Due libri di Alessandra Pellizzari

Ospito questo scritto di Vincenzo Di Maro  sull’opera di Alessandra Pellizzari

*

ALESSANDRA PELLIZZARI, IL MAGMA DELLA PAROLA

di Vincenzo Di Maro

C’è da sempre qualcosa di plastico, nella poesia di Alessandra Pellizzari, la tendenza a una forma che è anche auto osservazione di possibili, o inesorabili, mutamenti: i parallelismi tra parola e metamorfismo minerale si impongono quasi da sé.

Di Pellizzari seguiamo il percorso da anni: da quel “Lettere a cera persa” prefato da Andrea Zanzotto che solo parzialmente suggeriva una collocazione semantica e geografica – quella della tradizione veneta – alla sua poesia. Il suo lavoro nel corso del tempo si è definito grazie a una sovrana, progressiva e, ritengo, sempre più radicale sobrietà, divergendo non poco dall’esempio di quel primo nume tutelare.

Proprio le sue due ultime raccolte, “Mutamenti” (Campanotto 2012) e la recentissima “Faglie” (Puntoacapo 2017) indicano una sempre più chiara focalizzazione dell’autrice sul magmatico processo linguistico e, talvolta, sulla graduale sottrazione che è ricerca di un nocciolo di senso, di autenticità individuale. Non è questo che dovrebbero sforzarsi di fare i poeti?

“Lentamente la mano incide/ sospinge la matrice trapassa il timbro/ nella parola setosa ondulata/ si perde.” (da “Mutamenti”, pag. 35)

A Zanzotto sembrerebbe ispirarsi peraltro la classica misura dell’iper – sonetto, in “Faglie”, non fosse che in quest’ultimo libro non si fa sfoggio di un virtuosistico solipsismo, ma si mostra un movente comunicativo.

Qui Pellizzari si libera da ogni psicologismo per rendere la scrittura una sorta di bisturi: bisturi che il poeta riserva in primis al presente e alla carne.

“ho messo le parentesi invano/ al tempo, sillabe ho deposto./ Ci aspettano inverni che la mano/ cancella, bandiere che non conosco (…)” (da “Faglie”, pag. 45)

Per Pellizzari è forse nuovamente possibile registrare – e celebrare, sia pur con dolore – l’esperienza: al di là della sorvegliata misura formale, la categoria del corporeo campeggia in primo piano.

“La lucidità dell’esperienza/ nelle vene rimpianti/ nel trascendere l’assenza.” (ivi, pag. 21)

Agli antipodi sul piano lessicale, ma animata dal medesimo fervore di intenti, troveremmo accanto a questa scrittura quella di un certo Pasolini.

Usare il corpo, coi suoi fluidi diventa allora un esperimento di verità: e non stupisce che questi si duplichino simbolicamente nella scrittura: “Non fingere di non sapere cos’è mutato/ chiedimi come si rimargina la scrittura sulla pelle se poi cola.” (ivi, pag.22)

o, ancora:

“So abbastanza dell’umido sentire/ del dolore che trattiene le cose distinte/ sugli sfondi di un adagio/ di carni colorate e mezze tinte” (pag. 19)

La distanza da Zanzotto è rimarcata dalla volontà di accantonare l’ apparente dicotomia mente-mondo, sulla quale il maestro veneto ha giocato l’intera sua poetica: Pellizzari ne mitiga le istanze, sulle tracce di una chiarezza che interpella il lettore. Ma la frattura che la storia occidentale ha ereditato anche in campo lirico è dunque pronta ad essere sanata? Qui l’interrogativo, la convocazione a un’urgente contemporaneità di quest’ultimo libro di Alessandra Pellizzari: utilizzando un’altra categoria, cara a Guido Mazzoni, ecco il “presente campo letterario” in cui questa nuova raccolta è pienamente calata: Pellizzari sembra affermare, tra i versi più riusciti di “Faglie”, che oggigiorno in questi termini e di questi problemi è dato scrivere, soprattutto dal punto di vista di chi abbia a cuore la conoscibilità di uno strumento essenziale come la lingua, lingua che può tornare ad avere una presa concreta sul mondo: e allora si può davvero buttarsi a corpo vivo nell’esperienza, legittimando la scrittura nella sua essenzialità e pienezza biografica, ma a patto che essa accetti che l’uomo è animale simbolico: dove per simbolo non si intenda alcunché di depotenziato, ma il potente ingresso al senso profondo, anche carnale, del mondo.

