Una lettera di Marco Munaro

Ricevo questa bellissima lettera da Marco Munaro, poeta ed editore delle edizioni del Ponte del Sale. Vale più di una recensione perché scritta con l’affetto e la stima che legano solo le persone che si conoscono da molto tempo e che, nel tempo rinsaldano i rapporti, segretamente e misteriosamente, come le radici delle isole.

Oggi la nostra poesia può esistere solo se esistono amici che la sappiano riconsegnare agli altri con affetto e competenza, in una completezza di sguardo: dalla vita alle parole, dalle parole alla vita. Il resto è deserto, indifferenza, svogliatezza, narcisismo, calcolo.  

L’aggiungo con orgoglio alle altre note e attenzioni rivolte a  INFANZIA RESA, col permesso dell’autore.

Con un grazie 

*

caro Sebastiano,

oggi sono stato un poco con te, con le tue parole e i tuoi silenzi, i tuoi tremori e ti scrivo qualche mia impressione prima che la giornata mi riprenda nel suo vortice e le disperda. Molte volte sono stato sul punto di scriverti per testimoniarti la mia vicinanza e la mia amicizia e il sentimento di una comprensione che si invera ogni giorno nuova in classe. Certo, io insegno a ragazzi tra i 14 e i 19 anni, tu a bambini che ancora sono sottomessi al loro piccolo re, sono intrisi di curiosità e hanno un sguardo ancora puro. Ma il dramma della storia contro la vita, l’inutilità della storia per la vita come diceva Nietzsche, si ripete ogni volta diverso e con sempre maggiore durezza anche per me, connaturato all’azione didattica, connaturato al maestro che insegna e allontana e vorrebbe avvicinare alla vita, e insieme difendere l’”acqua buona” da ogni veleno. Lo spazio sacro della vita e della poesia, quell’intimo e fragile nodo che lega canto e destino e che tu ritrovi sui volti dei tuoi bambini presi dalla semplicità e dubbiosi e timorosi della complessità che li aspetta e che si riflette e offusca il tuo volto. In questa dialettica e quasi lotta si risolve il tuo diario non fosse che l’insegnamento che ne viene, il più alto, sembra essere alla fine quello della resa, in tutte le sue implicazioni possibili, negative anche, ma prossime poi alla pietà e quindi ancora all’amore che illumina.

Come nel gioco o nel serio lavoro della nominazione, della giustizia, della verità, dell’incanto delle foglie e degli alberi o nella vivisezione logico-sintattica di una frase. Una resa quindi contro il potere e la polizia e perfino ogni pedagogia che non sappia farsi da parte, che non sappia dolorosamente e necessariamente congedarsi.

“Riportate la parola al suo stupore!”, “Offritemi al dio della pazienza”, “alla ferocia delle vostre mani”. Lo spazio della scuola, della vita e della poesia, come spazio sacro e sacrificale.

Questo tuo dire è attraversato da questa consapevolezza ma si fa vero perché si pronuncia nell’ascolto e nell’azione di una fare insieme e sempre trema, tremola, per paura, freddo, fame, miseria come un bambino abbandonato per strada.

Caro Sebastiano, volevo solo dirti la mia ammirazione e il mio affetto per il tuo lavoro, la tua sensibile e forte fedeltà alla poesia oltre la poesia.

Con un forte abbraccio

Marco

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