Dina Basso, Sacciu ca sugnu ‘mmiscata …

Dina Basso, UCCALAMMA, Le voci della luna 2010

dina bassoLeggendo questa opera prima di Dina basso, scritta nella parlata catanese – non uso a caso il termine parlata per i motivi che dirò – non posso fare a meno che leggere ricordando una lingua.
Si diceva ai miei tempi, quando abitavo la Sicilia, di una contrapposizione, un po’ campanilista, tra la provincia babba, la mia, il siracusano, e quella furba, puttanesca: il catanese.
Ed era una contrapposizione che faceva riferimento a fatti quasi sempre extralinguistici: il sonnecchiare del siracusano, contrapposto a una maggior vivacità economica, imprenditoriale e culturale del catanese. Non si trattava di posizioni conservatrici, ma il riconoscimento di una stasi contrapposta a un movimento, a un nomadismo. Una reazione, forse, alla paura dello sparpagliamento della tradizione: il mare e i suoi commerci piccontru la terra e le sue colture.
Per attenerci al fatto linguistico – ma il racconto delle contrapposizioni potrebbe continuare a lungo – la parlata del catanese presenta una maggiore schiettezza, una sfrontatezza, quasi, contro il parlato più molle, bucolico, declinante verso una malinconia formale e linguistica, verso un lucrore, del siracusano.
Questi testi di Dina Basso conservano un rapporto col parlato molto forte.

Quannu mi talìu i pedi,
sacciu ca sugnu a figghia ‘e Bassu,
a niputi da signora Ddina,
chidda cco culu ‘rossu.

Suddu mi talìu l’occhi virdi ‘nto specchiu,
si vida ca sugnu a figghia d’a Bassetta,
chidda c’aviva i capiddi biondi e llonghi finu ‘o culu,
beddu culu,
i cosi ggiusti.

Quannu mi talìu,
sacciu ca sugnu ‘mmiscata,
arabi e normanni ca si junciunu,
tantu u culu
sempri culu è,
e a picca a picca,
n’angrossa (quasi) a ttutti.

p. 17

Sono spesso parole che potrebbero essere pronunciate in un cortile, u curtigghiu, luogo deputato, più di ogni altro, alla chiacchiera. Così sentiamo la pronuncia fortemente materica, quella, per esempio, che io ricordo bene, del ciarlare, nominando le persone per appellativi, a seconda delle caratteristiche predominanti, fisiche o psichiche, e rifacendosi a una genealogia: la figlia di…
C’è poi un’altra tendenza, non meno rilevante in questi testi: quella di costruire il discorso per ragionamenti concreti, come un salmodiare ad alta voce il malanno, l’humour nero, sempre dietro alle porte, che tuttavia non viene masticato, digerito fino in fondo, ma fissato nelle forme di una parlata che del letterario conserva solo l’esigenza di fissarsi sulla pagina.
Funzionerebbero come monologhi teatrali, questi testi, pronunciati senza oggetti fra le mani, con sguardo frontale e un telo nero per quinta su cui dipingere striature di rosso e di giallo.
Viene mantenuto nell’ambito di un realismo pratico anche il rapporto con la morte, aspetto, del resto tipico delle vecchie culture contadine e qui ereditato per una più viva presenza del dialetto nel pacchetto culturale delle generazioni del Sud.

I morti nun morunu subbitu:
su nun ci dai tempu
restunu ‘nta casa
e ti fanu ‘llisaniri.

E siccome ju ma scantu
di cu dicia ca ha murutu,
e poi torna,
fazzu comu anzignunu ‘antichi:
pi ttri nuttati,
lassu a finestra canticchia aperta
– picchì l’anima ‘a spapurari,
e vola u sa tempu
ppi ‘irisinni.

Ma ava assai ca mi tegnu
u friddu ogni notti,
picchì i morti nunn’i poi ammazzari ancora,
si sapa ca su cosi longhi
e cocca
nun po’ bbastari:
nunn’abbasta
quasi mai.

p. 70.

