Restituzione

Questo testo fa parte della categoria “restituzioni”.

Che cos’è una restituzione? E’ un tassello di quella cosa che una volta si chiamava dibattito, con/versazione, persino polemos. Oggi, si sa, è cosa non di moda. I poeti si sono chiusi a riccio, trincerandosi dietro la parvenza di comitati letterari pseudoscientifici o redazioni ombra di blog, riviste etc… situazioni che non hanno niente a che fare con le riviste di una volta. Non sono interessati alle poetiche, ai manifesti, anche se spesso ne redigono uno, che poi, a ben guardare, è un manifestino. Quando possono si aggregano al corteo degli scolaretti dietro il grande poeta di turno, lacerandosi le carni per raccogliere qualche briciola del suo ingordo pasto. Altre volte si espongono, gongolando, dalla sommità delle loro turris… – certo, tra mangiare le briciole sparpagliate dal famoso poeta di turno e osservare il mondo dalla mia turris, io preferisco di gran lunga la seconda situazione – . Spesso i poeti si offendono. In generale tacciono e stracciano gli indirizzi delle agende.

A parte l’ironia più o meno graffiante, più o meno sincera o realistica, il clima della conversazione letteraria è ormai pesantemente segnato dal silenzio. Non sappiamo che cosa stia bollendo dentro al calderone. Sicuramente facebook ha reso un enorme contributo alla letteratura fornendo gli strumenti raffinatissimi e per nulla faticosi della faccina e del cuore, della mano alzata e del testo sincopato dei “che meraviglia!”, “evviva!”, “sei un grande”, e via di seguito. Ha, cioè, contribuito a semplificare il clima, o a renderlo inutile, a seconda dei punti di vista.

Spesso mi chiedo che cosa mi spinga ancora a tenere su questo baraccone di recensioni e interventi, sempre più dettati a un me stesso davanti allo specchio, nello sfondo di gala letterari consumati mangiando e bevendo, di premi più o meno gratificanti, di sfilate di moda, di libri pubblicati a rotta di collo, di nuovi poeti e poetini,di silenzi, di gente che sparisce, di gente che improvvisamente appare, di gente che poi altrettanto improvvisamente risparisce…(comnpreso me stesso); insomma, il mondo, con tutti i suoi riti, le sue maschere, i suoi abiti da sera, i suoi stracci sbandierati e indossati come contributo etico per le sorti del mondo. Non so perché ancora sono qui – tra l’altro a lamentarmi e a far incazzare qualcuno -. Il mio lavoro, ormai, è dall’altra parte, nello spazio bianco dei morti, ai quali non devo chiedere il tesserino della grandezza e della simpatia. Se c’è qualcosa di utile che posso ancora fare per le sorti della poesia – e già mi vergogno dicendo questo, a pensare cosa succede nel mondo! – è il progetto di uno sguardo che si ritira sempre di più, capace di osservare sempre più da lontano, senza chiedere nulla. E’ un tirarsi indietro, lasciare la terra incolta per i nuovi contadini che verranno. Già, perché prima o poi dovranno ritornare i contadini, e tirare su il cibo con le mani, al massimo con una rudimentale zappa! Oddio come odio le poltrone e i divani con i cuscini…chiaramente mi riferisco ai salotti, non a quelli di casa mia!

Basta così. Questa è una restituzione di Silvano Sbarbati a proposito dei miei appunti alla sua opera prima DIZIONARIO MINIMO.

Evidentemente io e lui, e pochissimi altri, veniamo da una scuola in cui la restituzione è un gesto normale, allenato. Si restituiscono parole come si restituiscono gli sguardi, il buongiorno e la buonasera. Semplice, ma il buongiorno e la buonasera, ne sono sicuro, non sono di moda da un bel pezzo…

La restituzione è un gesto privato, come una lettera che si riceve? E’, dunque, un atto di orgoglio renderla pubblica, un gongolarsi a vicenda? No. E’ un atto politico. Per questo concordiamo di renderla pubblica.

***

La restituzione di Aglieco al mio “Dizionario Minimo” è costruita –almeno questo a me appare – come un percorso di avvicinamento alla Cosa o al “Grande Nulla in cui galleggiano le parole” , come recita una sua fulminante definizione a proposito della funzione dei dizionari e /o dei sistemi a cui somigliano.

Questo percorso di avvicinamento è come uno sguardo che cerca di mettere a fuoco un oggetto. Da lontano si vedono contorni macroscopici, poi mano a mano emergono i dettagli. In questo caso i dettagli che emergono dalla lettura di Aglieco assumono almeno per me dimensioni imponenti per forma e contenuti.

Provo a chiarire: il discorso sulla distinzione tra vocabolario/dizionario funziona come una distanza con l’oggetto, nella fattispecie con il titolo che nomina il libro di versi. Aglieco cerca di capirne il significato e si sofferma sul lemma per cavarne la sostanza ermeneutica (tanto per stare sul definitorio…). Ma si capisce subito che maneggia davanti al suo sguardo l’oggetto (il titolo del libro) per avvicinarlo ad una comprensione ancora più precisa, dettagliata appunto.

Arriva, quasi a tre quarti della sua “recensione” ad un primo approdo/dettaglio. Quello che gli fa vedere l’oscillazione della “domanda esistenziale tra il chiedere/chiedersi e l’esclamazione del dato conclamato”. Già, rileggendomi con questo sguardo suggerito da Aglieco, questa oscillazione la avverto con più nettezza di movimento. Di qua il dato sensibile / di là l’interrogativo di senso. E’ così: appartiene a me, sono io questo movimento che muove l’attenzione sul mondo, che la sposta continuamente e per questo il “fare poesia in corso…si costituisce immediatamente in minimo sistema di pensiero”. Il titolo è bell’e chiarito: dizionario come sforzo di sistema; ma minimale, pur essendo un minimo essenziale.

E poi, ancora avvicinandosi ai dettagli, Aglieco trova (o disseppellisce dalla “decomposizione del presente”) la metafora dell’ematoma. Un rossore che di trasforma in nero scuro e cambia la pelle, anzi emerge dalla pelle come un segnale di modificazione in atto. E’ (forse) questa la immagine che più mi ha avvicinato alla comprensione del mio “fare poesia in corso”. Chè difatti si realizza in un lento, costante mutare le forme della parola, asciugata nella relazione con le altre parti del discorso, alla ricerca di un suo timbro assonante e in dialogo.

Alla fine di questo avvicinarsi ai dettagli trovo la metafora dei piedi rispetto al tempo. Nel presente, i piedi scivolano nel fango (e ci sarebbe da fermarsi ancora per approfondire i perché di questa terra bagnata impastata con l’acqua che diventa fango scivoloso…), nel passato, gli stessi piedi – deputati al movimento – è come fossero stati bloccati dalla malta disseccata. Ecco il “ring violento” in cui si combatte la sfida tra l’universo e il particolare, tra il finito e l’infinito, tra la Cosa e il Nulla: questo mi suggerisce la clausola di Aglieco.

E se fosse che questo “tra / tra” derivasse proprio dalla distinzione tra Vocabolario e Dizionario? Il primo come luogo della Cosa/infinito e il secondo della Cosa/finito? Una risposta non l’ho trovata, come invece ho trovato con rapidità e sicurezza il titolo del libro: probabilmente stava già lì, nella lingua, aspettando di diventare parola. Grazie.

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