.16.
La vita è già lì, è già fiorita, non dà tempo nemmeno per il compimento, in marcia di già, verso il suo disfacimento: “e dopo alcuni passi leggeri/mi atterra urgente e tragica/la vita”, p. 58.
Così la prima sequenza del libro è strutturata secondo un urgente desiderio di finire: “Tra poco cosa sarà il tuo essere te/il non essere che anima”, p. 38.
Poi, ancora, in un luogo di passaggio dove sfrecciano le macchine, scaraventate velocemente verso la loro fine, un oltre, nell’evanescenza dei fantasmi creati dal sole nel deserto. Quando “Il nostro tempo è finito (…) ci è data una vita soltanto e l’amaro del gioco (…)Il nostro tempo è un pedaggio al dolore. Al silenzio”, p. 38. Senza calcolo, previsione. Per inutile fatica.
Così, ogni tanto, la voce si aggrappa, chiede un sostegno, una consolazione, un colloquio con anima, con l’amato: “Portami lontano/se questo non è il mio vestito”, p. 45. La vita non rinuncia ad essere, a sognare la creazione delle sue forme incessanti. L’essere rimane lì, nel mistero della sua origine; pone domande senza risposta, contro le stelle. “Deserto, deserto e siamo vivi./Nulla scandisce il tempo/il battito è perfetto/come non ci fosse una fine./Deserto, deserto e siamo vivi”, p. 43.
Questo deserto è il mondo, palestra della parola e delle infinite forze che ci stringono alla gola, nell’apparenza della stasi, mentre invece tutto è in movimento, rovinoso, stelle contro stelle: “Corrono i venti, la notte a volte/(…) tu (…)non guardi la scia/del cosmo, la percorri”, p. 54.
Il nostro destino è capire rapidamente in questa forsennata corsa contro il tempo, contro la barriera dell’origine: non ci siamo ancora riusciti.
Sebastiano Aglieco
NELLA STORIA, un commento di Antonella Pizzo
Da: Sebastiano Aglieco, Nella Storia. Poema per una terra, Cagliari, Aìsara Edizioni, 2009.
Di questo libricino che porto in borsa da molti giorni e che tengo accanto a me da qualche tempo, mi impressiona prima di ogni cosa l’immagine di copertina (di Marina Girardi). L’immagine rappresenta un uomo anziano e curvo, un lavoratore, un artigiano che indossa una gonna, o meglio un camice da lavoro, un grembiule, un camiciotto color terra. Quest’uomo ha nelle mani un coltello con il quale taglia qualcosa che sembra un pane ma che ha il colore delle zolle di terra. Incide dunque l’uomo, lascia un segno, il coltello può essere anche un aratro che traccia un solco. La terra sembra arida ma l’uomo è concentrato e molto sicuro di sé, sa che il suo lavoro prima o poi porterà dei frutti, non andrà perso, che sia parola-segno , che sia parola-seme, a qualcosa porterà.
La raccolta inizia con il Poema per una terra, la terra in questione è la terra d’origine di Aglieco, la Sicilia, ma potrebbe essere la terra d’origine di ciascuno di noi. Ognuno di noi “ha” dei volti dimenticati, sono volti che non vediamo più, che crediamo di aver dimenticato ma sono sempre contenuti dentro noi, ci sono nomi che abbiamo pronunciato nel passato e che ora non pronunciamo più, ma nulla si perde e l’appartenenza resta. E’ questo secondo me il senso di questa prima parte della raccolta, una appartenenza che forse è inganno “Ingannati solo/dall’essere appartenuti/a un fazzoletto di sangue” che forse è diaspora voluta ma dolente “una pietà sottratta, una diaspora/ma so che giungerei in questa piazza/in questo reliquiario di Sicilia/dove niente cambia” e ancora “ A voi ho chiesto la diaspora/un’esclusione senza remore e/senza conforto” .
Continua la raccolta con “Oriente prossimo venturo” poesie che, come dice lo stesso autore nelle note: “sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoglavia … il poemetto descrive mentalmente scene di quella tragedia” E di poesie tragiche infatti si tratta, del dolore e del sangue versato, dei fratelli uccisi e di bambini trucidati come agnelli. E se l’appartenenza ad una terra matrigna, immutabile come la Sicilia non è stata capace di trattenere i propri figli costringendoli alla diaspora, se è stata causa di una nostalgia quasi di dolore malinconico sembra, tutto sommato, contenibile; qui, invece, è assolutamente una vergogna “io mi vergogno/d’essere appartenuto a questa razza” ed è incontenibile, come è incontenibile la visone degli orrori della guerra “E se tu eri la mia donna/adesso sei un ginepraio funesto/ e i miei occhi non ti possono contenere”.
