Marco Ercolani: La Gerico che abitiamo

Marco Ercolani, IL DIRITTO DI ESSERE OPACHI, La Vita Felice 2010

marco_ercolani_immagine-004Questo libro descrive il vorticare rovinoso della materia di cui siamo fatti.
Nulla rimane, di noi, se non brevi momenti di splendore. Tutto si trasforma, tutto muore e rinasce; i morti e i vivi coltivano ignoranza e silenzio. Chi ci abita è il mèntore di un dio indifferente. Quelli che abitiamo sono i nostri fratelli; siamo riflessi e riflettenti nel grande libro delle cose che esistono per grazia e per dolore. Forse riconoscenti del dono della vita, sicuramente dolorosi nel contemplare l’abisso del tempo, nell’allontanarsi quotidianamente e sempre di più, dagli esseri amati.
Eppure, tutto ciò è vita, e questo libro ne dà testimonianza: il vuoto e il pieno che contiene, la corruzione infinita che genera altra vita e altra morte.
Come è possibile, per le parole, contenere tutti questi opposti? Spesso la poesia è chiamata in causa: “La luce muore, nella carta”.
Il nostro mondo è una Gerico dalle mura alte, ricche, in cui “una sentinella, tradita dal sonno,/non vede quel cerchio di fumo/dove, senza essere cavalcati,/galoppano i puledri“, p. 18.
Esiste, dunque, una drammatica rottura tra ciò che sappiamo, vediamo, e ciò che è sconoscenza e delirio. La conoscenza, insomma, è una gnosi (ricerca e invenzione). Ma anche declinazione nel mondo dei frammenti di luce staccatisi dall’infinitamente grande. Questo tema presocratico è qui declinato nella forma del poemetto, come a voler ricordare, di quell’antica opera perduta, un’idea di completezza degli stati percettivi che nella loro unitarietà formano il Tutto.
Di questo dolore dell’essere stati catapultati qui, le poesie di Marco Ercolani conservano tutta la vibrazione del sentire, lungi da una mera testualità tutta concentrata sul dato speculativo ma, invece, incisa nelle colpe, nella dimenticanza e nell’innocenza della carne.
Cielo contrapposto al pozzo, terra all’acqua marina: questi sono i luoghi che abitiamo e la poesia non può che nascere dalla collisione delle grandi crepe della terra che, con i loro tremori, ci ricordano che siamo nati lungo le rive scure di un lago, a Olduvai, in Tanzania.
Queste crepe a volte si aprono nel nostro corpo, nella nostra mente, dicendoci che siamo esseri opachi assetati di splendore:

I tuoi occhi quasi ciechi.
Prova a guardare le case, a vedere
se sono proprio porte,
osserva la polvere sui bicchieri,
le spine nei piatti, le ombre sui muri.
Prova a rinascere nel tempo
in cui riemergeranno.
Scrivi fra le cinque e le sei
quando la carta mostra
i buchi delle parole. Poi smetti.
I corpi, in fondo alla stanza,
restano corpi ed è saldo, nel buio,
il diritto di essere opachi.
p. 60

Un cavallo galoppa per irrompere nella città. La porta del nostro carcere non si apre. Fuori c’è  il mare: pericolo e possibilità. Montalianamente, l’immagine della bussola impazzita, è sviluppata in visioni. E’ la rotta perduta dei neri naviganti, l’ago che vorrebbe uscire dal suo cerchio per infilzare la materia, dare senso al vuoto del pozzo che abitiamo.
Risuona il verso di Manfred ad Astarte: “guardami”.

Guardami.
La tua mano sinistra è nel mio risveglio,
la destra nel fuoco prossimo a lambirci.
Guardami.
Turbano il passato, creano storie dai morti.
Scrutano la finestra. Esclusi dalla casa, traditi.
(…)
Guardami:
gli scomparsi hanno un numero e un nome.
Vedo immagini scorticate
ombre in mezzo alle mani.
Lungo accordo la materia incendiata –
tronco lasciato nero
manifesti scollati
città vuote di voci.
p. 31

Dentro questa Gerico molto umana, il vasaio modella forme, immagini di immagini, bocche che non avranno mai suono, occhi che mai si apriranno, perché i suoi occhi sono “fissi sull’anfora/bianca, con esseri immersi nel sonno”.
Fuori da questa Gerico c’è il mare periglioso, il delirio del viaggio di Ulisse verso i confini, reinventato nel bellissimo poemetto “Il folle volo”, dove lo scacco dell’attraversamento, della morte per scelta di libertà, è rovesciato nella rinuncia alla febbre, al teatrino della finzione che costringe l’essere, tutte le volte che s’incarna nel mondo, a ripetere la coazione, la grande preghiera che il Nulla pretende.
“Non ci appartiene il mare ma il suo nulla bianco (…) e l’orizzonte è un vortice”. “Il mare che guardavi/è strappato./Sotto il cartone a brandelli/sotto le onde dipinte/il muro secco, il piatto.”, p. 50.

