Interventi critici in generale sulla mia poesia

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Sebastiano Aglieco: Il sacro, la poesia e la realtà (cronaca poetica: 2003-2009)

di Riccardo Raimondo

Cercherò in questa sede di comporre una cronaca della poetica di Sebastiano Aglieco dal 2003 al 2009, attraverso le tre raccolte – se così possiamo dire – della maturità. Tralascio in questa sede l’analisi della sua poesia giovanile (Minime, 1985) e il “blocco” delle raccolte anteriori al 2003 (Grandi frammenti 1995, Le colonne d’Ercole1996, La tua voce 1997).

Mi preme puntualizzare che    poiché le date di composizione delle poesie non corrispondono esattamente agli anni appena precedenti la pubblicazione delle raccolte  il percorso che ho tracciato non è cronologico. Un simile lavoro avrebbe richiesto maggiore studio, tempo e attenzione.

Tuttavia, la coerenza tematica delle raccolte permette una distinzione, non già di periodi, ma di momenti poetici. Dunque questo tentativo d’analisi non ha altra ambizione che una comparazione tipologica.

Le raccolte sono state recensite in ordine di pubblicazione (rispettivamente nel 2003, 2006 e 2009) in considerazione del fatto che, in queste date, quantomeno, è avvenuto un lavoro di revisione e riorganizzazione.

Giornata (La vita felice 2003).  Le date di composizione vanno dal 1995 al 1998.

«Dalla luce netta della Sicilia al velo di nebbia sul parco di Monza si distende la poesia di Sebastiano Aglieco: siracusano, uomo solitario, concentrato, teso a uno scavo incessante nell’oscuro» – così Milo De Angelis, nella sua prefazione a Giornata (La vita felice 2003), descrive il poeta.

«Ora verrà il giorno, e resteremo qui, nella macchina, a pensare al Nord, ti vedrò nelle cartoline, il viso senza quella fanciullezza che ci ha fregati, finalmente in faccia ai potenti, padrone della nostra memoria, di questo essere qui; fatti valere, devi essere poeta grande, in faccia ai potenti, sì, in faccia ai potenti» – sono parole forti, parole in prosa (un intimissimo manifesto?), dalla sezione Vie della spidduta.

La condizione sociale e geografica deve aver avuto un peso rilevante nella sua esperienza creativa, ma Aglieco mi pare esprima in questa raccolta qualcosa di più dell’uomo sociale. Non è una poesia impegnata questa. È piuttosto un tentativo di riversare l’impegno poetico in ogni aspetto della vita. È un pegno, questo del poeta, una poesia-pegno, una «offerta», come accenneremo tra poco.

Questa apertura alla realtà, così drammatica e combattuta – dove il poeta si sente «in stato di assedio» – si capovolge quando indaghiamo il suo rapporto diretto con la Parola: «le parole non nascono veramente / aspettano solamente / sono tutte nel mondo».

Lì dove accogliere la realtà è faticoso, rovinoso (!), invece accogliere la Parola (anzi «le parole»), è un processo mistico, un’ascesi creativa che, in parte, redime il dolore del poeta di fronte alla Storia.

In questo senso mi trovo in disaccordo con Milo De Angelis quando parla di un «faticoso ingresso nella parola». Mi pare invece che per Aglieco accogliere la parola sia facile e catartico nell’esperienza di questa raccolta, e che il «faticoso ingresso» sia, piuttosto, da riferirsi alla Realtà. Anzi, dico di più, spesso la dimensione poetica diventa un rifugio, un nascondiglio, una liberazione dagli inganni del mondo. Fino al punto che la poesia si sostituisce alla vita stessa: «Ora sei il poema di me / vita finalmente libera / sei questo pensiero che ho sognato in segreto / il più debole e puro / che non ho realizzato: / essere prova di sé / nell’inganno del mondo / o nella sua salvezza».

Dunque troviamo una contrapposizione fortissima poesia/realtà che si approfondisce anche in un’altra antitesi, tempo dell’anima/tempo quotidiano: «A voi poeti, “fratelli”, offro una porta / chiusa, la bocca chiusa; / nient’altro, in questo / falso tempo quotidiano, / tutto il pensiero è altrove».

«Solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi in cui regna un silenzio assordante» – scrive Milan Kundera, ne La vita è altrove.

In Aglieco mi pare scorgere un atteggiamento speculare. Il «silenzio» della sua «bocca chiusa» non è «assordante», ma è «una porta» offerta in pegno, in virtù di una “fratellanza”.

