La metropoli secondo Antonella Doria

La metropoli secondo Antonella Doria, tra soste e transiti veloci

di Massimiliano Magnano

*

Antonella Doria, Metro Pòlis, ExCogita Editore, Milano 2008

 metropolisLa poesia di Antonella di Doria non coglie certamente nell’indifferenza chiunque vi si accosti; anzi, ‘i çiarma, si direbbe con una più appropriata coloritura idiomatica, tipica del dialetto della sua terra d’origine, la Sicilia. I ritmi, le sonorità, le ambientazioni che vengono create dalla poetessa palermitana straniano, avvincono, coinvolgono il lettore in un gorgo di sentimenti contrastanti. Metro Pòlis è un poemetto che suscita effettivamente sentimenti opposti decisi e inequivocabili: o per soggiacere — e di buon grado — al fascino che si effonde dall’intricata partitura di parole e simboli appositamente bulinati da Antonella Doria oppure per ritrarsi da questo scomodo amplesso. Come nella splendida immagine del Ragazzo morso da un ramarro, celeberrima rappresentazione dell’imprevisto colto nell’attimo stesso in cui si realizza, dalla visionaria vis poetica di Caravaggio (1595-1596!). Nell’una oppure nell’altra evenienza — più plausibilmente nell’una e nell’altra insieme — a mordere è verosimilmente la città, con il trambusto, le misure discontinue e martellanti, i “transiti veloci”. Più concretamente, ad affondare fauci e artigli nella viva carne del genere umano divenuto suo malgrado più sensiente che razionale sono le due città delle quali la poetessa porta dentro di sé significazione e dove, chi può e chi sa, continua, per così dire, a vivere “di soste”. Entrambe sono metropoli; entrambe, compendio di vizi e virtù. Ancorché ciascuna per se stessa; ciascuna mostrando anche il proprio lato deteriore. Milano e Palermo sono perciò come anodo e catodo, via all’insù e via all’ingiù, in quell’unico processo che compiendo ripetutamente il viaggio stabilito genera corrente, emette i propri bagliori. L’intento non dichiarato della Doria è perciò scandagliare l’animo umano, intus et in cute, concentrando il proprio interesse non già ora sull’una ora sull’altra metropoli, bensì intrecciandone assieme le rispettive polarità. L’energia che si sprigiona da questo circuito, da questa singolare differenza di potenziale, a un tempo umano e poetico, illumina lo spirito di una strana e feconda luce, capace di scuoterlo dalle fondamenta. La poesia di Antonella Doria può allora felicemente travalicare qualunque confine apparentemente già tracciato, qualsivoglia pomerio, poiché il dominio d’indagine non è questo o quest’atro paesaggio urbano: né, in senso stretto la città di Milano e neppure la città di Palermo. L’effetto è straordinario, perché tutto s’illumina di una luce che certo si fa flebile, ma a partire dalla quale tutto può essere osservato da un inedito angolo di visuale: dalla pianura Padana alla Conca d’oro; dal Tirreno all’Adriatico. Tutto quanto ci riguarda da vicino in quanto uomini e in quanto uomini che da sempre vivono le laceranti contraddizioni di questa terra e di questo mare. Non è in effetti un caso se una precedente silloge di Antonella Doria si intitoli proprio Medi Terraneo. Di più. Non è affatto un caso che proprio quella silloge costituisca una trilogia assieme a Metro Pòlis e a una terza selezione di versi, attualmente ancora in predicato.

