Vincenzo Di Maro presenta Wallace Stevens

Pubblico questo bellissimo saggio di Vincenzo Di Maro, che ringrazio vivamente.

*

WALLACE STEVENS, IL POETA NECESSARIO

wallace-stevens-1952

La recente pubblicazione di “Tutte le poesie”, prima traduzione al mondo dei mitici “Collected poems” di Wallace Stevens per i Meridiani Mondadori, si presta a qualche breve ma debita considerazione su una poetica – quella dell’autore di Reading, Pennsylvania – a dir poco singolare.

Autore tra i più oscuri ed ardui, qui da noi Stevens ha sempre goduto di insolito ascolto. Grazie a Renato Poggioli, che con lui ebbe amichevole confidenza, commissionandone talvolta gli scritti, Stevens non è affatto ignoto al pubblico italiano, tenuto in gran conto da chi ne ha amato il sottile tenor filosofico. Ne è testimonianza la fortuna editoriale di un altro suo libro, quella raccolta di riflessioni datata 1951 che reca il titolo di “L’angelo necessario”.

In esso si legge, tra l’altro:

“il soggetto della poesia   non è l’insieme di oggetti solidi e statici che si estendono nello spazio, ma la vita che è vissuta nel luogo che essa crea; la realtà, dunque, non è quel luogo esterno ma la vita che vi si vive.”,

Il contesto nel quale Stevens pronunciò questa frase fu una conferenza tenuta all’Università di Princeton nel 1942. Nel momento in cui la tenne, Stevens aveva già sessantatre anni nonché fama di autore difficile: fama guadagnata grazie alla pubblicazione di due sole raccolte.[i]

Il testo che contiene la citazione, confluito nei saggi del’51, ci offre il destro di riportare alcuni tra i versi più significativi – e autorappresentativi -dello stesso Stevens , che danno titolo al libro e appaiono in curiosa antinomia con quanto sopra affermato.

(…)C’è forse

Un benvenuto alla porta cui nessuno viene?

 

(…) Sono l’angelo della realtà,

Visto un attimo affacciarsi sulla porta.

(…)

Eppure sono l’angelo della terra,

Poiché nel mio sguardo vedete la terra nuovamente,

Libera della sua dura e ostinata maniera umana. [ii]

Si tratta di “Angelo circondato da paysan”, poesia del ’49, poi inclusa in “Aurore d’autunno”. Con circospezione riconosciamo in questa lirica una poesia-chiave: vi è in essa un aspetto didascalico nel senso non deteriore del termine, che ci guida verso la sua corretta interpretazione. Non è un caso isolato nell’opera del poeta: in tutta la sua carriera Stevens non fece, in fondo, che comporre una sorta di ipnotica metapoesia, producendo nel lettore lo stesso stato psichico che il poeta raggiunge nel comporre, ciò che gli ingenui chiamano ispirazione. Tuttavia è davvero esemplare.

Ed ecco l’evidente antinomia: da una parte la poesia, che è la “vita che si vive”; dall’altra, la maestosa e un po’ incongrua apparizione dell’angelo della terra: che libera, attraverso di sé, lo sguardo del contadino -vale a dire dell’uomo e del poeta – “della sua dura e ostinata maniera umana”.

Vengono in mente, ad esempio, l’Annunciazione del Lorenzetti e del Beato Angelico, quella mossa e drammatica del Lotto o quella ariosa e composta di Leonardo; oppure i tre angeli alla porta di Abramo nella Genesi, così potentemente ritratti nel corso dei secoli, tra l’altro, da De Rosa e Chagall; e poi il vesperale raccoglimento dei contadini nell’Angelus, celebre tela di Millet, in cui la figura dell’angelo è a dire il vero assente, ma come suggerita dall’atmosfera del quadro. Proprio a un quadro del resto la poesia si ispira, sebbene si tratti di una natura morta di Tal-Coat trasfigurata dall’immaginazione dell’autore.