C’è la terra e c’è la storia, e siamo tutti “Nella storia”, che è anche il titolo della terza parte della raccolta e soprattutto è il titolo dell’intera raccolta.
Alla storia tutti apparteniamo, e alla parola.
Sì, eccomi sono qui, e il sì deve essere incondizionato.
“Chi dice sì alla storia deve accettare un taglio/un andare e venire”
La storia è la parola, il senso d’appartenenza che prima non mi era chiaro ora forse mi si apre.
Appartenere è sradicarsi, è togliere, dire sì alla storia è dire sì alla poesia.
Voce, fratello mio concluso
appartenere è sradicarsi
togliere fino a vederti
lasciarti respirare in una bocca
E’ la poesia e qui di poesia si parla, quella di Aglieco in particolare che turba per la profondità e la leggerezza come quando la terra è rivoltata e le zolle prendono aria e camminando ci affondano i piedi dentro, ma non ci sporchiamo, anche se la terra è ricca di humus che si è formato in secoli e secoli da materiale vivo andato in decomposizione, è soffice, è pulita, è sincera, è vera, è viva, come i suoi versi, cedevoli, sussurrati, mai fuori le righe, mai gridati, sempre composti.
Cito per completezza e notizia le ultime due sezioni della raccolta: “Luce bassa” e Verso voi” , composte rispettivamente da 10 e 6 poesie. Volti, bambini, mani, poesie, visoni, letteratura, case, paesaggi, sogni, valigie, caramelle, stanze vuote, attese, fotogrammi, epigrammi, voci…preghiere, fratelli, fratello, fratellanza…
La poesia di Aglieco è così intrisa di immagini, di luoghi, di cose, di persone, di senso e significato che è impossibile “contenerla” in uno spazio angusto come questa pagina, e mi è impossibile dirvene compiutamente perché ogni pagina, ogni verso meriterebbe una riflessione, mi limito quindi a invitarvi alla lettura.
antonella pizzo
DELLEALI, LEGGII SENSIBILI
6 VENERDÌ – 7 SABATO – 8 DOMENICA
associazione culturale delleAli
nell’ambito di TEXTURA
con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Fondazione Cariplo
CONTAMINAZIONI 0910
rassegna di teatro di ricerca
delleAli
LEGGII SENSIBILI
una mostra, un’installazione, un’esposizione … una performance
la voce del corpo Antonello Cassinotti
i corpi della voce Marina Rossi, Rosita Mariani, Cristina Negro e …
6 venerdì 17.00/21.00 apertura mostra / ore 18.30 inaugurazione con performance
7 sabato 10.00/13.00 – 15.00/22.00 apertura mostra / 17.00 e 21.00 performance
8 domenica 10.00/13.00 – 15.00/19.00 apertura mostra / 17.00 performance
Villa Sottocasa, via Vittorio Emanuele 53
ingresso libero
info: promo@delleali.it – www.delleali.it
BANDO DI CONCORSO
“POETI E SCRITTORI IN LOMBARDIA – 50&PIU’ FENACOM PER LA CULTURA”
Art.1 – L’associazione Fenacom 50Πù’ Fenacom Milano, bandisce la Prima edizione del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura”. Il Premio è riservato a coloro che abbiano compiuto 50 anni di età e risiedano sul territorio della Regione Lombardia.
Art.2 – Il Premio, per quanto attiene alla sezione “poesia” è destinato a una lirica inedita, in lingua italiana, di non oltre 40 versi, senza vincolo di tema o di forma metrica. Il Premio, per quanto attiene alla sezione “prosa” è destinato ad un elaborato inedito, in lingua italiana, di non oltre 5600 (cinquemilaseicento) battute in corpo 14, spazi inclusi. Il Premio prevede per ciascuna sezione un primo, un secondo e un terzo classificato. Non sono previsti vincitori ex aequo. Al primo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al primo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Art.3 – Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione poesia, cinque copie della propria lirica, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6. Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione prosa, cinque copie del proprio elaborato, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6
Art.4 – Non si accettano lavori scritti a mano o inviati via e-mail.
Art.5 – Gli elaborati pervenuti non saranno restituiti.
Art.6 – Unitamente alle opere, ogni concorrente, tanto della sezione poesia quanto della sezione prosa, dovrà allegare su foglio a parte la seguente dichiarazione firmata: “Dichiaro che gli elaborati da me presentati al Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura” sono frutto della mia creazione personale, inediti, non premiati ad altri concorsi. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge”.
Art.7 Gli elaborati di entrambe le sezioni dovranno pervenire entro il 10 dicembre 2009 (farà fede la data del timbro postale) al seguente indirizzo: “Poeti e Scrittori in Lombardia , Ufficio Stampa dell’Unione del Commercio –Segreteria del Premio, Corso Venezia 47/49 20121 Milano, (telefono 027750222).
