Arthur Rimbaud: ricominciare a vivere

Arthur Rimbaud, UNA STAGIONE ALL’INFERNO, a cura di Carmelo Pistillo, La VITA Felice 2020, testo francese a fronte

Carmelo Pistillo, poeta, saggista e romanziere, dedica questo libro a una delle figure capitali della poesia moderna. Si potrebbe dire, senza timore di errare, il giovane poeta Arthur Rimbaud, in quanto la sua poesia è sicuramente espressione della Voce che s’incarna infischiandosene di razza, stato, età cronologica, situazione biografica.

Non che la poesia non abbia bisogno di modelli, autori di riferimento, cultura, persino maestri, e questo è avvenuto nella carriera letteraria di Rimbaud, ma con una variante che ricorda l’apprendistato di alcuni artisti precoci; e cioè l’estrema rapidità dell’accadere, del procedere delle tappe della maturazione artistica; una corsa bruciante verso un oblio forse desiderato, non per progetto, ne sono convinto, ma per auscultazione della strada da prendere, quasi a voler anteporre gli indovinelli destinali della sibilla a un atto di forza contro il destino, l’ineluttabilità dell’accadere.

E’ come se Rimbaud avesse conosciuto un invecchiamento artistico precoce, una rapidissima folgorazione luminosa, senza il decadere dell’arte matura, il canto del cigno del vecchio artista.

In questo senso la sua poesia rimane espressione di una sontuosa commistione tra raziocinio – scelta dell’agire, della parola che è – e di un oscuro innestarsi dentro le ragioni misteriose dell’esistenza – il dionisiaco che sempre accompagna le nostre azioni catapultandoci verso l’illusorietà delle scelte, dell’io sono.

Rimbaud rimane, dunque, un poeta che ha bruciato, nell’arco della sua giovinezza, la parola e l’intenzione poetica, rimanendo un abisso per se stesso. Dopo c’è stato l’uomo, semplicemente l’uomo; questo, forse, può accadere a molti artisti ma con la differenza che per Rimbaud è accaduto quasi subito, nel fuoco di un divampare improvviso.

Carmelo Pistillo divide il suo libro in zone: la prima è una premessa, Più di un appunto, più di un ricordo, in cui fa personalmente i conti con l’opera di Rimbaud, conosciuta, per necessità spirituale, ai tempi del servizio militare e tradotta, passeggiando tra i corridoi di una caserma; accompagnato dallo stesso febbrile girovagare del poeta bambino, dai turbamenti e dalle inquietudini dell’età adolescenziale, e non è un caso, forse, che molti lettori abbiano scoperto questa poesia proprio in quell’età in cui le parole si fanno pericolose, desiderano cambiare il mondo, rinnovandolo dalle fondamenta; una rivolta che, quasi sempre, si tramuta in sconfitta e in disillusione.

E’ stato dunque un viatico per Pistillo, e non solo per lui, leggere Rimbaud da adolescente, riconoscersi nei suoi sbotti, nelle sue vanaglorie e nelle sue nostalgie infantili: – o stagione, o castelli! -; nelle sue fragili battaglie contro il mondo e nelle sue pedanterie di ragazzo antipatico, votato contro tutti, persino contro se stesso; soprattutto nelle sue sconfitte, nella sua tremenda caduta finale – almeno da poeta – . “Eppure una volta, vissi una gioventù amabile, eroica, favolosa”.

E’ incredibile il senso di quel “una volta”, considerando che si fa riferimento a pochi anni prima, come se un anno fosse stato misurato in un’intera vita, come se a parlare fosse un vecchierel canuto e stanco!

Se si vede da questa prospettiva, Una stagione all’inferno potrebbe veramente essere considerata come l’espressione somma di un poeta che è diventato subito vecchissimo, del reduce sconfitto dopo una guerra forsennata contro la poesia. Una stagione all’inferno rappresenta veramente la morte della poesia.

