Guido Cavalli: la scuola del presentire

Guido Cavalli, SALITA AL LAGO PADRE, Manni 2018

Di Guido Cavalli abbiamo letto e recensito “Nel castagneto”, Diabasis 2015, in cui si raccontava della ricerca di una casa avita attraversando un bosco…tutto un paesaggio famigliare.
Lo stesso tema è riproposto in questo nuovo libro in forma di 12 egloghe – o dialoghi in versi – come definisce l’autore queste composizioni.
Egloga: in effetti è il genere stesso a contenere in sé l’elemento del dialogo; in questo caso con le voci misteriose degli avi e della natura, nello sfondo dell’aspetto contemplativo della scrittura; ma anche, modernamente, di quello interrogativo sul senso della perdita e del proprio destino.
Questa condizione destinale – di una realtà psichica rimossa e poi sommersa – rappresenta la necessità della ricerca e del cammino verso una sorgente, qui il “lago padre” descritto nel penultimo capitolo, concretissimo nella sostanza e nella collocazione geografica, ma anche metafora vivente dell’urgenza dello svelamento: “E’ questo, una torbiera, il Lago Padre, / un campo di canne stretto tra ripide / pareti, sempre imbevuto di acque / che dalle cime alte intorno scendono / nella roccia al disgelo delle nevi”, p. 49.
Non si tratta, dunque, di un cammino verso la cima, il punto più alto, ma verso l’origine e l’inizio: il luogo che trattiene e custodisce le acque, “Così non si prosciuga la sorgente / e chiusa dietro la fronte del monte / anche durante il sonno estivo, quando / tanto forte è il dominio della morte / che ogni cosa diviene apparenza, / disseta chi è salito fino in cima”, p. 49.
Non il luogo più alto, perché “più su è solo altezza. / E’ un altro spazio, a due dimensioni, / uno spazio soltanto verticale”, p. 51, ma l’altare di un sacrificio rituale, quello del ragazzo cervo evocato nelle prime pagine del libro, travestito come in un rito di crescita, di attraversamento del labirinto:

Forse non sai quanto è antico il tuo viaggio,
quanto ci sei caro, ragazzo cervo,
che pensoso ora risali il sentiero.
Le tue spalle così magre sussultano
quando un poco più in alto posi il piede,

Non ricordi, ma tu devi sapere
quante volte oramai l’hai camminato
questo sentiero che dal castagneto
sale e raggiunge gli abeti bianchi.
p. 12

E’ la “scuola del presentire”, dell’apprendere, ramingo, nella solitudine del camminare – nel caso di Cavalli si tratta di un camminare perpetuo, di una reiterazione del rito; quindi di una impossibità a concludere la cerimonia –
Non può avvenire, infatti, e Cavalli lo sa bene, il pellegrinaggio una volta per sempre. Il filo che legava tradizione e presente si è spezzato: memoria dei padri e consegna delle parole ai figli, non solo perché le custodissero ma perché le riconsegnassero ai nuovi paesaggi, lasciando intatto il loro senso:

Non sai? Quello che lui ha incominciato
vorrà portare tutto a compimento.
Se ci lasciamo fare con pazienza.
E le parole, tu lascia che siano.
Venute qui sotto la tua mano
da lunga dimestichezza, docili
in cerca di te, non lo sapevi?
Diventano eco durevole.
E anche i paesi spogliati di vita
che ti spaventano tanto, non vedi?
Tutto ciò è crollato, rovinato,
svuotato, dovrà ritornare ancora
una seconda volta o la millesima…
Ma la nostra memoria non conosce
che il principio e la fine, il prima e il dopo,
ciò che sta nel vincolo del presente
e allora sembra vuoto il nostro tempo
d’avvento, invece è soltanto il passato
che lentamente prepara le cose a durare
questo silenzio.

p. 57

La memoria defraudata della sua funzione assolutoria o consolatoria, dell’aura di mistero. Certo, non c’è memoria senza lavoro e non c’è lavoro senza memoria. Si costruisce sulle vecchie fondamenta, altrimenti le case rimangono fragili. Oppure, se crollano, i debiti sono rimessi per sempre e la morte non ha più vittoria.
Strano modo per andare avanti: ritornare precipitosamente indietro, recuperando per strada gli oggetti psichici abbandonati per incuria, per distrazione, per desiderio di essere nuovi.
L’elemento salvifico sembra essere costituito, piuttosto, dalla reiterazione del rito del ritorno, che è formula, preghiera di un assolvimento simbolico, parola/problema:

Appare nell’aperto che dà inizio,
non in ciò che rapprende, la parola.

p. 17

Guido Cavalli conferma una scrittura chiara e suggestiva, abitata da urgenza e ossessione, in equilibrio tra riflessione filosofica e narrazione; persino struggente nell’evocare tutto un mondo estinto; parola portata per mano verso una zona d’ombra in cui le cose non parlano ma misteriosamente ci guardano. Verso la fermezza quieta della natura.

Dunque sei tu che mi conduci verso
la parte muta delle cose, verso
la fermezza quieta della natura,
l’ora raccolta di luoghi isolati,
la vuota compostezza d’una cima.
Allora tu, discreta, m’hai insegnato
che ogni cosa, ogni luogo bisogna
che abbia un nome e noi bisogna stare
vicini ai nostri nomi e ascoltare
la loro voce dirci quel che siamo,
salutare e ricevere un saluto.

p. 28.

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