Art.8 – Le decisioni della Giuria del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50Πù Fenacom per la Cultura”, composta da Filippo Ravizza (presidente), Sebastiano Aglieco, Mauro Germani, sono inappellabili.
Art.9 – La premiazione avverrà nel corso di una manifestazione che si svolgerà presso l’Unione del Commercio di Milano e Provincia, in Corso Venezia 47/49, il giorno 25 del mese di gennaio dell’anno 2010 alle ore 16, alla quale saranno invitati tutti i partecipanti al concorso, nonché tutti coloro che, amici e/o familiari dei concorrenti, vorranno essere presenti.
Art.10 – Le sei opere complessivamente vincitrici nelle due sezioni poesia e prosa, verranno pubblicate nell’ambito di un ampio servizio sul premio sulla rivista 50Πù.
Art.11 – L’adesione al premio è gratuita e implica l’accettazione di tutte le norme contenute nel presente regolamento.
PER FABIO FRANZIN E I SUOI OPERAI
Fabio Franzin, FABRICA, Atelier 2009
Non ho avuto un padre operaio. Mio padre, i miei zii, quasi tutti gli abitanti del mio paese, erano braccianti agricoli: termine palese, per dire delle braccia e di ciò che è loro richiesto.
Così la mia infanzia e la mia adolescenza sono state costellate dalla ricorrenza di un lavoro che si trovava ai tempi del raccolto e della semina, quando i padroni, piccoli o grandi, spesso si rivolgevano alla piazza piuttosto che agli uffici di collocamento.
I ragazzi che “non volevano” la scuola andavano a bottega, assai spesso si facevano garzoni per imparare la dura arte del muratore e del meccanico. Già da piccoli, appena prima o appena dopo la terza media.
Poi c’era la strada del profondo Nord, la piccola e scomoda carriera militare, la malinconia e la reverie dei treni, l’invidia per chi se ne andava, per chi era riuscito a tracciarsi l’idea di un possibile futuro.
Nello sfondo del paese: la parrocchia e il circolo degli operai, la malinconia di chi restava col sentimento dell’inutilità, e la caparbietà di chi proseguiva e si anneriva con dignità nelle campagne, o con rassegnazione, sulle panchine della piazza, a montare e smontare motorini, a esibire piccole e grandi libertà, piccole e grandi idee di una rivoluzione impossibile e idealizzata.
Gli operai erano lontani, a Gela, ad Augusta, alla Sincat. Quelli erano i privilegiati, possessori di posti fissi ottenuti chissà come, tolti alla campagna e perfino all’handicap mentale della pastorizia e del piccolo crimine. E infine l’aspirazione a un posto fisso, negli uffici pubblici: un sogno al quale si poteva accedere solo attraverso una raccomandazione. Le raccomandazioni c’erano veramente, e palesi, altro che frottole!
Non ho respirato, da ragazzo, l’odore delle grandi lotte sociali. Le lotte operaie c’erano già state, ad Avola; i braccianti avevano alzato la voce, avevano preso le botte. E poi si diceva che i comunisti adocchiassero gli adolescenti, si diceva che li strumentalizzassero. I tazzibbau al circolo degli operai li ho preparati anch’io, in un breve periodo della mia vita da adolescente, un anno in cui la ricerca di un pensiero proprio venne scambiato per inutile idealismo. “Ma chi te lo fa fare, lascia perdere, pensa alla tua vita! Non farti nemici. Prima o poi avrai bisogno anche tu…”
Seguì la fuga nel profondo Nord, più immaginato che reale. Lasciavo un luogo che non è cambiato: il circolo del partito comunista simile a un ritrovo di vecchietti; la parrocchia; discorsi impegnati sulle panchine della piazza, voglia di fuga, strazio adolescenziale.
Gli operai erano ad Augusta, a Priolo, a Gela. Non li vedevamo. Li leggevamo sui giornali, soprattutto quando scoppiava qualche cisterna e i fumi arrivavano a Siracusa, e si diceva di malattie, di metamorfosi del corpo. Noi sapevamo, piuttosto, della fatica della campagna, del sole che bruciava la schiena, della vergogna di non sentirsi all’altezza delle donne che entravano nelle serre a quaranta gradi e ne uscivano come madonne straziate da un calvario, nere come carbone. Questo dolore, questo peso della vita, questa grande dignità, me li ricordo. Sono valori che ho avuto la fortuna di respirare. Ero studente con le mani nella terra – un rapporto che ho sempre mantenuto ancora ora – il dolore di sentirsi fuori dal tempo circolare delle stagioni, di abitare una consapevolezza lontana e crudele, lontana dalla Comunità.
Gli operai sono sempre rimasti in un orizzonte culturale, piuttosto che nella vicinanza del capire.