Le due parti da cui Metro Pòlis è costituito sono Lan e Ziz; quasi due monogrammi, che alludono rispettivamente alle antiche denominazioni di Milano e Palermo. Nel contesto del poemetto, queste due parti sono simbionti. I due rispettivi proemi prendono effettivamente l’abbrivo dal centro storico delle relative città, dal cuore pulsante di vita e di cultura delle due metropoli: «Celti raminghi sulla tua pianura / segnano solchi quadrati prima / di mezzo in cerchio il centro / terra di marcite d’acque / innalzano deliri solitari / chiostri di perdizione salvezza / austeri poveri borghi / castelli medievali cattedrali / (per grandi peccatori) e / grattaceli alti (da Proemio in Lan)». Le grandi cattedrali aiutano a comprendere meglio le vicende di grandi peccatori. Il riferimento esplicito che è a Cesare Marchi e al suo libro Grandi peccatori, grandi cattedrali, trova però nel verso successivo un esito immediato ma non scontato in “grattaceli alti”, edifici che per la loro singolare e austera possanza si possono affiancare alle cattedrali, chiarendone così il ruolo emblematico nel contesto frenetico delle città. Il Prologo a Ziz si apre con altri precisi riferimenti, altri attraversamenti, altre soste: «Chàos Kòsmos Contrasto di Cielo / alto sfida sublime suona forma / meticcia musaico impasto spazio / tempo apre l’orda di venti pirati / contro centro unico (inghiottiva / il mondo …) da quattro canti / in corso incontri cammini spaziano / nuove orme stagioni stazioni / nei molti attraversamenti … / d’affanno lume superbo soste schegge». I “quattro canti” sono il cuore del cuore pulsante del centro storico di Palermo, nella mente e nel cuore di ogni palermitano e di ciascuno abbia avuto modo di passeggiare per via Vittorio Emanuele, da Porta Nuova a via Maquèda, passando per la Cattedrale. Anche qui, ordine e disordine convivono in un “Contrasto di Cielo” [d’Alcamo] di muse e pertanto di poesia e di poesia autenticamente popolare. Il verseggiare della Doria sembra avere, poi, lo stesso ritmo incalzante nelle due sezioni, e tuttavia appare più denso e corposo quando parla di Palermo, anche rispetto allo stesso Medi Terraneo: i versi si fanno più lunghi, pesanti, forse anche più densi. Sembra cioè emergere l’esigenza di dare maggiore forza a quanto viene mostrato, assicurandosi venga forgiato con materiale di ingente peso specifico. E proprio con questa ponderosa materia prima la poetessa intende raccontare il nostos, che certamente è fatto di luoghi, ma che è costituito soprattutto di frequentazioni letterarie: da L’Isola nuda di Gesualdo Bufalino alle più che eleganti descrizioni barocche di paesaggi del poeta Lucio Piccolo di Calanovella, come nella poesia Scirocco: «irrompe la torma moresca dei venti (da nòstos in Ziz)». E d’altra parte la poesia e lo stile di vita appartato del poeta siciliano si irradiano per tutta l’opera, agli snodi essenziali. Si legge ancora a pag. 16: «[…] Noi / di soste viviamo ma / la Città / ha transiti veloci (in Lan)». La Città, ogni città ha transiti veloci; vivere appartato è, potremmo dire, il retaggio di una trapassata umanità, oggi tutta contenuto in uno stato contemplativo compulsivo, in quest’epoca che si colloca tra il già e il non ancora, perché posteriore a tutto e non ancora nelle condizioni di caratterizzare alcunché. Ma non basta, perché in quest’opera si intrecciano le istanze più disparate di questa umanità, che Antonella Doria ha inteso fare proprie: dall’Inferno di Dante al siciliano (ma di ascendenze mediterranee) Giufà raccontato da Giuseppe Pitré. E ancora assorbendo la lezione di quei dodici che per convinzione e dirittura morale si sono rifiutati di rinnegare se stessi, rinunciando ad affermare il culto per loro estraneo della personalità di Mussolini. Tutte le città hanno, quindi, transiti veloci, qualcuna più delle altre; ve ne sono a Milano come anche a Palermo. Le civiltà hanno transiti veloci: di genti, culture, storture; le città sono, poi, espressione più o meno compiuta (e compiaciuta) delle civiltà delle quali sono manifestazione fedele, ancorché mai del tutto esaustiva. Nell’una come nell’altra il protagonista è sempre l’uomo, e il nostos. Leggendo parallelamente il poemetto Medi Terraneo si rimane infatti colpiti da questi versi; si rimane stupiti dalla struggente visionarietà che da essi promana: «medi terranea riva / luogo primordiale / del ritorno / se… è in serbo per noi / un altro approdo… / àncora pietra d’esilio / confine isola su terra / ferma frontiera segnata / giocata parola di vento». Si comprende bene, in definitiva, che tutta la poesia di Antonella Doria, densa e stratificata com’è, contiene in sé il dono soprannaturale dell’illuminazione e il dono travolgente della misura profetica, questa però totalmente e intrinsecamente umana.