Troviamo spesso una dimensione quasi-religiosa della poesia, una visione certamente “ascetica”, ma di un asceta-metropolitano: ecco l’ «uomo solitario, concentrato, teso a uno scavo incessante nell’oscuro» di cui scrive De Angelis!

Ed ecco che, delle volte, questo «scavo incessante» diventa preghiera: «Dio della voce, ora calmaci / prepara la giornata nella sua misura difficile / borsa e pennino verso i bambini. / Fa che ci sveli il tempo / registro dove attestammo il buono e il cattivo / la bugia del dovere / il compito ancora nel suo compimento».

● Dolore della casa (Il ponte del sale 2006).  Le date di composizione vanno dal 1996 al 2004.

Nella prima pagina leggiamo una citazione da I sonetti a Orfeo di Rilke: «Dov’è la sua morte? Forse questo motivo / troverai, prima che il tuo canto si consumi? – / E da me dove sprofonda?».

«Più grande il tuo corpo / – tu, piccola, assente / madre bambina / tornata nel tuo ventre » – si apre così, alla pagina successiva, la raccolta Dolore della casa (Il ponte del sale 2006), con questa dolcissima meditazione su Maria Vergine.

Subito capiamo che abbiamo a che fare con un messaggio. Il poeta vuole dirci qualcosa: Aglieco tesse in questa raccolta una lunghissima meditazione religiosa, un canto di preghiera, con una particolare attenzione ai temi dell’infanzia, della purezza dell’infanzia, e della morte: «I bambini si mangiano la morte».

Sembra di rileggere un altro Rilke, quello delle Elegie Duinesi: «Chi può mostrare un bambino com’è veramente? Chi lo può / porre nella costellazione e dargli la misura della distanza / nella sua mano? Chi può plasmare la morte del bimbo / nel pane grigio che indurisce – o lasciarla a lui / nella bocca rotonda, come il torsolo / di una mela matura? …È facile comprendere / gli assassini. Ma questo: la morte, / la morte intera, ancor prima della vita, / contenerla con dolcezza, senza essere malvagi, / questo è indescrivibile» (Elegie duinesi, IV, trad. di Franco Rella).

C’è da dire che, in linea di massima, per la data di composizione, le poesie di questa raccolta sono quelle che più facilmente possono essere inserite in un percorso di evoluzione cronologica rispetto a quelle di Giornata.

Le opposizioni poesia/realtàtempo dell’anima/tempo reale, si elevano in sistemi più sottili e personali. La tensione teologica è fortissima: infanzia/realtàpurezza/morte. Aglieco cerca un “nuovo” tempo. Potremmo dire: un tempo della sintesi:

«Piove, piove, piove / devo tornare a casa / fermare la tua immagine distanziata / in un colore freddo della non-memoria / dove tutto è contenuto in un altro tempo / un tempo più pulito e più sincero / riaperto alle mani al mondo dei bambini».

A questo “nuovo” tempo, il poeta tenta un approdo. E, anche, osa dire coraggiosamente: «si sta bene qui / sono basse le vostre parole / addomesticate».

È il segno di una poesia che avanza inesorabilmente in un cammino di trascendenza dalla realtà. Una poesia che non vuole ripiegare nel soggettivismo, e si ri-scopre nel Sacro.

Nell’approccio alla parola, troviamo dei cambiamenti da quell’ascesi verace, quella meditazione selvatica, spontanea, di Giornata. Il ricordo di un approccio più facile e più naturale alla parola, sembra riecheggiare in certi versi: «Sempre in me, avventuriero della parola / ho accolto un dio […] Ho atteso una meta, una parola definitiva. / Ma la mia terra è il mare / e il mare ha sponde tenebrose / anfratti in cui si perde l’ora / e il tempo non consola».

Questo «avventuriero della parola», dunque, è adesso un esule.

Con questo inciso si apre la sezione Dolore della casa, che dà il nome alla raccolta: «Volevo parole semplici per il dolore / un gesto finalmente restituito al suo perdono / ma ho separato la parola da quella nostra preghiera / e la nave si è impigliata in una secca. / Pago con questo allontanamento dalla casa / verso acque amare».

Lo stesso anno per Mondadori esce Remi in barca di Luciano Erba. E mi pare di percepire un simile modo di esprimere la stessa malinconia, la malinconia del poeta che non riesce ad accordarsi con la propria ispirazione: «A sera il poeta siede stanco / l’infinito lo strazia alla finestra / l’inchiostro di asciuga sulla penna / il foglio è bianco» (L.E.).