E vorrei ribadire, come mi è capitato un’altra volta, un aspetto assai importante per chi scriva nella distanza: solo uscendo dalla Sicilia un poeta può essere un poeta. Perché, naturalmente, il dialetto, avvertito nella frizione della lontananza, mette in attrito le istanze dell’appartenenza con quelle del riscatto; ed è difficile per un poeta che viva in Sicilia e che scriva nella sua lingua, percepire la separazione tra il mito della lingua primitiva, dell’infanzia, e le urgenze del moderno, se non sia disposto ad sradicarsi da un contemporaneo mitizzato e malinconico.
In questi testi di Dina basso, questa coscienza si avverte nella mancanza dell’idillio, nella direzione, assai frontale, dichiarativa, della dizione, senza mai dimenticare i sostrati, concretissimi, assai poco archeologici, ma della storia recente, del proprio appartenere, nel modo, tra l’altro, ineludibile, dell’essere donna in Sicilia.
Questa perentorietà del discorso, in effetti, giunge anche, e forse soprattutto, per questo maggior compito del riscattarsi dall’epos contadino, dall’assuefazione a un ruolo.
Così la lingua di questa parlata, come sempre accade quando il dialetto viene messo per iscritto, è quella bastarda che si è in incuneata nella mente per ricordo, per strappi, per sensi personali: è una specie di idioletto, oggetto poetico, quindi, per antonomasia, in cui le ragioni della lingua sono sempre le ragioni del cuore, della razionalità costituente e dell’emotività destrutturante.

Certi bboti
ti vulissa scriviri na poesia,
ppi diriti ca ju ppi ttia
mi facissa ammazzari
e appizzari ‘nta cruci.

Quannu m’assettu cco fogghiu davanti però,
‘nta testa aju scurdiotu ca mi macina,
‘nta ucca l’italianu ca m’ammogghia a lingua,
‘nto pettu ‘u napulitanu,
ca ccu Scurdia nun ci trasa nenti,
ma è a lingua di quannu t’ancazzi,
e di quannu babbii.
E allura a manu si cunfunna,
nun sapa comu ‘a scriviri,
s’ampurugghia ‘nte capiddi
e ammogghia u fogghiu.

Ca ppoi, a fini,
a chi servunu i poesii,
quannu ogni matina
m’arrusbigghiu
cch’e ta vrazza d’incoddu?

Scriversi addosso, insomma, altro non potrebbe fare la poesia. Sul corpo della lingua, sul proprio corpo e su quello degli altri.

Sebastiano Aglieco

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5 thoughts on “Dina Basso, Sacciu ca sugnu ‘mmiscata …

  1. Caro Sebastiano,
    volevo ringraziarti per questa critica che tiene conto dell’aspetto linguistico della mia poesia: mancava alle mie recensioni questo tipo di sguardo. Mi piace molto quello che scrivi sulla distanza, necessaria, dalla propria terra, per poter scrivere: il dialetto che uso è quello della memoria, è anche quello familiare, personalissimo, è quello sporcato dall’italiano che la mia generazione ha imparato, in un paesino vicino a Catania ma non lontano da Siracusa, Scordia. Mi rendo conto però, che questo collocarsi nella “terra di mezzo”, tra la lingua delle madri e l’attuale, facendo i conti con le distanze fisiche e interiori, sia stata una scelta forte da portare avanti, ma sono felice che voci autorevoli, come la tua, l’abbiano compresa.
    Con stima,
    Dina

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  2. Beh, probabilmente è l’unico modo, oggi, per scrivere in dialetto, che non può essere più la lingua degli avi, ma la lingua bastarda che sta cambiando e che si sforza di resistere. E’ lingua senza nostalgia, e questo carattere la discosta dal vernacolo. E iIl vernacolo, in genere, non è lingua poetica, ma lingua del folclore. Scrivere nella distanza è dunque anche scrivere nella distanza con la memoria, ma è operazione poetica necessaria perchè genera frizione con la propària lingua. Tanti auguroni per la tua poesia!
    Sebastiano

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  3. mi piacieru assai sti poesii
    a parrata nostra ie’ a kkiu bedda ca cce’
    e zokku nan ie’ scrittu nda libbru
    campa sulu kka poesia e kku la canzuni,
    ie’ addiri la cultura pupulari.
    Brava appiddaveru!
    Salute e salutamu.

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