Guido Cavalli: Oppure, oppure sei tu?

Guido Cavalli, NEL CASTAGNETO, DIABASIS 2015

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Ogni poeta, prima o poi, probabilmente ogni essere vivente, desidera affacciarsi al baratro della propria origine. Persino una foglia, una pietra: per ri/conoscenza, per stupore, per compassione di se stesso.
I poeti, in particolare, sentono questa necessità come un’occasione per la forma, capire finalmente da dove vengano le parole, quale sia la fonte, la musa, l’occasione vera che le ha generate.
Guido Cavalli intraprende un viaggio verso la casa dell’infanzia abitata dai nonni, dal padre. Questa casa si trova in un bosco di castagni, ed è realissima. Non gli appartiene più. E’ di altri.
E’ una di queste case da me visitate negli ultimi anni in giro tra Lombardia e Piemonte: vecchie cascine disabitate, contenitori di referti personali che ci dicono delle persone con una malinconia e una poesia che i nostri pulitissimi appartamenti neanche si sognano.
Case vere, dai muri scrostati, chiuse improvvisamente come si sbarrano i confini tra una nazione e l’altra, diventate silenziose come dimore di fantasmi, restie, per pudore, a raccontarci una storia, una giornata particolare, un’occasione…In attesa di un’altra memoria, o del non essere mai più per sempre.
Il viaggio attraversa il bosco, riporta al presente i ricordi dell’infanzia, lo sparo drammatico che ha messo fine alla vita del padre…
E’ un racconto in prima persona, in presa diretta, scritto come un colloquio, una vicinanza con il lettore, musicalissimo e semplice nello stesso tempo. E mentre il poeta si avvicina alla meta, riflette, ricorda, parla con se stesso, tira e consulta, come un aruspice, i dadi del destino…

Le bestie selvatiche nascoste
dietro i rovi cercavano d’ascoltare
il nostro sonno, per uscire indisturbate
ad annusare l’odore umano, la disperata
ansia d’essere felici e mortali.
p. 15

Poi in camera dalla mia branda
ti ascoltavo recitare il Padre Nostro –
nella sventura avevi scoperto
che c’è una voce indifferente,
una cantilena al fondo del vuoto.
p. 14

Ancora adesso io confondo il fruscio
delle foglie e il bisbiglìo del sonno
in cui calavo come fossi già senza padre
e senza me stesso – creato, non generato,
risvegliato alla coscienza ma non nato
da te o da corpo umano.
p. 15

Siamo, anche solo per poco,
in un’altra verità
dove la parola ci precede
addormentandosi in ciò che sovrasta.
p. 17

Il testo, quindi, è costruito nella forma della passeggiata, della meditazione e della descrizione botanica delle essenze, delle materie naturali. Questo attaccamento alle “cose” del bosco, questa conoscenza, ci dicono dello scollamento tra città e campagna, civiltà contadina e urbanizzazione, mito e realismo, infanzia e crescita, abbandono e attaccamento; se si fa un confronto con un qualsiasi verso di Piero Jhaier e il drammatico “…c’è qualcosa che non capisco. / Questa gente antica, non la capisco”, si capisce subito quanto profondo sia stato lo stacco tra civiltà, tra diversi modi di immaginare la vita, di dare senso al proprio destino.
Dicotomie che senza dubbio fondano la necessità del racconto, cosicché il ritorno alle origini – non per abbandonarsi alla nostalgia ma, piuttosto, per avvertire la malinconia del perduto – sembra essere giustificato dal senso da dare alla propria parola; da un’idea consapevole di parola.

Il pascolismo del libro, improntato al riconoscimento della catastrofe, di una sostanziale solitudo atavica sotto una coltre di stelle indifferenti, si compie pienamente in questi versi:

La discendenza

Salgo lungo la vecchia comunale.
Su questa strada, finita la guerra
attraverso le Alpi e la pianura
mio nonno è tornato a piedi dal campo.
Dopo la curva del mulino, ecco
come è apparsa a lui allora, ancora
oggi appare la casa dell’infanzia:
la costruì il vecchio patriarca
con la sabbia e le pietre del torrente.
Del paese, lui era il falegname,
il direttore della banda, il Sindaco.
La sera davanti al fuoco insegnava
ai ragazzi la musica, altrimenti
taceva. Era una razza così.

Anch’io ho provato a studiare musica.
Ma c’è qualcosa che non capisco.
Questa gente antica, non la capisco.
Forse è come nella preistoria,
una catastrofe muta ha fermato
quel gene, e non è passato in me.

In verità fu mio padre il primo
a nascere sbagliato. Scappò,
tornò incerto, ma era già malato.
Una mattina d’ottobre, in silenzio
aprì l’armadio e prese la pistola
di suo padre, un vecchio arnese di guerra
nascosto tra le lenzuola bianche e fasci
di spighe di lavanda, e la finì.

(…)

Eppure anch’io appartengo a questa storia.
Forse assomiglio al ceppo da sgrossare
con la pialla, alla radice da svellere
con la vanga, al selvatico che infine
l’arte e il mestiere hanno addomesticato,
ma che torna sempre a soffocare l’orto
se gli uomini di buona volontà
il destino ha fermato al loro limite.
p. 29

Si capisce allora come questo ritorno avvenga per un contatto vis a vis col male che ci abita.
Nulla cambia il viaggio, però. Serve solo per una ri/conoscenza, quasi un debito da sciogliere sull’altare del dio dopo il pellegrinaggio; si portano nel palmo delle proprie mani le offerte della nostra incompletezza col significato di una consegna, di un debito rimesso, della preghiera e del canto:

Intorno, quasi addormentate, battono
parole minerali, antichi salmi
e anche noi ce ne andiamo per la via
mentre già risuonano canti
di radi profeti.
p. 82

E’ chiaro che questo castagneto è un luogo ancestrale, molto più antico dell’infanzia, della propria stessa biografia. Il viaggio è oltre le origini del proprio destino, oltre la casa stessa. Non è la casa, in fondo, la meta ultima, ma il castagneto, locus abitato da qualcosa che prende ancora forma e non si svela, non si rivela pienamente, ma che è sempre lì, custode di un segreto, del senso irredimibile della nostra origine:

Giù in città

Scendevo dal filobus quando ecco
il tuo rimprovero muto, il tuo sguardo
acuto appena dietro la mia nuca.
Sono gli ultimi giorni d’ottobre.

“Presto, ancora per poco rimarranno
le foglie brune sui rami d’autunno.
Allora il bosco
non sarà più lo stesso.
Forse hai dimenticato che t’aspetto
sempre accanto al fontanile?”

Scrollo le spalle, sei solo un ricordo
di ragazza che per timidezza
avevo appena sfiorata – oppure,
oppure sei tu?
Antica vergine silvana,
Artemide bianco ginocchio,
coronata di bacche velenose
di Madreselva …
p. 85

Sebastiano Aglieco

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