Il rapporto con la Parola, come nelle altre due raccolte, resta comunque e sempre nella dimensione del Sacro e, qui, prende quasi la forma di un esercizio spirituale: «Difficile è catturare la luce / per fermare una parola […] Parole di questa certezza così / vane, come posso proteggervi / come posso spogliarvi da me, poeta?».

La raccolta si chiude con la sezione Dominio dell’acqua, dove questo “esercizio” tutto teso al “dominio della parola” diventa meccanica del verso, grammatica dello spirito:

Nella poesia Costruzione del paesaggio scrive: «Dobbiamo sottrarre le linee e giungere all’inizio, quando il progetto era solo un’idea, non sarà diverso, sai, da un paesaggio cancellato dopo la tempesta. Quando tutto era appena pronunciato».

● Nella storia (Aìsara 2009). Le date di composizione vanno da aprile a luglio 1994 circa.

La prima cosa che ho notato leggendo Giornata e Dolore della casa è una quasi totale mancanza della dimensione del corpo, della realtà del corpo.

In Nella storia (Aisara 2009) assistiamo a qualcosa d’opposto: è come se tutte le istanze della sua poetica avessero trovato qui una dimensione, appunto,corporale – intendendo con questo una forma sensoriale, materica: «Il paesaggio si dilata nella / carne».

Nella nota di chiusura alla silloge, Aglieco scrive: «Queste poesie sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoslavia […] Ma devono molto anche a un’altra terra, la Sicilia, nella distanza incolmabile dei visi e dei luoghi che si perdono […]», e poi, anche, c’è «uno stesso modo di sentire, sempre un’eco antica nella voce». Dunque è un tema tragico, quello della guerra, a cui Aglieco decide di dedicare l’ispirazione di una «antica voce».

Così leggiamo nell’inciso d’apertura della sezione Oriente prossimo venturo: «Noi siamo venuti a dirvi la follia / noi, i guitti di un pensiero all’osso / il dolore si forma nelle poche memorie / mai mostràti così, / mai in questa carne così evidenti / eppure noi sappiamo che un gesto / è la ferita che la parola non dice».

Ma la guerra è anche il pretesto per parlare di un’altra frattura, di un’altra ferita – quella di una generazione che ha creduto «che si potesse essere fratelli, noi / figli di un sessantuno / con la testa nell’acquario / e il cuore nel sagittario […] Poi si ritorna ancora soli».

Ancora una volta però sarebbe riduttivo soffermarci sulla dimensione dell‘uomo sociale. C’è ovviamente qualcosa di più.

Aglieco ritrova «nella storia» la metafora vivente delle proprie intime fratture, e cerca in sé i simboli universali che descrivono le sorti della Storia: «Eri quel viso che non si accontentava / quel lamento di agnelli / nella nostra guerra quotidiana».

La descrizione dell’efferatezza della guerra e la conseguente riflessione del poeta rievocano la poesia Uomo del mio tempo di Salvatore Quasimodo («sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo»). Nella poesiaLa giustizia del coltello Aglieco scrive: «Il pane era nero come i confini / liberi da ogni convenzione / e da ogni giuramento / il fuoco sbranava le piccole cose / ci riduceva nei secondi di una razza / cammino a ritroso verso l’origine […] I treni portavano la beffa di una canzone / chist’è ‘o paese d”o sole, / chist’è ‘o paese d’ammore / e io non so più / quale sputo avrei dedicato / ai poeti, al destino e alla poesia».

Il drama della guerra trasmette le sue vibrazioni persino nel rapporto metafisico che il poeta sente di avere con quegli stessi “fratelli” a cui, in Giornata, offre «una porta». Persino nel rapporto con la poesia: «Le parole in bilico / si fermano nella nostra mano / e a malapena le possiamo contenere», «Pagheremo lo sconforto ai vivi / e le parole si ammutineranno».

Qui siamo lontani dalla fuga (un po’ ironica, un po’ malinconica) della poesia-scoiattolo di Luciano Erba, dalla tristezza dello stesso Aglieco che, in Dolore della casa, s’interroga sulla difficoltà di un’ispirazione faticosa, sul dolore di un «avventuriero della parola» alla deriva e in cerca di un ritorno.

Qui la frattura sembra irrecuperabile. Più che una ferita, potrei dire che Aglieco descrive poeticamente una perdita, una perdita definitiva, del contatto con la Parola, con l’origine. Una perdita di «Uomini contusi nella Storia». Una perdita che nei versi posteriori, come abbiamo letto, tenterà di colmare.