Di fronte a queste immagini evocate con naturalezza, ci chiediamo, però, come sia possibile uno sguardo “non umano” per un’ attività umana come la poesia: avremo mai modo , dunque, di individuare il fondamento della poetica dell’autore di Reading?

Ci pare di sì. Sembra anzi occorra partire dalle immagini dell’Annunciazione, dei tre angeli in visita ad Abramo, che riguardano certo l’ambito religioso; ma anche dalla dimensione del raccoglimento, che Millet nel suo quadro suggerisce e che, come la preghiera, anche l’atto poetico sembra prevedere.

Tralasciando l’Annunciazione, soffermiamoci però sul passo biblico di Abramo e dei tre angeli presso Mamre: in esso si racconta che tre angeli, sotto umane fattezze, visitarono la tenda di Abramo e ne furono generosamente accolti. Abramo, sulle prime ignaro, si troverà a beneficiare della propria munificenza con la tardiva attesa di un figlio da parte di Sara: solo allora saprà che degli angeli ne hanno propiziato il concepimento. Si tratta di una tipica agnizione, in questo caso benigna e dai fruttuosi esiti. Agnizione che, proprio come ogni altra, è preceduta da un temporaneo, provvidenziale obnubilamento: lo stupore per la maternità viene espresso nell’episodio biblico dalla stessa Sara, moglie di Abramo già molto in là negli anni.

Obnubilamento, dicevamo: per accedere a una più profonda visione della realtà, così come l’Abramo del mito biblico, per un attimo il poeta ha bisogno di ingannarsi, spogliandosi della consueta capacità di osservare e riconoscere: di quello che è lo stato abituale della coscienza, diremmo oggi con termini in prestito dai corrivi manuali di psicologia.

Questo atteggiamento presenta somiglianze del tutto esteriori col “metodo mitico” diffusamente professato dai modernisti, in primis Eliot e Pound; che in Stevens è tanto più autentico in quanto l’autore non indulge all’evidenza della citazione, così tipica – e smaccata – dei suoi contemporanei. Nel caso di Stevens, questo processo èpiù ravvisabile nella sintassi piana – e, ciò malgrado, di una certa solennità – che nei tropi o negli stilemi del passato. [iii]

Forse siamo sulla buona strada, soprattutto se avremo cura di compulsare ancora tra i saggi raccolti in “L’angelo necessario”.

“Parlare di personalità del poeta non implica che il poeta sia il soggetto della poesia. Diceva Aristotele che il poeta dovrebbe parlare pochissimo in prima persona.”, afferma Stevens in un altro passo. E, citando Henri Focillon, “La coscienza umana tende sempre ad una lingua e puranche ad uno stile. Prendere coscienza, vale prendere forma.”[iv].

E, ancora, riferendosi all’”egotismo indiretto” del poeta: “La mente del poeta rappresenta incessantemente se stessa nelle sue poesie.”

Si direbbe quindi che Stevens intenda produrre nel lettore un’ancestrale adesione all’oggetto nominato. Non è forse il fine di ogni poeta? Se la risposta è sì, nel suo caso, assieme alla capacità di riconoscere, sembra essere anche sospeso qualunque asfittico criterio di soggettività.

Chi è il mio padre in questo mondo, in questa casa,

Alle fondamenta dello spirito?

Il padre di mio padre, il padre di suo padre, il…

Ombre come venti.

Risalgono a un genitore prima del pensiero, della parola,

In capo al passato (…)

 

Sono i versi di “Le scogliere irlandesi di Moher”[v] a testimoniarlo. L’effetto è tanto più paradossale, perché avviene talvolta attraverso un peculiare dérèglement: che nel posato poeta bourgeois non riguarda certo tous les sens, ma la parola, certa sua straniante disfunzionalità semantica. Ci troviamo di fronte a una moderna versione del dilemma del Cratilo, seppur declinato in chiave lirica. Se i segni corrispondono alle cose è solo mediante l’immaginazione, suggerisce Stevens: cioè, mediante una riflessione distesa e ironica, incline alla meditazione e alquanto priva di volontà categoriale.