Dico questo per un fatto molto semplice:
per parlare del dolore bisogna aver provato dolore
per parlare della lotta bisogna aver lottato
per parlare della rabbia bisogna essere stati arrabbiati
per parlare degli operai bisogna essere o essere stati operai.
Io non potrei. Non mi permetterei.
L’operaio poeta Fabio Franzin, operaio per necessità di sopravvivenza, parla da dentro per testimonianza, ma anche per necessità. Lui lo può fare, i poeti che fanno la cronaca no. Per questa necessità le sue parole trovano un ritmo naturale, una cadenza che non ha niente di manieristico e che ci fa ascoltare il racconto, ci fa vedere le immagini degli interni; al principio con una forte connotazione sinestetica, poi col cipiglio della polemica, necessaria polemica, e della sconfitta.
Chi è passato a Sesto Marelli, tutte le mattine, per anni, e ha assistito allo smantellamento delle grandi acciaierie, fino alla creazione dei centri commerciali della modernità e dei casermoni lussuosi per ricchi, forse ha provato, come me, l’impressione di un cambiamento epocale, di senso delle cose. Noi non possiamo veramente sapere, noi che abbiamo assistito senza conoscere. Noi possiamo, però, e dobbiamo, ascoltare chi ha buttato sudore dentro quegli spazi, chi, per sopravvivere agli ingranaggi, ha dovuto usare la forza dell’arte per raccontare e raccontarsi. Io posso dire dell’angoscia di andare a prendere qualcuno a mezzanotte, imprigionato in un magazzino a incassettare verdure; dei miei studi interrotti per senso di colpa e debolezza, di un mondo perduto per sempre, già a 25 anni, e ancora perduto, doloroso, che affiora ogni tanto dalle macerie di ciò che non abbiamo potuto realizzare fino in fondo e che mai splende limpido, se non in qualche ricordo dell’infanzia dove i grandi non potevano entrare.
Non conosco, non ho conosciuto gli operai. I contadini sì, la loro pesantezza, la loro testa diversa dalla mia. Ma forse, contadini e operai sono stati accomunati dallo stesso destino della scomparsa di un mondo, certo crudele, ma forse ancora vivo, fatto di cose che si devono fare e dire per necessità, una necessità che accomuna chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta, chi subisce contro chi ferisce. Mangiare un pezzo di pane e un’insalata appena strappata alla terra, dopo la fatica, in cerchio: questo sì che me lo ricordo bene.
Sebastiano Aglieco
*
Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica
guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate
con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti
da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola
guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.
Si sta lì, tutti uniti,
sì, ma perché tocca, più
che altro, appesi tutti
alla catena del bisogno,
finchè tiene.
Un po’ come quei carrelli
uniti fra loro
fuori dai supermarket:
poi giunge un padrone nuovo,
spinge un euro dentro
il tuo taschino, e ti porta
via con lui; contento di te
ti riempie, ti colpa
di cose e regali. Poi – lo
lo comprendi solo alla fine del suo
percorso – le svuota tutte
nel baule della sua auto, quelle cose,
fra i suoi ferretti in croce
rimane solo un sacchetto
di noccioline, dimenticato
lì, forse per sbaglio. Quando
ti riaggancia al tuo
lucchetto, hanno spento le luci;
rimani lì, legato ben stretto
a fratelli che non conosci.
Un mondo intero stipato
nei dieci metri
quadrati di un reparto,
di tutte le sue razze,
di tutte le sue religioni:slavi
e indiani, rumeni e neri,
atei e cristiani, mussulmani
o testimoni di Geova, del demonio
della fame o del dio denaro,
tutti mescolati, così, tutti
già un po’ fratelli
fra di loro, lì, tutti stretti
ad annusarsi l’odore delle scoregge,
il tanfo del sudore, a capirsi a moti,
con gli sguardi, a confutare certe
assurde idee sull’imprimatur
di un popolo, lì, tutti uguali (e compagni d’avventura) ora,
che tanto sotto i guanti di lattice
non lo si scorge più il colore
della pelle, a pisciare, un bianco
e un nero accanto, all’orinatoio,
a passarsi l’un l’altro
un sorriso esausto, una chiave
inglese, a farsi passare quel
tempo sottratto, contare le spese.
(il testo originale è scritto in dialetto. Riporto qui solo la traduzione dello stesso autore)
Musica, pittura e poesia
Mercoledì 4 novembre
alla Galleria SINISCALCO Arte,
in via Friuli, 34
alle 18,00
leggono i propri versi
Gabriela Fantato
Sebastiano Aglieco
Patrizia Puleio
In corso mostra collettiva
Alcuni musicisti, tra cui Adalberto Borioli, intervengono con brani di musica classica.
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