Ancora un volta tutto questo non manca d’avere un’implicazione religiosa, e una conseguenza addirittura escatologica («Noi saremo giudicati per / il tempo che la parola si è fermata»), nonché il senso di una redenzione («Coltivare il senso / di questo sacrificio immane / il sole persiste nel fiato / la notte nel segno che si fa scrittura»).

● Conclusione

Le istanze poetiche di Aglieco in Giornata e Dolore della casa sono le coordinate di un percorso creativo e spirituale individuale (le opposizioni poesia/realtàtempo dell’anima/tempo reale).

Quelle stesse istanze, in Nella Storia, diventano in prima analisi un sostegno alla cronaca della guerra in Iugoslavia; in secondo luogo, con maggiore approfondimento, esprimendo il rapporto lacerato poeta-parola e l’inquietudine metafisica del singolo, hanno il ruolo di misuratori sintomatici dello spirito dei tempi – dei drammi e delle ferite della Storia. La poesia è una cassa di risonanza della Storia e s’inserisce in un dinamicissimo dialogo fra microcosmo e macrocosmo.

Una cosa è importante ribadire: che l’evoluzione poetica di Aglieco – come lui stesso dichiara – non segue un tempo cronologico, ma si misura attraverso una cadenza interiore. La sua poesia subisce i corsi e ricorsi di un tempo personalissimo: l’ispirazione non teme di tornare sui vecchi passi quando le è più consono, preferendo spesso a un tempo lineare un altro spiraliforme.

Così a dettare gli orientamenti della poetica di Aglieco sono le tematiche, i luoghi e i momenti dello spirito – più che iperiodi di un’evoluzione stilistica.

Forse troviamo nella sua opera il difetto di una forte disorganicità all’interno delle singole poesie, troviamo la fretta di salti logici repentini, di iperboli vertiginose, che sembrano dare ai testi la forma di una miscellanea diaristica. Tuttavia questo difetto valorizza la dimensione intimissima della poesia di Aglieco che mai cade nel soggettivismo autoreferenziale, ed è sempre mossa (scossa!) da fortissimi concetti propulsori.

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GLI OCCHI

Sebastiano Aglieco

di Fernanda Ferrarosso

Gli occhi, quante volte li ho tenuti spalancati, mentre avrebbero voluto chiudersi. Accompagnavo i miei genitori al treno. Ogni volta era di notte che partivano. La stazione, il luogo più deserto che conoscessi in quel periodo, la sentivo come la cosa più ostile e invece, già da quel tempo, mi insegnava ciò che è il senso del congedo, del buio, del vedere e del ri-conoscere. Ero tutt’o(re)cchi, quelle notti:volevo salvare in me la voce e il volto dei miei genitori che poi, per lunghissimi mesi, non avrei più rivisto né sentito, se non attraverso la parola scritta, versando in quell’inchiostro, segreto il nostro essere appartenenti ad un unico luogo, una casa che non ha pareti e non è domestica, ma vive in corpo, vive del corpo ed è ampia e profonda quanto un cielo stellato, non si ferma ai confini di nessuna nazione, non ha altra misura che l’ascolto. Questi versi mi hanno riportato quelle notti, spesso freddissime, poco prima dell’alba, quando ancora il buio, nel suo persistere in terra, sembra aumentare la percezione di ogni cosa e fa sentire che nulla è fuori da quell’immenso, ventre-ventricolo che ha un battito forte, più di ogni altra parola. ( f.f. 23 ottobre 2009)

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LE PAROLE DISABITATE

Antologia del 4° Premio

MezzagoArte 2010

Le Voci della Luna

Sasso Marconi, 2010

Giunto alla quarta edizione, il premio trova nella pubblicazione dell’antologia il suo momento centrale, e, per il lettore, la sua verità di verifica. (…)

…Ma la vera, e quarta, peculiarità del Premio MezzagoArte, e della correlativa antologia, è rappresentata dalla presenza dei neodialettali, e dalla particolare cura nella selezione e nella proposta. Intanto, è risultato, direi anche a sorpresa, vincitore Sebastiano Aglieco, nome molto noto tra gli addetti ai lavori, per essere un fine saggista, presente su varie riviste, per aver dato alle stampe vari lavori di critica, e diverse raccolte di versi in lingua (La vita felice, Il Ponte del sale): qui ora nella insolita e felice veste di autore neodialettale, dopo il recupero della lingua d’origine, il siciliano nella sua varietà siracusana di Sortino, passata al setaccio di una vasta cultura, anche della storia dell’arte, e tesa espressionisticamente, come sottolinea Fabrizio Bianchi nella nota critica, a una rappresentazione anche linguistica dell’irruzione della violenza e, al contempo, del sacro, sulla scena del mondo; quasi una sapiente lettura di tre ‘quadri’: un San Sebastiano, un San Giovanni Battista nel Tondo Doni, e una Madre Nera; lingua dell’oralità veicolante lingua della cultura, religiosità popolare quale via d’accesso a una dimensione religiosa altissima, di matrice sacroscritturale. Una bellissima scoperta questi versi siracusani, anche se qua e là, interpunzioni e segni diacritici andrebbero puntualizzati.