“Il mio pube e tu, scriptor (…)” (pag. 37)

Insomma, in Pellizzari le faglie evocano in forma esplicita il vulcanismo della parola, la sua magmatica sostanza, la perenne tensione cratilea tra la rigidità di un ideale sentire e la proteiforme, problematica espressione nel tempo.

*

Da “Faglie”, 2017

1
Nell’ora in cui si destano sirene
di fabbriche sopravvissute
ogni pensiero si spegne.
Navi fendono i bacini
sradicano fondali e celesti zone dei verdi.

le viscere della terra dei fuochi pulsano
sulle mani dei demiurghi
un’aurora ingannevole desterà chi dorme
solo dai riflessi scorgo l’incendio senza scampo
della vita dilapidata.

2
Di nuovo rassegnata ai brividi cardinati dei paesaggi
scorgendo ciò che si azzarda a rimanere,
dove il tempo smemora.
E’ il tocco che fissa ciò che resta.

3
Altri dorsi terrosi hanno i crepuscoli
quando avvolgono le polveri, gli orli,
i rivestimenti del dolore.

4
Le minuscole utopie sanno trascendere i giorni,
il vapore
che all’anima reca inganno.

Dell’ attesa l’intrepido affanno sulla porta
che s’apre con vigore
alle pasture della fame
dànno ai decori di cristallo, fragore.
Aspettarti nell’umida soavità
che intride Venere
da frantoi dove l’uva s’indora
assorbita da un resto/ silenzio
da una lieve entità.

5
Incroci e gambe sulla velatura
dai chiodi di garofano isolata
saggia di pigmento, di misura
s’inarca già raggomitolata.

Si coagula da una sepoltura,
la parola, tra i silenzi, beata
destata da una serica apertura
piegata dalle sillabe, respirata.

solo un frammento sa lasciare
dei ricordi, pezzi dissonanti
adagiandosi in un breve brillare.

Mentre i battiti prolungano il mutare
da un fiume, ancora abbaglianti
verso il più deserto mare.

6
scorrono i verbi sul bordo ancora miniato, si disfano
virgole, niente rispecchia l’interiore affondato tra
conchiglie di morti fangose. Nuovi tropi abitano
lingue sconosciute, sulle anse s’inarca il senso
la memoria dorme sull’orizzonte del foglio.

***

Da “Mutamenti”, 2012

1
I ricordi si perdono con le parole
si separano per coagularsi in superficie
nelle combinazioni di silenti coscienze
materie di stelle di più alte significazioni
qui, al di là di ogni apertura,
di ogni gemito insaziabile,
nell’intreccio di un arazzo
di pasta vitrea che varca il sorriso.

2
trascritto telaio tradotto in conchiglia
il fauno sull’orto pettinato arancio rugiada
col pizzicore del pane la lingua inchiglia
la parola più nei lobi e più sul legno ascella.

Morde s’affanna in pigiatura il vibrato stilla
a ritmo sfogliando da speziale il carminio.
Quasi a cardiopalma animuccia lascia pelle
di pescamatassa e ci resta il vaticinio
di annodata comprendenza, il fuoco del pastoso
flauto che fiero s’incombensa del fico generoso.

3
Incerti nello scavare fertile del dolore
segnalibri di vertigini
ricordi divorati dalle tarme
inquietudini che il tempo accartoccia
in attesa di sparire tra i metronomi.
I petali di malva nei mesi dispari dell’ombra
e dei disordini petrosi.

Freme il roseto selvatico
tra tempietti moreschi di un libro d’arte
sospetti di inconsci androgini
al levare della luna intatta nudità.

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