Nel lungo saggio Nel nome di Arthur, Carmelo Pistillo procede lo studio del suo Rimbaud dialogando con artisti, studiosi, poeti, filosofi che si sono occupati di Rimbaud: Claudel, Solmi, Rivière, Bonnefoy, Fondane, Rops, Matucci, Bellezza, Luzi, per citarne qualcuno – una bella crestomazia, Rimbaud letto ieri, si trova in coda al libro – . Si tratta di considerazioni a volte assai diversissime, eppure tutte sconfitte dalla constatazione di un mistero insondabile, dall’impossibilità di giungere al bandolo della matassa, a una conclusione, seppur momentanea – particolarmente ostica, se non spregevole, mi sembra la sintesi di Benedetto Croce, con la sua ben nota manichea distinzione tra poesia e non poesia : “Del Rimbaud come propriamente poeta, ossia di quel tanto di lui che resta come attuazione poetica, il Fondane non discorre e non dà analisi, sebbene par che egli ammiri in quell’opera giovanile la genialità poetica, della quale, in verità, io per mio conto non sono mai stato molto persuaso”, p. 201 – .

Destino, quello di Rimbaud, scrive Pistillo, assai diverso, seppur apparentemente similare, da quello di altri poeti in fuga dalla propria condizione biografica – Kafka e Leopardi in fuga dal padre; ma anche il vecchio Tolstoi in fuga dalla moglie – . Situazioni non assimilabili allo stesso sconforto, perché un poeta, anche nel peggiore dei casi, mai rifugge dalla sua parola. L’andare via, incessante, di Rimbaud, sembra più dipendere da una condizione destinale rapidamente maturata nella sua breve adolescenza. Se si leggono le lettere, si rimane colpiti da come quell’essere altro, negro, presagiscano esattamente la sorte dell’ “andare a trafficare nell’ignoto”, (Olivier Clément, cit, pag. 23); come se il voler essere a tutti i costi del poeta si realizzasse prima dentro la parola, in forma di desiderio e veggenza, poi nel mondo, come uomo. Rimbaud capisce, attraverso la parola della poesia, il suo destino nel mondo. La poesia, volendo azzardare, costituisce per lui una maieutica.

L’architettura della Saison, dunque, pare essere tenuta insieme da un oscillante sentimento del tempo che lavora instancabilmente a favore della luce di un domani carico di incognite”, p. 31.

Nella ricostruzione delle vicende capitali della sua biografia, Carmelo Pistillo sembra immaginare il “romitorio” di Arthur, il granaio in cui si rifugiò per comporre la Saison dopo il colpo di pistola subito da Verlaine, non il luogo finale dell’abbandono, ma il luogo della meditazione prima dell’abbandono: “la vertigine suscitata dalla Saison somiglia quindi a una temporanea perdita di contatto con la realtà mineraria della terra, in virtù di un’ascesa verso la conoscenza”. (…) Certamente non c’è traccia dell’orror del vano presente invece nella Vertigine pascoliana”, p.29.

La Saison, dunque, non è l’oggetto di un atto conclusivo contro il senso della vita, ma, piuttosto, della letteratura come forma depositaria di tutti i sensi. L’afflato sbeffeggiante contro i valori dello Stato e della Chiesa, prima di tutto il battesimo subito, se per un adolescente rappresentano gli epiteti più radicali in nome della propria autoconservazione come essere senziente, per un poeta come Rimbaud, adolescente ribelle e poeta dalla parola senza appigli, la conseguenza è davvero un gesto di assoluta deflagrazione, prima di tutto contro se stessi.

Nella Saison entra subito in scena l’energia traumatica di una frattura, uno spartiacque temporale tra il prima e il post festum, come nell’apertura autobiografica della Confessione tolstoiana: – Sono stato battezzato e allevato nella religione cristiana ortodossa il cui insegnamento mi è stato impartito fin dall’infanzia e per tutto il periodo della mia adolesceza e giovinezza. Ma quando, a diciott’anni, terminai il secondo anno di università, già non credevo più a nulla di quanto mi era stato insegnato”, p. 31.