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Sebastiano Aglieco, poesia inedita “La resa delle foglie”, con una nota di Marco Furia

finalista al premio Montano 2011

La lingua delle foglie

Con “La resa delle foglie”, Sebastiano Aglieco presenta una composizione in cui elementi tratti dall’ambiente naturale si connettono alla sua stessa vita: il verso

“Se potessi fermare il vento con le mie parole”

pare emblematico.

Il poeta ipotizza addirittura di riuscire a trattenere il vento con le sue parole, ossia di poter adoperare con profitto lo strumento linguistico oltre la dimensione umana, in maniera semplice, diretta, non per via di scienza e tecnica.

Questo è il punto.

Perché gli alberi, gli uccelli, le nuvole sono insensibili al nostro idioma? Perché non parlano?

E’ banale rispondere che la lingua, tipica dell’uomo, estende le sue facoltà, in maniera ridotta, ad alcuni animali domestici o addomesticati: è banale, senza dubbio, ma proprio su questo il Nostro s’interroga.

Certi mutismi a lui dicono qualcosa.

Dicono, se non altro, delle vicende di un’umanità che accanto al mondo pone modelli, schemi, paradigmi, in maniera incessante, talvolta perfino eccessiva, dicono, insomma, di un ambiente dal quale non siamo separati da rigidi confini:

“Le nuvole calme vedono il mio quaderno”.

Le “foglie”, così, sono “sorelle” imploranti un perdono dovuto perché l’empatia o, meglio, la compassione coinvolge ogni aspetto dell’esistente accomunando in una visione generale noi stessi e tutto quanto ci circonda.

Con pronunce chiare, articolate in cadenze la cui musicalità pare a tratti celarsi in una sorta d’espressionismo sonoro implicito ma efficace (“rimanere tra una pausa e / il canto della voce oscura!”), non alieno da propensioni descrittive né da improvvisi impulsi visionari trattenuti entro trame poetiche coerenti, Sebastiano Aglieco mostra come un intenso desiderio, pur consapevole dei propri enigmatici aspetti, possa continuare a sussistere in maniera proficua.

L’enigma può essere d’aiuto, davvero.

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Un resoconto critico è presente in SENZA RIPARO, di Stefano Guglielmin, La Vita Felice 2009

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Ritirare il soggetto. Poetica da una poesia in Sebastiano Aglieco
di Paolo Donini

si trova in SAMGHA

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Rosa Salvia

La poesia di Sebastiano Aglieco

in Poesia 2.0
In questa mia avventura nella poesia di Sebastiano Aglieco che si snoda dalle sofferte radici della sua Sicilia al velo di nebbia sul Parco di Monza, sua città adottiva, mi fermo a riflettere su tre raccolte del poeta: Giornata (Edizioni la Vita Felice, 2003), Dolore della casa (Il Ponte del Sale, 2006) e Nella storia (Aisara, 2009)

Il filo rosso che le attraversa è il nesso fra visione, poesia e conoscenza “autentica”, come possibile eredità del raccogliere attraverso una parola carica di attesa, minuto dopo minuto, giornata dopo giornata, prima di venire alla luce. Certo per Aglieco la poesia non è un modo per trionfare sulla realtà e per liberarsene catarticamente. Non c’è la percezione dell’attivo operare degli uomini, l’atmosfera grava come sospesa nella sua vastità straniante e dolorosa. Due voci importanti si impongono leggendo: la passione leopardiana che spinge per essere ascoltata e dona dolore e lo specchio di Camillo Sbarbaro che proietta all’occhio una realtà tediosa e desertica. La voglia di dire sì alla vita urge nei versi, ma, allo stesso tempo, la stanchezza e la sfiducia le fanno da resistenze impietose: si crea allora un susseguirsi incalzante di immagini ad un ritmo a corrente alternata in una tecnica metaforica dello specchio contro specchio a moltiplicare all’infinito. In tutto questo rincorrersi di vive note che si allontanano sempre più dall’occhio, la melodia del verso resta quasi ammutolita. Il mondo circostante sfuma in una condizione dell’anima che trova il lenimento del lacerante ingresso nella vita attraverso il luogo certo della casa:

La casa è leggera

“La casa è leggera / un cotone che ci separa / e a malapena ci avvince. / Per strada non si sente il dolore / nessuno piange / nessuno ci guarda negli occhi. / La nostra voce riflessa / voleva essere negli altri / e invece ha scelto la casa / uno sguardo a distanza per poter dire / questa parola dura, isolata nel ferro / che non sopportiamo”. (Da Giornata ) Sottile calco degli ungarettiani “brandelli di muro”.