 

*

A margine del caso
serve un riparo di vento
necessità e salvezza terre
sospese versodove abitare
a volte
l’ordine nomade sente
l’ombra sentore di quiete
pagana profana omni
potenza torre d’infinita
Babele
a margine del caso
a volte
con il cielo azzurro
il vortice procede
paghi prezzi spasmi
miasmi gozzovigliati in
abissi reiterato dramma
di parola erosa legata
lingua al vuoto impossibile
dire esprimere un’altra
storia

Ammutoliti ampi squarci
distese aperte di pieni
vuoti in ognidove
chiudono labbra di paura
al vuoto eco richiamo
ritmo d’esistenza
a muti sensi loquaci
manca corpopensiero
vero nome di senso
alcuno da dove
ostendersi fuori
dal nulla
ma (se nell’anello mi
perdo d’acque…) luoghi
affiorano di transiti
d’ascolto in silenzi stasi
al limite a lungo
lo sguardo a la soglia
sospinti sostare Noi
di soste viviamo ma
la Città
ha transiti veloci …

**

Senza memoria di sé
senza passato questo
andare non sapendo…
(voce inscritta su pietra
metallo ) Strappi
rotture di tessuto connettivo
di pelle materia desiderio
marginalità adiacente
inganna dove guarda
gravitano luci voci parole
eppure…
affiora ci sono nodi gangli
un apparato di memoria
di pietra luoghi pronta
a spiare esitazioni di luce
incertezze d’infinite sovra
pposizioni sfumature di
colori variazioni suoni
alloga da un territorio
interiore dove chiaro
dove scuro buio profondo
un cielo blunotte allaga
eppure…
molte sono voci
corpi metropolitani
invadono rotte fili
tessuti di terre sconosciute

*
(nόstos)

<<Dicono che qui, fra splendore
e squallore, non rimanga spazio
per il soave;
(…) / Dicono…>>
Gesualdo Bufalino

A margine del tempo
immerso a’ vapori sfumanti
in verde improvvisa
irrompe la torma moresca dei venti
(riannoda funi sommerse)
la nave il ponte il quadro
a l’orizzonte miraggio djebel
alto di rocciacorona ( paradiso
bolgia ) a’ la Cala
a’ la Catena viene vaga viòla
onda bruma umida luce mattino
d’iride residuo puzzo piscio alga
nafta umori conosco (mi)riconosco
tempo di muti mutevoli bagliori buio
segreto barocco conosco il canto
il falco la forzatura
frutto acerbo cedro lunare
verdello la piega il passo il segno
saggio indolente in questa
spanna invisibile sonnolenta
distratta eterna lotta annega
in mare di terra ragioni
religioni il verde cupo
di aranci limoni

non turbi profondo
cercare… geometrie geografie
di luce zattera tracciata a la deriva
sicuro ponte sopra dirupo
a raccattar scarti lacerti fili parole
d’erba frondosi vecchi alberi
il tempo a colorare ( lento
rimettersi a sognare… ) infedele
passato smarrisce confonde
colore orrorearmonia riluce
insieme consuma brucia rotte
correnti flussi d’acqua anima
a le pietre pietrificata finalmente
materica rimasta indugia
l’estate le stanze le piazze
quotidiane voci (eroi noi e
cagliostri madri sorelle arduo
azzardo quotidiano ) odori
orti muri scalini rampicanti
cornicioni cancelli
d’edera di vento di sole
profili copre cose
molte

acchiana di lu Càssaru
scinni di li Bannèri…
giù de’ Cipressi per la verde
via… parvemi riveder… guazza
buglia voci visi vicoli catoi
complicità spaziali a croce
cade a Via Maquèda
( paràbole a tempesta )
quotidiano radicamento d’umori
umano magma di pianura caldura
annerita in marmo in cerchio
di cielo azzurro si specchia
simmetrico a’ Quattro Canti
affiatato quartetto partitura
armonica per voci strumenti
in concerto barocco di sole
teatro per triplice teoria
ottagonale crocevia sacro
pagana rappresentazione
tenera eterna vergine lasciva
ctonia dea terra terribile
oscura antro avido abisso
senza fine nome bedda
matripiccirìdda
per incantaménto arsùra
rapìte anime al Càssaro
muove

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3 thoughts on “La metropoli secondo Antonella Doria

  1. Lo scritto è di Massimiliano Magnano, poeta e siciliano come me. Come puoi vedere il blog è diventato anche uno spazio di lettura condivisa. Sebastiano.

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