Marco Scalabrino legge un testo di Lucia Grassiccia

Lucia Grassiccia, ELEVATOR, Prospero Editore 2013

di Marco Scalabrino

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Sei qui da due settimane. A parte il nome e il piano in cui abiti, so poco di te. Ho imparato a distinguere il tuo passo. Due settimane possono bastare. Mi sento felice. Per la prima volta qualcuno è lì dove sono anch’io. Prendi corpo nei miei sogni. E comincio a sapere di essere innamorato. Irrimediabilmente. Ora so che forma ha un desiderio, ragazza dolce cui tutte fanno un baffo.

Una coppia di bambine, forse sorelle, si somigliano. Una ha circa dieci anni, l’altra ne avrà sei o sette. Vestono colori chiari, che ne esaltano i capelli biondi. La più piccola dice: “Ma perché, signore, stai nell’ascensore?”

Il suo corpo sembra una pasta piatta che attenda di lievitare.

Ogni piano sta tra altri due, ma nessuno sta con un altro. Si stanno accanto senza vedersi, paralleli. E così tutti quelli che lo popolano, soli, lontani. Ma come fa un piano, solo perché è sopra o sotto a un altro, a costruire qualcosa di verticale? Come fa un piano a darsi delle arie, solo perché bucato da porte e finestre? Come fa un piano a riprendere fiato, quando tutti lo calpestano?

Sette sono questi piani. La sua casa li attraversa tutti.

Se la solitudine avesse un nome, non si chiamerebbe solitudine, perché neanche un nome potrebbe tenerle compagnia.

Per alcuni giorni l’ascensore quasi non viene usato; qualche crisantemo, dei gladioli e delle calle vengono depositati dentro la cabina.

Piuttosto che una recensione, la quale, a parer nostro, mal si attaglierebbe alla portata di questo romanzo finendo col risultare riduttiva rispetto al fitto reticolato che lo costituisce, preferiamo proporre una lettura, una presentazione, una sorta di racconto di quest’opera, che ne possa cogliere le molteplici dimensioni della struttura, ne possa circostanziare quante più sapide e argute circostanze che vi sono disseminate, i cui nuclei salienti, in estrema sintesi, abbiamo esposto nei precedenti stralci introduttivi.

Romanzo non di genere, mordace, spigliato, articolato, al livello fondamentale del quale si sovrappongono, dal quale si diramano, nel quale agiscono, nel tempo e nello spazio, numerose altre superfici e pertinenze.

L’Amante ha smarrito il piacere della musica, il piacere del cibo, il piacere del vino. Colui che l’Amante ama non solo è il problema ma anche la soluzione al problema. L’Amante è un viaggiatore; un ascensore lo conduce in cima e poi di colpo lo affossa.

L’Amante introduce quasi tutti i livelli, pardon, capitoli di questo romanzo. L’insistita reiterazione (una decina di frame) fa d’emblée pensare che questa sia l’ennesima odissea di passioni, di sentimenti, d’amore e che l’Amante, appunto, ne sia l’eroe. E in buona misura, vedremo, lo è; bensì non nei termini che di primo acchito quegli stralci sembrerebbero suggerire.

In quel palazzo lì, ci ragguaglia l’Autrice quasi avesse percepito la nostra sommessa sollecitazione, ha luogo l’azione.

Quel palazzo lì ha sette piani. All’interno, sulla destra del cortile, c’è il vecchio ascensore di ferro. Un ascensore anonimo di un vecchio condominio di un vecchio quartiere, di una città che non si sa bene se vecchia o nuova. Si apre, si chiude, sale, scende; la ruggine s’intreccia a residui di vernice strappata dal tempo. Un ascensore di quelli che ci si può vedere la gente attraverso. Non si dice mai che si viaggia, quando si va in ascensore, solo perché ci si sposta in verticale invece che in orizzontale.

Ci colpiscono favorevolmente, sin dalle primissime battute, le immagini che l’Autrice sa creare, gli esiti di tutto rispetto ai quali riesce a pervenire, efficaci quanto alla coerenza tematica, alla icasticità, alla pregnanza lirica. Abbiamo d’altronde contezza che lei sia dotata di un variegato e qualificato bagaglio di studi e di letture, che vanno da Dostoevskij a Pirandello, da Shakespeare a Ionesco, da Kafka a Sciascia, e che altresì ha dimestichezza col repertorio di cantautori impegnati quali Gaber e Brassens; letture, studi, ascolti che ne suffragano e accreditano il talento, la fresca vena e la verve affabulatoria. Ne discende, in un registro amaro, sferzante, grottesco, un’apprezzabile scorrevolezza di penna, una rodata perizia nel fare susseguire le pagine, una scrittura concreta intrisa della lingua parlata, la cui sintassi e punteggiatura si appoggiano talora alle trame meno formali proprie del timbro colloquiale.

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