Su un libro di Gianluca D’Andrea

Inauguro una nuova rubrica di brevi annotazioni e riflessioni partendo da un testo. La chiamo semplicemente e chiaramente: “note a margine”. Che è anche il senso legato al rapporto con un libro, segnato a matina e chiosato come nella più antica tradizione occidentale.

Gianluca D’Andrea, EVOSISTEMI, con dipinti di Orodé Deoro, Edizioni L’Arca Felice

Gianluca D'Andrea under 35Esistono ancora piccole collane di poesia che accolgono dei testi non assuefatti alla lingua, selvaggi o addirittura anarchici, anche se poi, le prove migliori, sono quelle che inscenano con la lingua “comune” una specie di dramma dialogato, al limite una tragedia, un accapigliarsi, anche violento, ma senza quell’indifferenza che fa morire ogni lingua lasciandola in pasto a una tradizione anchilosata.
Questo compito appartiene, poi, in modo particolare, alla poesia.
Anche se, mi sembra, ci sono modi e modi di agire sulla lingua: in genere questo avviene stropicciandone le strutture, e questo vorrebbe dire, storicamente, avanguardia, postmodernismo etc…oppure lavorando sui contenuti, e questo vuol dire pensiero, che, a dire il vero, non coincide necessariamente con la tradizione o con le avanguardie; nel caso di queste ultime, spesso l’accanimento terapeutico è sintomo del desiderio di una morte in vita, di un omicidio senza preconcetti, o, addirittura, operazione metafisica che, a furia di togliere, storcere e raschiare, vorrebbe vedere qualcosa che in verità non c’è.
Così, scrivendo nella lingua difficile, occorre sempre una buona dose di coscienza culturale perché non si tratta di illudersi di cambiare il mondo scardinando la lingua –  Rimbaud docet –  nel momento in cui, senza neanche saperlo, ci ritroviamo ad essere cambiati dal mondo. Il mondo è sempre più forte e questa è la formuletta metaforica che affossa o ringalluzzisce ogni rivoluzione.

Mi vengono in mente queste considerazioni leggendo le poesie di Gianluca D’Andrea raccolte in questa pubblicazione d’arte e introdotte da Mario Fresa. Poesie programmatiche, dove si coglie, appunto, il manifesto di questo autore che vorrebbe incidere sul mondo scardinandone, appunto, le strutture linguistiche e dichiarando a piena voce, la necessità di una “violenza”: non scrivere più come si scrive, non parlare più come si parla, non essere più come si è, non essere più chi si è.
Un atto d’amore, paradossalmente – l’amore considerato non come affossamento e perdita ma come gesto, insomma, vitalistico: a/mors.
E non morte è, appunto, non accettare le regole, ma amare, scoperchiare i meccanismi delle favole sociali, moltiplicarsi in altro, come dice Mario Fresa nella presentazione:”La poesia di Gianluca D’Andrea si presenta mobile, liquida, trasversale, ponendosi in una direzione che tende continuamente a sorprendere e a deviare l’attenzione del lettore, con una lingua sempre sinuosa, mercuriale, imprendibile. Qui la scrittura agisce come strumento scardinante della realtà, rielaborata per il tramite di un costante e anarchico sovvertimento, con l’impiego di una incessante, estrema trasformazione del misterioso suo apparire”

*

Come una croce amare la rovina

Balbettio, canzone infantile,
ritornare all’infanzia giustifica ogni violenza
impallidire da uomo perbene
e arrossire per tutta la mia specie
cui resta solo una speranza:
l’invasione e in ultima istanza
l’auto-invasione.

Una moltitudine barbara
o tranciare una mano in strada,
la vita è scompenso,
la lingua frantumazione;
slancio dell’origine
a violenza si risponde con violenza.
E’ veramente l’epoca dello Spirito
in bacheca, nascosto, braccato,
protetto da una superficie boccheggiante,
esterrefatta, sfaldata.
E nonostante l’immane sdegno
ancora amarla questa vita
e non cedere al disgusto
ma adagio senza fughe
lottare per il nido
violenza su violenza.

Sebastiano Aglieco

2 commenti

  1. A parte alcune apparizioni dell’infinito montaliano ( ma è una mia fissazione , per carità ! ) è veramente apprezzabile l’energia comunicativa / temperamentale che percorre questo bel testo . E’ importante solidarizzare con una visione del mondo ; sentire pronunciare da altri le parole che noi stessi avremmo voluto scrivere .
    In questo caso , oggettivamente , l’opzione ( le opzioni ) offerte alla condivisione o alla riflessione smentiscono le famose teorizzazioni montaliane sull'”utilità” della poesia .

    Con Auguri di buon proseguimento
    e di Buon Anno !
    leopoldo

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  2. ciao Leopoldo, grazie per il commento, sempre stimolante. E auguri di un buon anno da una freddissima Parigi.
    Sebastiano

    "Mi piace"

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