LETTERE: conversazione intorno al “Passero solitario”di Giacomo Leopardi, tra Giancarlo Vecci e Silvano Sbarbati

Jesi, 27 luglio 2015

Se vogliamo essere cinici, potremmo dire che è il canto del timido, di colui il quale desidera un diverso modo di vivere, ma al tempo stesso lo rifugge, cerca la compagnia ma la teme, vive nella solitudine invidiando la festosa società degli uomini in un giorno particolare. Questa discrasia è, si può dire, tipicamente romantica, come contraddizione esistenziale tra la realtà e il desiderio, tra il male di vivere e il sogno della felicità inattingibile; ma nel caso di Leopardi è anche qualcosa di più, è la confessione di un’autoesclusione irrimediabile, ma che sta alla base non solo di una poesia, di un canto, di un idillio, ma di tutta la poesia in generale, o meglio delle ragioni della poesia stessa: senza quell’estraneità al mondo, senza quell’escludersi da una festa, non si darebbe poesia, da Dante esiliato, dal Petrarca di Solo e pensoso… in poi.

L’analogia tra il passero solitario e il poeta non è solo un pretesto per affermare un’apparente somiglianza, un contenuto di facile elaborazione metrico-stilistica lungo una musicalità che sorge dalle linee del paesaggio luminoso della primavera e dai suoi suoni, come in A Silvia, un lied che sgorga dal puro canto della voce umana, così come è puro il canto melodioso del passero issato sulla torre antica per meglio diffondere le sue note armoniche nella valle sottostante; questa analogia esprime un’angoscia metafisica, un destino inevitabile di chi ha affidato la sua vita al pensiero con la certezza della sconfitta finale: una specie di sventura che si trasforma in un’avventura poetica e spirituale. Infatti abbiamo una poesia, qualcosa che, grazie al sapiente, raffinatissimo e al tempo stesso scorrevole e fluido uso delle parole, ci affascina, ci commuove, ci intenerisce. La primavera esulta, è in pieno rigoglio nella campagna, e a questa pienezza naturale corrisponde la vita del villaggio in festa, cui sembrano partecipare anche i miti animali (odi greggi belar, muggire armenti), la festa della gente che esce di casa per mirare e farsi ammirare, per intrecciare nuovi legami d’amore al fine di far continuare, secondo i soliti meccanismi, la specie umana. Chi invece esce alla campagna in luogo solitario non partecipa a questa presunta gioia, non soggiace a questi meccanismi, pur sapendo di perdere un’occasione unica di sollazzo e riso. Come in La sera del dì di festa la lacerazione tra la natura e l’uomo si ripete, è fatale, perché la natura ha le sue leggi inderogabili e l’uomo difficilmente vi si attiene. Il fatto è che se il passero solitario alla fine del suo vivere non dovrà dolersi del suo costume, essendo frutto di natura, non è così per l’uomo, che attraverso i suoi interrogativi confessa, come dicevo, una sconfitta, un’amarissima constatazione di quanto si è perduto nel corso dell’esistenza, giunto ai provetti giorni e alla detestata soglia della vecchiaia, tra la noia del pastore e la beata indifferenza del suo gregge sotto lo sguardo imperturbabile della vergine luna.

