SILVANO SBARBATI: PERCHE’ IL TEMPO E’ CORTO…

Silvano Sbarbati, DIZIONARIO MINIMO, ArcipelagoItaca 2022

Il termine vocabolario si distingue da dizionario perché può anche indicare l’insieme delle parole di una lingua o di un individuo, indipendentemente dalla loro registrazione in un repertorio, mentre dizionario è usato solo per indicare l’opera che raccoglie il lessico stesso.

Il percorso evolutivo di ogni essere vivente consiste nell’apprendimento di parole e comportamenti necessari alla sopravvivenza sociale nel gruppo. Esiste, prima della parola scritta, una parola semplicemente pronunciata, anche quando essa sia pura emanazione chimica dei bisogni – parlano i virus, i batteri, gli insetti, le piante… mai ognuno per sé – . Parola è, dunque, struttura emanata in un complesso rapporto di relazioni.

L’essere umano in particolare, la creatura, cioè, che ha più investito nell’elaborazione di una lingua complessa, si ritrova, al termine della sua carriera di attore sulla terra, a fare i conti con la sterminata rete neuronale che la lingua gli ha tessuto intorno e così sente il bisogno di non recitare più, di buttare la maschera, di porsi di fronte all’esperienza di una parola più nuda. Diversamente da tutte le altre specie, le quali reiterano le informazioni e le riproducono, l’essere “senziente” per antonomasia distrugge il suo fare e lo archivia: nello stesso tempo, preservando, elenca oggetti che non sono più.

Lo fa Silvano Sbarbati, indicando in questa sua prima opera poetica un dizionario minimo, apparentemente da proteggere dall’incuria del tempo e dallo sfaldamento della memoria.

Ma questa è un’indicazione generica, valida per tutti i dizionari minimi e per tutti i sistemi che, raggiunta la loro fase di massima complessità, si preparano alla disgregazione, al grande Nulla in cui galleggiano le parole – solo alcune di esse, forse, fonderanno altri sistemi – .

Nel caso di Sbarbati questo dizionario sembra autocostruirsi catturando le poche parole che si sono salvate e ingabbiandole in una rete di rappresentazioni semplici.

Nessuna può sfuggire alla gabbia grammaticale: nome comune (di persona, di animale); astratto, proprio, di luogo…A voler vedere bene: molti nomi di cose; un bel gruppo di nomi astratti; pochi nomi propri e di luogo; ancora meno di persone e animali. Infine qualche aggettivo nei titoli.

Che logica interna, dunque, attraversa questo dizionario? Una seconda analisi freddamente comparativa dovrebbe consistere nell’esplorazione delle relazioni interne a queste Macrocategorie. Ad esempio, a proposito dei nomi comuni, un gruzzoletto di termini riguarda il corpo: diabete, dolore, gastroscopia, mano sinistra, tronco (nella doppia ambivalenza del significato); vaccino, voce… ma moltre altre, accostate, ne allargano le consonanze semantiche tanto da supportare l’idea che l’ordine alfabetico veli l’indicazione di una geografia di esperienze, piuttosto che di una mappa concettuale indagativa.

Niente di definitivamente classificatorio, insomma, in quanto le ramificazioni esistenziali sono, per loro stessa natura, ben lungi dal fossilizzarsi in una “sapientia” definitiva. Si tratta, cioè, di un fare poesia in corso, che immediatamente si costituisce in minimo sistema di pensiero, superando quasi subito, questo sì, il dato dell’avventura dei sensi.

Il cognitivo del fare esperienza si riverbera nella riflessione avanzata dal punto di domanda esistenziale, oscillante tra un chiedere/chiedersi e l’esclamazione del dato conclamato: così è.

Il procedimento di “poetizzazione” del reale ha sicuramente a che fare con lo sguardo, ma, certo, Sbarbati non è tipo che si accontenti del puro rimando oggettivo dello sguardo! Il suo lavoro oscilla tra l’estrazione di una “pozione” sapienziale e la metaforizzazione del dato, quasi sempre derivante da un vivere sul campo di calcio del presente – fluido e ambiguo – e del ricordo.

Se il presente scivola, decompone la sua struttura in rivoli emotivi da codificare o, al limite, da assorbire come un ematoma, il ricordo sembra avere piedi di bronzo e memoria più vasta.

Sembra essere proprio il ricordo lo strumento immaginato come tramite tra il desiderio di trattenere e la necessità di comprendere e praticare il trattenere. Come dire: se nel presente i tuoi piedi scivolano nel fango con grande disinvoltura e non ne capisci il perché, nel passato i tuoi piedi hanno smesso di scivolare una volta per tutte, consegnando l’immagine a un non tempo; non più nostra ma di tutti.

Forse, nella distinzione tra vocabolario e dizionario, strumenti apparentemente simili ma complementari, è da individuare la tenzone messa in campo da Sbarbati tra generalizzazione universale delle esperienze e materia calda della parola privata, fortemente dipendente dal ring, quasi sempre violento, delle autobiografie.

ALCUNE POESIE QUI

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