Calata nel “magma” di un reale stratificato e complesso, la poesia di Aglieco, come appunto già si palesa nella raccolta Giornata, appare il diagramma di un’esplorazione faticosa e sofferta che richiama il viaggio nel limbo purgatoriale di Dante, condotto per il tramite di una peculiare medietà linguistica e attraverso una mirabile discrezione dei registri. Si impone nei versi il tema degli incontri con le ombre, l’irruzione di una pluralità di figure, “segni” di un’alterità perduta, assente, convocata sulla scena poetica, sull’orlo di un silenzio definitivo, in una realtà fenomenica dai tratti incerti, sospesa tra sonno e veglia, che include passato e presente, vita e contatto con la morte. Una dimensione lirica radicata non nella descrizione elegiaca del paesaggio, ma in una successione di visioni fulminee e drammatiche (istantanee) di infinite presenze di luoghi e di persone:

Scena prima

“L’uomo viene da lontano su una bicicletta / il bambino annaffia l’albero / che è come una preghiera / una tenacia del sentire e della sua mancanza. / Questo è l’angolo del mondo / o il centro, l’ombelico / ognuno è contenuto e deve contenere / qualcosa che ci lascia spaiati, in noi stessi”.

Peraltro, come si evince dal componimento che sto per proporre, Aglieco talora si abbandona a uno slancio di ottimismo fideistico che illumina il canto, spesso aggrovigliato e sconvolto dalla sua stessa, grande volontà di comunicare:

La natività

“I cavalli rivoltosi nella luce / i cavalieri divelti / il tronco in quella luce antica. / All’inizio del film rimane come / una macchia antecedente / un figlio, la cui nascita è numinosa. / Come se il segreto della sua venuta / si fosse costruito un varco: / ciò che improvvisamente va mostrato. / la terra genera qualcosa che abbiamo aspettato / ci vediamo riflessi nello specchio della torba / il figlio spalanca le braccia / tutti sono inginocchiati. / Forse volevi dire questo: / non abbiate paura dei bambini / e del loro canto”. Versi di una delicatezza e levità straordinari.

I bambini, tema molto caro al nostro autore, sono vissuti come sogno di resistenza al nulla, che conserva nel suo fondo una vita che nasca a principio – dalle sofferenze del mondo, e fonte di una nostalgia speculare a quella del passato irrevocabile:

Forse non mi sono impegnato abbastanza

“Forse non mi sono impegnato abbastanza / non ho perseverato nello scopo: / essere in qualcuno con saggezza / credere veramente che qualcosa ci possa salvare / ridere in questa luce chiara / delle parole che ci allontanano / con tutta la ferocia / misurano la diversità e non c’è scampo. / Credo solo / al bambino di me che ancora dice: / tutto è scritto subito in un quaderno / tornerai ancora lì / in quell’angolo di mondo / che era tutto il mondo.”

Tale costellazione tematica si arricchisce altresì di dati ricorrenti, precisi riferimenti ambientali: Danimarca – Parigi, Monza o “Via della Spidduta” nella sua Siracusa, di una pluralità di colori contrastanti ( il mare, la torba, la nebbia), attraverso un linguaggio poetico che con suggestione e rigore coniuga poesia e prosa avvicinandosi a un uso “sottile e delicato” di quell’ “arte della dissonanza” propria, ad esempio, della poesia di Baudelaire.

Nella raccolta Dolore della casa, la poesia prende forma da una dialettica irrisolta tra tentativo di colloquio, visione e congedo. Si configura come banco di prova, messa in causa ora del soggetto poetante (il senso di colpa del sopravvissuto, il ritardo e il rimorso che irrevocabilmente si matura nei confronti di coloro che non ci sono più), ora del linguaggio (la possibilità di rappresentare ciò che, per definizione, è limite insondabile e inconoscibile, dato inesperibile).

Il ritmo ossimorico dell’opposizione fra antico e nuovo, vita e morte, è nucleo intuitivo di cui l’intera produzione poetica di Aglieco diviene metafora variamente modulata.