Proviamo ora a immaginare Giacomo ventenne o poco più che, nel giorno di San Vito il 15 giugno, esce dal suo palazzo per mescolarsi con gli abitanti del natio borgo selvaggio. E partecipare così alla comune festa del patrono mentre suonano le argentine campane e sparano rimbombando di casa in casa i fucili. Non voglio introdurre un quadro di sottile irrisione come può essere visto nel film di Martone Il giovane favoloso. Ma con chi esce? da solo? con il padre Monaldo? col fratello Carlo? Se uscisse col padre, farebbe la figura del piccolo e sgraziato giovanetto accanto alla persona diritta e altera del padre, coi suoi abiti scuri, col suo spadino al fianco, il quale distribuisce sorrisi e cenni di saluto a destra e a manca e se si mette a colloquiare rapidamente con qualcuno, questi è del suo stesso rango sociale, colloquio cui Giacomo non partecipa affatto, stando in disparte timido e scontroso e magari segnato a dito. Se esce da solo, non ha il coraggio né l’abitudine di dirigersi verso la folla, ma va inesorabilmente verso i luoghi dove condurre una vita solitaria nella rimota parte alla campagna, muto e solo, pensoso come il passero, per fermarsi ad una siepe oltre la quale immaginare l’infinito, appena su un colle ove riprovare, sotto il raggio della luna, la dolcezza del ricordo di un dolore avvertito l’anno precedente. Ma supponiamo che esca col fratello Carlo, di appena un anno più giovane, per incontrare casualmente la ragazza intravista a volte dalle finestre del palazzo di famiglia; sarebbero capaci di fermarla per parlarci ed esprimerle l’ammirazione della sua bellezza, tenere parole d’affetto o qualche scherzosa battuta? Se poi Carlo, che farebbe da paraninfo, si allontanasse un poco per dare modo a Giacomo di restare solo con lei, di subirne il fascino e assimilarne fino in fondo il profumo della spensierata giovinezza, di che cosa parlerebbero i due? Lei sicuramente è analfabeta, come le borghigiane e le contadine del tempo, mentre Giacomo è un pozzo di erudizione; c’è un abisso di comunicazione tra loro, un’incapacità di intendersi che sarebbe anche più straziante dell’ignorarsi a vicenda. Né Silvia,Nerina, né la donna mia per la quale, nelle dolci e chiare notti dell’adolescenza, Giacomo, ignorato da lei, si getta a terra, e grida e freme, né tanto meno Aspasia, sono neppure lontanamente le incarnazioni della sua donna, una nuova dea d’amore vagheggiata più dallo spirito o dalla mente che dal cuore: Cara beltà, che amore / lunge m’inspiri o nascondendo il viso, / fuor se nel sonno il core / ombra diva mi scuoti, / o ne’ campi ove splenda / più vago il giorno e di natura il riso; / forse tu l’innocente / secol beasti che dall’oro ha nome, / or leve intra la gente / anima voli? O te la sorte avara / ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Non c’è scampo per il giovane favoloso, i sette anni di studio matto e disperatissimo lo hanno come estraniato dal mondo, e insieme lo hanno reso dolorosamente consapevole che le illusioni, gli ameni inganni, che tengono in vita gli uomini sono diventate nel tempo sempre più labili: forse è rimasta la speranza, che però non è un’illusione come l’amore o la gloria, bensì un fragile appiglio per giustificare un’esistenza che diversamente non ha senso, soggetta com’è agli imprevedibili e minacciosi accadimenti della sorte e della natura; e tuttavia lo hanno anche destinato al canto, a una delle più alte espressioni della moderna anima umana, laddove non vince il tanto ribadito pessimismo, bensì il sole della vita che ferisce lo sguardo steso nell’aria luminosa, vincono il cielo sereno, le vie dorate e gli orti, il mare lontano e i monti azzurri, con pensieri immensi e soavi, con uno struggimento interiore che non è dicibile. Solo restando al di fuori e al di sopra di quel mondo incantato, esso può diventare antico come la torre da cui il passero non spicca il volo come i suoi compagni volatili, tutto compreso a cantare da mane a sera; e quindi quel volgersi indietro non sarà più verso una felicità perduta, ma verso un quadro umano che col tempo acquista, come qualsiasi opera d’arte, un valore sempre maggiore, quell’eternità che rientra nella finitudine delle vicende umane.

Giancarlo Vecci

*

Caro Giancarlo,

il tuo ragionamento sui versi di Leopardi ha una godibilità amichevole ma non scontata; un porgersi ed uno sporgersi sugli abissi delle significazioni che oscilla sempre tra l’essere consapevole del nulla illusorio e il cullarsi tra le braccia della finitudine umana.

Vi ho trovato un doppio registro: il primo fatto di una puntuale ricostruzione, quasi una ricerca delle strutture del testo al fine di una parafrasi che sia di giustificazione alla tua attenzione su di esso. Come a dire…qui dichiaro perché “Il passero solitario” è degno della mia, della vostra, della nostra attenzione.

Il secondo, nella seconda parte, mi è parso il risultato di uno sguardo quasi sociologico, come un pennellare un ambiente, una mentalità; che produce un affresco godibile di un vissuto ‘immaginato’ . E infatti mi è piaciuto molto questo tuo affiancarti (come un fantasma venuto dal futuro) a Giacomo, al padre, al popolo recanatese, per cercare di capirne i costumi, gli amori e gli umori, insomma. E mi è parso un contributo originale, liberato da alcuni schemi di ermeneutica letteraria che usi spesso, che ti appartengono, che ti fanno riconoscibile.