E si legga, allora, l’incipit della Saison, proposto, per confronto, da Pistillo: “C’è stato un tempo, se ricordo bene, che la mia vita era un banchetto dove ogni cuore faceva dono di sé e tutti i vini fluivano”.

Identica situazione di conflitto con i valori della comunitas; identico desiderio di trapassare, di essere oltre, di essere altrove.

Siamo nei paraggi di quel “Je est un autre”, traducibile in vari modi: l’io è altro; l’io è un altro, io sono altro; io sono un altro, io sono l’altro…tutte variazioni di uno steso pensiero abissale, pensiero in linea col deragliamento psicologico dell’essere studiato da Freud, ma anche con l’arte del novecento in cui questo spappolamento dell’io si palesa espressamente nelle invenzioni del cubismo, del puntillismo e, insomma, in tutte le stramberie mentali, prima che artistiche, che il novecento, a partire dalle avanguardie, ha saputo immaginare.

Ma già in Nerval, scrive Pistillo, si può leggere, “Je suis l’autre”, “scritto (…) sotto il proprio ritratto; con cui, diversamente da Rimbaud, immagina una seconda vita rappresentata dal sogno, incarnato da un Io che prosegue la vita in altra forma”, p.33.

Molti appigli sottintesi in questa Saison, che effettivamente possono sfuggire alla lettura proprio per questa capacità della Saison di convogliare lo sguardo dello spettatore verso una visione di parole caldissime. Pistillo rintraccia molti di questi appigli sottintesi, elementi, probabilmente, di un clima comune di sbandamento psichico dell’arte di quei tempi; di una irrequietezza che insegue e si fa inseguire dal contorno sociale, dalla fragilità e dalla promessa dei cambiamenti epocali: Strindberg, nel suo Inferno, “in cui l’autore svedese dichiara di voler vestire l’abito del religioso, ma non può farlo prima di aver assistito a un miracolo”. E in Rimbaud, nelle Prose evangeliche, scritte prima della Saison, (“così parla Cristo”: – voi, se non vedete (affatto) miracoli, non credete – “.

E nella Saison: “Mio Dio, pietà, tienimi nascosto, mi comporto malissimo!”, p. 35.

Queste suppliche, spiega Pistillo, a volte sono “improntate a una ricercata retorica pietistica, attraversano più volte la sua giovanile insolenza”. Ora è a Satana a cui Rimbaud si rivolge nella Saison, perché “Satana si è sempre professato come l’altro, come colui – che non pensa alla maniera di Dio – , pag. 37. Forse anche perché, azzardo un’ipotesi, nell’area del razionalismo coincidente con il fenomeno della rivoluzione industriale, si legga, per suggestione, La rivolta degli angeli ribelli di Anatole France, Satana è l’angelo della luce di un nuovo illuminismo, il portatore del progresso, il libero pensatore, il ribelle contro il potere millenario di Dio.

Forse Rimbaud subisce questa ambivalenza dell’idea di un Satana ribelle, angelo del modernismo tout court, e il Satana che “si comporta come un agente di Dio, e quindi non per corrompere le persone, ma per metterle alla prova. (…) non per consegnarlo agli inferi, ma nella speranza che si penta e cambi” p.37.

Queste ambivalenze presenti nella Saison, costituiscono le linee sghembe di forze in tensione, da considerare non come risultati finali di un pensiero che è giunto alle sue conclusioni dimostrabili – impossibile immaginare una consapevolezza del genere per una persona di quell’età! – ma come immaginazioni di esiti futuri: “Les illuminations”, un’opera in cui il pensiero è negato, a favore del puro sfavillamento delle immagini: visioni, nel vero senso della parola.

La Saison, dopotutto, ci mette davanti a una sorta di resa dei conti forzata con le fondamenta culturali e spirituali della storia dell’Occidente. Le nega, a partire dal trauma della perdita del padre, dell’assenza del padre. Culturalmente questo padre è rappresentato dalle tradizioni, dalla cultura ancestrale che abbiamo ereditato, incuneata nel nostro corpo come genìa, difficilmente estirpabile, se non a costo della nostra stessa incolumità personale.