Sebastiano Aglieco

6 commenti

  1. Trovo qui il grandangolo di Sebastiano che con esattezza scruta queste pagine di Marco Ercolani, facendone emergere tutta la sapienza del dire in poesia le nostre contraddizioni, tra consapevolezza dolente e resa al mistero. “siamo esseri opachi assetati di splendore” è l’espressione ultimativa che Sebastiano usa e che racchiude tutta la profondità di questa scrittura poetica d’esordio di Marco Ercolani, di cui di recente ho letto anche l’interessante scandaglio di critica poetica (Vertigine e Misura)che mi era sfuggito. Qui vorrei riportare solo qualche riga della mia empatia già riferita all’autore subito dopo la prima lettura di questo libro, ora riconfermata: una scrittura che si avverte scaturire da profonda necessità, quasi per un debito alla vita, per dichiarare l’impotenza di dare risposta al malessere universale, perché solo la pagina scritta può “sprigionare luci”.
    Sullo sfondo spesso s’intravede l’ombra di chi ha voluto sottrarsi con violenza al mondo, lasciando semi acuti di riflessione: “Anche se l’ombra della rupe non è muro…qualcuno, invece di fuggire, ha preferito scrivere e bruciare” . Sono suggestioni derivate dalla consuetudine professionale dell’autore all’ascolto-accudimento, di intensa partecipazione, dai ricordi delle conversazioni di scavo e aiuto, qui trasfigurate con leggerezza, con lampi lancinanti: “per amore mi prometti che le voci renderanno gli incantesimi case “. E ho notato il ripetersi frequente del lessema “pietra”, come tentativo ossessivo di scolpire il pensiero, farne un’orma fossile, oppure, come dal titolo, ansia di assomigliare alle pietre nel loro essere opache in modo così inerme, ”perché non riflettano le ombre degli inseguitori”. E poi, la parola, e ancora la parola, inseguita senza sosta, come unica salvezza dalla vertigine della finitudine.
    Infatti, che cos’altro può fare un poeta, se non vivere della parola ascoltata-ricreata-restituita, per “disimparare la morte”?
    Un saluto a Marco e un grazie a Sebastiano per questa scelta
    annamaria

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  2. Marco è scrittore a tutto tondo: dire poeta, o saggista, è riduttivo. La sua mi sembra una scrittura che tende a inglobare le forme, creandone proprie. Oltre a VERTIGINE E MISURA, vorrei segnalare, tra le ultime sue pubblicazioni, un libro scritto a quattro mani con Lucetta Frisa, SENTO LE VOCI, discorsi di “matti”. La vita felice 2010.
    Grazie
    Sebastiano

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  3. Grazie, Annamaria, dell’attenta lettura. E grazie a te, Sebastiano. Sì, io mi riconosco in uno scrittore che vuole vivere un crogiuolo di forme diverse. Questo libro di poesia è, diciamo così, più “involontario” degli altri, un po’ come aver voluto mettere insieme il proprio ritratto negli anni ed essersi accorti che, in fondo, si è pronunciata la stessa parola in forme diverse, mentre il tempo passava…
    Un abbraccio forte, Marco

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  4. Considero un monito per i poeti giovani queste tue parole. Non si può eludere, scrivendo poesia, uno sguardo più ampio sul mondo che passi anche dalla capacità di smontare le forme della retorica attraverso altri specchi, ricostruendole, poi, nella visione di un proprio stile. Oggi, personalmente, non mi basta più un libro puro, ma un libro che arrivi alla purezza dopo aver attraversato, discusso, meditato, lavorato. Non per ultimo, impietosito del mondo. I giochetti, in poesia, non mi bastano più. Ma forse sono andato troppo oltre. Sebastiano

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  5. Un’apocalisse quotidiana,un’epifania d’assoluto; l’eterna comunione fra vivi e trapassati,il tempo come mediazione d’incolmabili distanze.La scrittura,testimone privilegiato dell’impermanenza.Eppure così “disimpariamo la morte”, come sa chi scrive in quel buco della notte che è l’alba.Un libro da leggere e da rileggere;una scrittura difficile eppure terribilmente semplice, perchè linearmente, assolutamente verticale. Alessandra Paganardi.

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  6. Alessandra, ti ringrazio dell’attenzione. Il mio “libro involontario” di poesie sta piacendo a molti amici, proprio per quella impermanenza che dici. E concordo con la stanchezza di Sebastiano. Molti giochi sono finiti.
    Un abbraccio, Marco

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