Di questa raccolta, dedicata alla madre, alla sua morte nelle terre assolate di Sicilia, mi colpisce in primo luogo il tono pacato dei versi quando invece il poeta vorrebbe sanguinare, urlare. Ma quanto vi è in lui di più eroico non è la sua forza, piuttosto la disperata semplicità del suo controllo, la sua mano d’acciaio dal tocco leggero, gentile, senza eccessi, senza sbavature:

Più grande il tuo corpo

“Più grande il tuo corpo / – tu, piccola assente /madre bambina / tornata nel tuo ventre”. Versi di struggente tenerezza.

Un figlio va condotto per mano

“Un figlio va condotto per mano da queste / estremità; da una parte una landa piantata / con fatica, dall’altra quel luogo dove / a volte, si può ritornare. La terra è dare / per quello che si riceve, scendere e salire / al cielo con fatica. Tu, Telemaco, nei miei / sonni, sei ancora in questo bambino che / risale il mare, cercando le orme di un padre”.

Piove, piove, piove

“Piove, piove, piove / devo tornare a casa / fermare la tua immagine distanziata / in un colore freddo della non memoria / dove tutto è contenuto in un altro tempo / un tempo più pulito e più sincero / riaperto alle mani / al mondo dei bambini. / Circondatela nello stare quieto e nella / misura, nel mondo piccolo delle / piccole voci, sicura, nell’affetto delle voci. / Circondatela stretta fra i limoni / le more selvagge delle strade / gli amati melograni / la granita al limone.

Ramingo il poeta non cede allo sconforto, ma si attarda nel labirinto misterioso delle immagini poetiche, anzi, il labirinto è la sua casa, perché è luogo senza uscita, o meglio un luogo che ha mille uscite, nessuna delle quali però porterà fuori di esso. Nella quotidianità banale e ripetitiva, l’insignificanza si tramuta, e una scappatoia accede al limine, dove il pensiero ricerca una diversa cifra delle cose e la poesia si scopre ad essere filosofia:

Prigioni

“Ecco il mistero delle mani di fronte ai / simili, illumina, custodisci, in questo tempo / di monti che colpiscono la fronte / la voce di un nuovo viaggiatore. / Essere nel tempo, senza tempo / questa è l’illusione. Questo sento / questo vedo: cambiamento dei / capelli, o della pelle, prigioni in / ostaggio della mente”.

Alla parola ho chiesto tutto

“Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento; / ma c’è una frattura nel mare / il segno di una separazione / in cui, a volte, un dio c’ intrattiene. / Si deve partire con onore o / legarsi a una strada, un frutto”.

A volte in brevi composizioni, come in quest’ultima, in altre più lungamente, il poeta tenta la strada della metamorfosi di se stesso in nuove immagini di sé, degli altri e del mondo che vive. Non “cede” al visibile, e apre una sua personale metafisica dell’invisibile, eccede la concretezza per accedere all’oltre, e sciogliere la rete misteriosa che ci imprigiona a ciò che ci sfugge, ma che affascinante e misteriosa ci irretisce. Sceglie sempre di offrire a sé nuove traiettorie, e di percorrere quasi con ostinazione l’esplorazione del suo pensiero: “Sempre in me avventuriero della parola / ho accolto un dio: / vieni, spalancami con le tue chiglie / riempimi di un vino amaro. “[…] (Dolore della casa) e più avanti: […] “ Nei flussi e riflussi della marea / il mare mi ha condotto dove la parola è cava / assenza di uomini, dolore ricucito nei confini”.

Anche dove pare ci sia un uso della parola già frequentato, il poeta non si abbandona al già detto, e forza il significato, a volte anche il significante, per lasciar parlare da sé un suono. Con grande cura comunica il suo “essere” tutto nel linguaggio, tutto rappreso nel peso delle parole e degli spazi bianchi, perché, anche questi, pur silenzio, sono la via amorosa insieme a quelle, verso la ricerca della sua verità.

