Antonio Lanza su COMPITU RE VIVI

È un libro che per ampi tratti affronta il tema della madre, questo “Compitu re vivi” (Il dovere dei vivi) del siracusano Sebastiano Aglieco che, come a volte accade quando un poeta si trova a dover scendere nel buio di un sentimento così ancestrale e complesso, decide di usare la lingua più prossima alla sfera degli affetti: il siciliano. Questa scelta assume ancora più rilevanza e significato per un poeta come Aglieco che ha lasciato la Sicilia e la sua Sortino a ventiquattro anni, nel 1985, per Monza, città «dove non ha messo mai radici».
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Premio Ceppo 2015

Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi (ed. Il Ponte del Sale, 2013)

Premio Ceppo 2015

Motivazione di Milo De Angelis

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Tinte accese e vampate di colore percorrono le pagine di Compitu re vivi. Attraverso archetipi potenti – i bambini, il sangue, i morti, il padre – Sebastiano Aglieco compie il suo grande viaggio nelle profondità dell’anima. Condanna e salvezza, patto e tradimento, innocenza e scandalo: gli opposti combattono una lotta mortale e ci immergono in un mondo abitato dal mistero, un purgatorio dove tutto viene espiato. Un purgatorio che non è quello dantesco e non conosce le penombre dei regni sotterrerai. E’ un purgatorio terrestre e mediterraneo, affollato di corpi, piante e animali vivissimi e percorso da contrasti feroci: sole implacabile e buio vertiginoso, colpa estrema e puro canto, colpa che può redimersi solo nel canto. E forse è proprio questo difficile canto il compitu re vivi, il dovere dei vivi.

Non è una poesia dell’essere e nemmeno una poesia del divenire. E’ una poesia dell’accadere. Epifanie, apparizioni, fantasmi, vecchi, bambini, figure che all’improvviso si manifestano. Domina il senso del pericolo e la sua presenza fisica (come una belva che respira nell’angolo a sinistra dell’armadio: na bbestia raggiàta rispiràva/supra u cantùni a mmànca ra muàrra), ma anche il senso di una rivelazione imminente. Gli animali stessi vengono sentiti come creature dotate di sapienza e hanno una duplice funzione: quella di sbarrare la via o quella di indicarla. Dipende da come ci rivolgiamo a loro, dalla lingua in cui li interroghiamo.

Ed ecco emergere così il motivo centrale di questa poesia, che è la potenza del nome. Il nome può
divorare (i nnomi s’ammùccunu cu chiama) e pretende da noi un’estrema precisione. Il bene è questa parola precisata: da una parte l’esatta pronuncia del dettato e dall’altra l’esatta trascrizione. La poesia stessa avviene in un regime di massima sorveglianza. Questa forse – ci ripete Aglieco, che è maestro di scuola elementare e del suo lavoro ha fatto un sacro dovere – è la cosa più importante che dobbiamo insegnare ai bambini e alle persone amate. E ripetere senza sosta a noi stessi.

Milo De Angelis