Per Rimbaud, dunque, si tratta di sprofondare nel prima degli anni della Storia, contati a partire da quel fatidico anno zero; giungere alla preistoria del pensiero, alla forza bruta dei popoli antichi, alla loro sete di sangue, persino; alla forza vitale di un nucleo di pensiero e di azione.

E’ il momento più importante nella storia del Rimbaud uomo: “Il Vangelo è sepolto. Non resta che partire, abbandonare la terra dell’Occidente, dimenticare l’Europa. Lasciare questa civiltà per poi farvi ritorno rinvigorito, con i muscoli d’acciaio di una razza vittoriosa. Salvarsi lontano dalla patria, ecco l’ordine che Rimbaud si dà, la bandiera sotto cui stare”, p. 40.

Ciò che colpisce nel Rimbaud adulto, ormai non poeta, è l’assoluta mancanza di nostalgia, di nostos. E’ l’uomo, a guardarlo dalle fotografie, annerito dal clima, che ha mantenuto della vita precedente la frenesia del movimento, la visione di terre altre, sempre più distanti e lontane. E’ rimasto in lui, non la poesia, ma il poetico che l’alimentava, un indistinto e misterioso coacervo di intuizioni, di immagini, di azioni, di pensieri da cui poi si alimenta la parola della poesia.

Questo movimento incessante espresso nella Saison, al culmine di un febbrile sentirsi, è la danza, il movimento, appunto: “Bisogna uccidere la gravità, castigare Dio con un sorriso, così da essere leggeri e volare. Dio forse piangerà, ma con le lacrime agli occhi vi chiederà ancora di ballare. Attraverso la mia danza, perfeziona il suo pensiero Zarathustra, anche Dio danza. E la grazia, secondo il Lessing, è la bellezza in movimento”, p. 44.

Ma l’inferno descritto drammaticamente da Rimbaud, “Je me crois en enfer, donc j’y suis”, costituisce, oltre che una riflessione teologica, anche il sintomo di una condizione esistenziale umanamente insostenibile. E’, semplicemente, il luogo del dolore che attanaglia l’animo, la ferita dell’esistere. Il pegno del deragliamento è il patto giurato sottoscritto in presenza di Mefistofele, al quale bisognerà rendere, alla fine delle “visioni”, la propria anima.

Si tratta allora, ancora una volta, di sottrarsi al battesimo e all’appartenenza, fuggire veramente, fare in modo che le proprie visioni future non dipendano da nessuno, se non dall’essersi trasformato in negro, in altro, altro da sé, contro “la vita assente (…) quella vita capace d’inabissare ognuno nel nulla, anche in virtù delle convenzioni e ipocrisie che chiedono maggiore ossequio”, p. 47. Quella vita a cui Rimbaud ha cercato di sottrarsi immaginando la folle relazione con quel Loyola, (Verlaine), “dopo la conversione avvenuta in carcere”, p. 48. La pauvre âme sulla quale Rimbaud ha esercitato , vantandosene, la sua influenza di “figlio di Saturno”, p. 49. ”Verlaine, o chi per lui, è stremato e in ginocchio. Ormai posseduto dal carnefice-amante Rimbaud, lamenta di essere spacciato, di aver tradito la sua vocazione, non è più il poeta serieux di ieri. Si sente incapace di risalire, precipitato com’è in quella buca infernale e confusione sentimentale”, p. 51. Annota Pistillo che, in realtà, “Prestando la voce a Verlaine, Rimbaud parla di se stesso. E’ un mago travestito da angelo e viceversa. S’identifica con l’anima emotiva e molle di Verlaine ma rimane sempre il sognatore aspro di Charleville”, p. 51.

Dopo aver fatto i conti con Verlaine, nel secondo delirio Rimbaud attacca la poesia, la sua stessa storia letteraria.