Per esempio il sostenere che la ‘poesia’ avviene quando c’è estraneità al mondo, quando chi scrive ne sia o se ne senta escluso. ‘Poesia’ è quando c’è mancanza, insomma: ed è quanto sostieni poche righe prima quando ti occupi della “discrasia…tipicamente romantica come contraddizione tra realtà e desiderio, tra il male di vivere e il sogno della felicità irraggiungibile”. Ecco che il desiderio (de-sidera) lo assumi come mancanza, il desiderio esiste in assenza dell’oggetto. Però, se questo è vero, perché restringere il campo al romanticismo? E difatti tu, poco dopo, torni a dire che la dimensione dell’assenza/mancanza, la dimensione dell’esilio dal mondo è sempre la radice della poesia (Dante, etc.). (Qui potremmo introdurre un discorso sulla poesia cosiddetta degli antichi (direbbe Giacomo) e magari affrontare Omero…ma mi tremano i polsi).

Mi accontento di seguirti in questa avventura di ricognizione quasi sociologica, ma più evocativa, nel mondo leopardiano: quello fatto di carne e sangue, di oggetti e di sentimenti, insomma. Trovo che sia appunto una ‘avventura’, ovvero un modo partecipato, simpatetico, di stare vicino a Leopardi.

Se il suo testo ha germinato in te la spinta a questo tipo di ‘avventura’, allora in fondo è come se ti avesse portato a vivere una “avventura poetica e spirituale”, trasformando la “sventura” di “aver affidato la sua vita al pensiero” in altro, meno doloroso, dal segno positivo.

Immergendomi nello Zibaldone, da qualche mese in qua, da ignorante puro, ho scoperto un Leopardi lucidissimo ragionatore che, tuttavia, era anche lucido ad ammettere che il fare poesia ‘serve’ .

Dice proprio nelle primissime pagine che “l’utile non è il fine della poesia benchè questa possa giovare. E può anche il poeta mirare all’utile espressamente (come forse avrà fatto Omero)senza però che l’utile sia il fine della poesia, come può l’agricoltore servirsi della scure a segar biade senza che il segare sia il fine della scure…La poesia può essere utile indirettamente, come la scure può segare…”.

Quell “indirettamente” mi ha colpito e su di esso mi fermo un po’ nel mio ragionamento.

Quando definisci la poesia “qualcosa che ci affascina, ci commuove, ci intenerisce” in altri termini la fai diventare un oggetto di desiderio, un oggetto creato dal “sapiente e raffinatissimo e al tempo stesso scorrevole e fluido delle parole”. Il che presuppone uno studio intenso, il che scaturisce da una vita lontana da altri piaceri, il che riconduce alla esclusione etc. Come vedi il cerchio si chiude ed è un cerchio che richiama sempre il desiderio come primo motore (non a caso Spinoza dichiara il desiderio essenza dell’uomo e Deleuze – grande pensatore contemporaneo lo rimette al centro del dibattito filosofico iniziato con Platone nel Simposio….- mannaggia mi pare di somigliare al professor Petrosilli tuo collega 50 anni fa…– per aggiungere Hegel, riletto da Kojève e poi da Lacan, che introduce il concetto del Desiderio come desiderio dell’Altro alla base delle relazioni umane di riconoscimento…).

Se Leopardi – come scrivi – “è destinato al canto” lo è in virtù di uno studio matto e disperatissimo (di cui è pienamente consapevole); e dunque l’aver raggiunto una altezza tale da guardare “il sole della vita che ferisce lo sguardo” forse è aver trovato un oggetto di desiderio. Il suo oggetto di desiderio, ad un prezzo altissimo; purtuttavia un prezzo di cui valeva la pena, come mi pare tu dica nella conclusione. Che cosa altro è “un quadro umano” che nel tempo acquista un “valore sempre maggiore, quell’eternità che rientra nella finitudine delle vicende umane”?

In fondo, professor Vecci, anche il dolore, anche il contatto con le illusioni che ci fanno assaggiare il Nulla in ultima analisi può servire a coprire la distanza tra la nostra finitezza e l’anelito a colmarla – che forse è la felicità.

Il sole della vita che ferisce lo sguardo” è comunque – per me – la metafora più illuminante di tutto lo scritto. Descrive con efficacia il rapporto tra umanità e desiderio, e ci sei arrivato grazie a quello sguardo dal futuro (un altro sguardo, un altro punto di vista – e la vista è il senso che richiama la conoscenza) molto meglio di come ti sei sforzato a fare nella prima parte – come obbligato da un accademismo che – lo sai meglio di me – è un abito confezionato da portare tutti i giorni. Per le grandi occasioni metti quello che tu stesso hai cucito su di te come prodotto sartoriale di buon livello, di sicura eleganza (raffinato ma anche comodo da indossare).

Un caro saluto.

Silvano Sbarbati

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