La raccolta Nella storia è pur essa un ansare potente (sempre accompagnato dal mormorio interiore leopardiano), che cerca di attuare l’impossibile innesto tra il respiro individuale del poeta e quello dissonante e fragoroso del suo tempo. Versi che presuppongono il silenzio, ma percorso sotterraneamente da un ronzio elettrico che avverte del fatto che la tensione non è caduta ma implosa, o piuttosto vaporizzata. Sembra un gioco di allontanamento da ciò che pulsa vivido; il gioco della coscienza che scivola e si nasconde dal coinvolgimento, si sposta ai margini, si dirige verso l’esterno, nel vicoli nascosti della riflessione. Luogo da cui prende avvio un processo fluido di pensieri, che rincorrono le proprie radici, la propria terra d’origine:

Poema per una terra

“Potrei elencare dei nomi /mettere in fila le tappe del cambiamento / i volti dimenticati / i visi che ci hanno accompagnati / fare i nomi dei nemici / infuriarmi per un tempo / una pietà sottratta, una diaspora / ma so che giungerei in questa piazza / in questo reliquiario di Sicilia / dove niente cambia”. […]

Ho sempre pensato a una rifondazione

“Ho sempre pensato a una rifondazione / uno stato della parola / in cui le cose emergono dalle loro trame / per un avvicendamento del sonno / i pensieri in una riva asciutta / ossa indelebili / cantilena di un popolo intero. / Tutto sarà restituito / nel suo unico pensiero / un flusso di sangue / che chiede una costrizione / un figlio dagli occhi duri / emersi dalle macerie. / Pagheremo lo sconforto ai vivi / e le parole si ammutineranno”.

Nell “ammutinamento” delle parole, i piani del tempo si incrociano e si confondono e il presente irrompe drammaticamente schizzando come una granata. Il linguaggio delle emozioni, sembra suggerire il poeta, accede alla metafisica dell’esistente, nella pura consapevolezza che ogni cosa torna al suo principio.

Interessante di questa raccolta una sezione dal titolo “Oriente prossimo venturo” per gli attori di Metropolis di Cosenza in occasione della recita dello spettacolo “Saraievo! Sarajevo!, 25 aprile 1994.

Aglieco ha una grande passione per il teatro, importantissimo veicolo culturale, cui si dedica anche con i suoi piccoli alunni.

Nei componimenti di questa sezione impetuoso è lo slancio civile contro le insensatezze e la follia della guerra:

I reduci

“Vale per queste piccole nuove mani / per gli occhi che tanto hanno veduto / finché ci cantava la vittoria nelle strade / abbiamo spezzato lo stesso pane / e siamo stati fratelli – / noi siamo stati paria / i semi indeboliti con / l’oltraggio nel cuore. / Bestia viscida e schifosa / pulsazione nella preghiera / stato di polvere nel sangue – / noi siamo stai i morti del novantadue / il sangue marcio / l’innocenza tradita”.

Se si ripercorre la letteratura che va dagli anni Sessanta sino ai nostri giorni, si ritrova spesso questo senso drammatico di dolore e comunione nella sconfitta. Ma in Aglieco questa sofferenza non dà respiro alle giornate, gli rende penosa la propria condizione di “distanza” rispetto alla quotidianità, e difficile un qualsiasi abbandono al riposo negli affetti, al sonno del pensiero. E non vale forse per tanti in questa nostra epoca demonica? almeno per quelli che hanno coscienza? Il poeta ha una sola distinzione rispetto agli altri uomini, egli ha il dono di parlarne, dare testimonianza, mostrare il proprio sdegno e la propria bellezza:

Un punto per incontrarsi

“Ho sognato di concentrarvi tutti / sul palmo di una mano e rivedervi bambini / nella parola mi sono dannato / per segnarvi il viso / e ancora adesso, ora che tutto è passato / senza più maestri e senza letteratura / la paura mi rivolta in questa casa che mi / ospita, per dirmi che sono distante”.

Risentita obscuritas mallarmeana e tempestosa espressività shakespeariana sono le tonalità e i timbri dodecafonici di questa poesia che passa dalla raffigurazione oggettiva alla trasfigurazione soggettiva di sé e del mondo.

A voi ho restituito il mio sconforto

“A voi ho restituito il mio sconforto / in una valigia di dieci anni / troverete solo una dedica / un taccuino sporco di poesia. / Uomini contusi nella Storia / bambini inarrivabili / nessuna parola / può rendere onore al dolore”.

E’ tutta qui la preghiera

“ E’ tutta qui la preghiera / il grumo della mano per non soffrire.”

E di fronte al Nulla heideggeriano sul quale si staglia la vita nel suo Dasein , sembra dirci il poeta, è necessario prima fare tabula rasa delle esorcizzazioni illusorie, a cominciare da quella della morte per finire con quella del tempo. E’ qui tutto il senso più “alto” del Nichilismo non distruttivo, ma coraggiosamente ricostruttivo che è il perno di tutta la produzione poetica di Aglieco.

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Intervista rilasciata a Maurizio Casagrande in PER UN GORGO DI FEDELTA’, Il ponte del sale 2006. Consultabile qui

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Carlangelo Mauro, LE MADRI DI TUTTI, apparso su SINESTESIE

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