Ecco la distruzione delle illusioni, la poetica del veggente buttata a gambe all’aria. La poesia smontata attraverso un’analisi lucida, quanto spietata, di un manipolo di suoi testi precedenti: “In principio fu uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, prendevo appunti sull’indicibile. Faccia a faccia con le vertigini”, p. 99.

La vecchia poesia occupava gran parte nella mia alchimia del verbo.

Mi abituai all’allucinazione elementare: vedevo chiaramente una moschea in luogo di un’officina, una banda musicale di tamburini formata dagli angeli, calessi sulle vie del cielo, un salotto in fondo al lago; mostri, misteri; il titolo di un vaudeville suscitava terrori davanti a me.

Poi spiegai i miei sofismi magici con l’allucinazione verbale!

Conclusi trovando sacro il disordine del mio spirito. Stavo in ozio, preda di una febbre grave: invidiavo la felicità degli animali, – i bruchi, che rappresentano l ‘innocenza del limbo, le talpe, il sonno della verginità!

Il mio carattere diventava aspro. Dicevo addio al mondo con questa specie di romanze: CANZONE DELLA TORRE PIU’ ALTA “… p. 103.

Prima ha descritto il delirio della vita, ora quello della letteratura. Ne riconosce i limiti. Analizza la propria storia di fantasmi. E’ strano aver centrato l’attenzione sul Rimbaud veggente, averla bloccata nei secoli, quando invece, la conclusione della sua indagine poetica sembra concentrarsi spietatamente su una specie di autodafé, sulla dichiarazione di una sconfitta.

Rimbaud, insomma, “non ha scordato la fame. La sua fame è quella del vagabondo che si ciba di aria e di terra. (Faim) (…) E’ la fame di tutto, anche se non lo dice”, p. 55. Eppure, ancora una volta, non si tratta di una nota totalmente conclusiva. La Saison sembra essere abitata da una linea contorta che, ambiguamente, la strattona in direzioni diverse. “Questo è accaduto. Oggi mi separo dalla bellezza”, p.111: potrebbero finire qui queste pagine. Il dado è tratto. La bellezza che ha sculacciato sulle ginocchia, ora è finalmente scaraventata a terra. Ma ecco, subito dopo: “Ah! quella vita della mia infanzia, la strada maestra di tutti i tempi, d’una società sovrumana, più indifferente del migliore dei mendicanti, fiero di non avere né paese, né amici, che sciocchezza era mai – E solo ora me ne accorgo!”, p. 113.

Ecco il rimpianto di una stagione della vita innocente, libera, nella solitudine dei campi, eppure nello stesso tempo condizione di solitudine abiurata; “Benché nella Saison ci sia un’ininterrotta oscillazione tra passato e presente, da qui in poi non ci saranno più vere regressioni, ma soltanto sfumati riflessi di ieri. Nessuna infanzia può restituire l’innocenza desiderata. Ha sbagliato a illudersi. Ne è certo”, p. 56.

Ancora contrasti: ”- Le travail humain! -, corroborato dalla marcia della scienza, adesso irrompe, dando vita a un conflitto tra la pigrizia e l’assenza di azione confessate in quelle pagine. Non tutto è vano. Vi è qui una deflagrazione che offre una luce all’abisso. Ha un dovere da assolvere, ma vorrebbe metterlo da parte, perché il lavoro è comunque troppo lieve per il suo bagaglio. Una caduta. Un fallimento. Vorrebbe rinunciarvi per esistere nel divertimento con l’abito del saltimbanco, del bandito, anche del prete, se servisse. Ma questa litania enumerativa è una finzione che fa riemergere l’odore dell’incenso pagano uscito dal suo turibolo visionario”, p. 57.

Non credo possa esserci alcun commentatore in grado di redimere i contrasti di quest’opera, di arginarne le conseguenze finali. La palingenesi ancora non si è compiuta. “Dopo aver abbandonato la poesia e aver girovagato senza meta per il mondo, Rimbaud diventerà un pioniere dell’operosità e della disciplina. Ma prima, con questa Saison, non gli resta che chiedere perdono per essersi nutrito di menzogne e visioni ingannevoli”, p. 59. “E’ l’ora di un nuovo ordine”, p. 59. Ma quale?

Il dopo, nell’opera e nella vita di Rimbaud, è l’ignoto, la confusione delle informazioni e dei suoi più reconditi stati d’animo. A questo concetto Pistillo dedica le bellissime pagine finali del suo saggio introduttivo: “Il vuoto forse non esiste perché è colmato da Dio, l’invisibile ponte tra il nulla e il tutto. Secondo la testimonianza della sorella Isabelle, il fratello delirante invocava: – Allah!Allah Kerim! – . Più che un annuncio musulmano, si tratta della volontà di Dio espressa con quella che era diventata la sua seconda lingua da più di dieci anni, quanti sono quelli trascorsi in Africa. Perché non credere, perciò, a una possibile conversione di Rimbaud sul letto di morte, a Marsiglia? (…) Non è forse già accaduto di vedere aggressivi e autorevoli personaggi mangiapreti e senza Dio mettersi in ginocchio e chiedere pietà per i loro costumi?”, p. 65.

Probabilmente il miglior modo per avvicinarsi alla Saison, è proprio quello di rispettare il mistero di questo dopo, di questo ignoto. “Nella sua opera restano un furore e un buio dell’anima da custodire come tali, in cui la trama segreta, come ci insegna Eraclito, è più forte di quella che appare. Le zone d’ombra che si sollevano dai suoi versi e dalla sua avventura umana, avvolgono la sua figura di poeta, artefice di una lingua e di una grammatica comunque fedeli alla ricercata purezza della parola”, p. 65.

Così si conclude questa stagione nell’inferno dell’anima:

Bisogna essere assolutamente moderni.

Basta canzoni: va mantenuto il passo conquistato. Notte tremenda! Il sangue rappreso fuma sulla mia faccia, e non c’è nulla dietro di me, a parte quell’orribile arboscello!…La lotta spirituale è brutale quanto la battaglia fra gli uomini; ma la visione della giustizia è privilegio soltanto di Dio.

Eppure è la vigilia. Assorbiamo l’azione del vigore e la reale dolcezza. E all’aurora, armati di ardente pazienza, entreremo nelle splendide città.

E io che parlavo di una mano amica! Non è un vantaggio da poco se posso ridere dei vecchi amori bugiardi, e coprire di vergogna le coppie di mentitori, – ho visto l’inferno delle donne, in quell’abisso; – e sarò libero di possedere la verità in un’anima e un corpo”, p. 123.

*

Libro ricchissimo, corredato da un’ampia bibliografia, da un album di fotografie, molte delle quali non conoscevo, e da una crestomazia di letture sull’opera di Rimbaud: autori del passato e autori contemporanei, tutti affascinati dalla figura di questo poeta mancato alla propria poesia nell’età del deragliamento di tutti i sensi: l’adolescenza.

Di tutti questi commenti mi piace riportare quello, bellissimo, e vero, e utile, di Dario Bellezza:

…Seguire il silenzio finale di Rimbaud col proprio silenzio è l’atto più onesto che si possa concedere alla verità, e in seguito, non scrivendo più, si potrà ricominciare a vivere, dopo aver cercato, almeno per un attimo che è tutta la nostra eternità, di cambiare la vita, la propria vita”, p. 195.

Un commento

  1. Grazie davvero per aver dato testimonianza del tuo interesse verso Rimbaud e questa mia curatela. Rimbaud è in ogni poeta che scrive, desideroso di andare oltre, di essere avanti. Ci ha indicato la sua strada e un cambio di marcia. Sta a noi trovare la nostra e non ripercorrere la sua. L’epigonato è il fallimento della poesia! Grazie ancora.
    CARMELO PISTILLO

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