“(…) la verità poetica è un accordo con la realtà, prodotto dall’immaginazione di un uomo disposto a lasciarsi influenzare a fondo dall’immaginazione e a ritenerla, per un certo tempo, vera (…)”[vi]

Notevole, come del resto “Angelo circondato da paysan”, che anche “Le scogliere irlandesi…” prenda abbrivio da una domanda, aprendo uno spazio di riflessione: quasi un koan della pratica buddhista zen, come osserva lo stesso Bacigalupo, curatore dell’opera.

Non a caso una delle poesie giustamente famose di Stevens è “Il mondo come meditazione”: in cui l’io narrante-Penelope attende il sorgere del sole-Ulisse, che infine dissiperà l’inverno.

Così, anche nella poesia “Non idee della cosa ma la cosa in sé”, che descrive il primo chiarore del giorno: resa spoglia dal risveglio, la mente – il vero narratore – assiste a una nuova alba del mondo e la nomina in termini immaginifici.

Al primo finire dell’inverno,

A marzo, uno stento grido da fuori

Sembrava come un suono della sua mente.

(…)

Non veniva dal vasto ventriloquio

Della cartapesta stinta del sonno…

Il sole stava venendo da fuori.

(…)

Un corista il cui sol precede il coro.

Era parte del sole colossale,

Circondato dei suoi anelli corali,

Ancora lontano. Era come

Una nuova conoscenza del reale. [vii]

Non è, il coro del mondo in questi versi, sorta di nietzscheiana Nascita della Tragedia, a dissolvere lo stesso principium individuationis? Eppure, al tempo stesso:

“quello che il poeta sente mentre scrive o dopo avere scritto una poesia che soddisfi in pieno le sue intenzioni comprova la natura individuale della sua attività. Enfatizzando, si può dire che egli partecipi della trasformazione, se non addirittura dell’apoteosi, realizzata dalla poesia. È probabile che sia questa esperienza a spingerlo a considerare la poesia come uno stadio possibile della metafisica e a stuzzicarlo con l’idea che possa esistere quella remota, mistica vis o noeud vital di cui si è parlato.” [viii]

L’anima messa a nudo torna quindi a intrecciare con la realtà una relazione archetipica. E in questo senso, come dicevamo, Pound ed Eliot indicano appena, attraverso il “metodo mitico” caro a Joyce, ciò che Stevens coglie nel suo segno più profondo.

Altre volte, in una nitida sintassi l’Autore sperimenta un’ambigua, fluttuante concordanza con molti possibili soggetti: come, tanto per citare un esempio, nella raccolta “Parts   of a world” la poesia intitolata “Un piatto di pesche in Russia”; in cui il narratore assorbe e gusta le sue pesche, proprio come, a suo dire, “l’angioino assorbe l’Angiò”, in una sorta di fagocitosi semantica; in cui la domanda “Chi parla?” è reiterata; in cui Stevens osserva, dopo un pittoresco elenco delle qualità dei frutti e dell’ambiente, in una chiusa candida e stupita: “Non sapevo/ che tali ferocie potessero strappare/ un io da un altro, come fanno queste pesche” [ix], ”.

E, infine, che ciò avvenga in Russia è desunto dal titolo e nient’altro, e la misura del surreale è colma, poiché il nonsense inaugura un superiore rapporto tra le cose.

Così, il biblico stupore di Sara per la sua gravidanza sarà simile al nuovo, aurorale stupore che il mondo produce sul poeta e sui suoi lettori, guidati dall’angelo della realtà nel tremendo e vivificante attimo dell’agnizione. In questo, Stevens si rivela un unicum nella poesia dell’ultimo secolo: sornione e acuto bourgeois americano, singolare figura di metapoeta propedeutico per qualunque ulteriore lettura della poesia moderna, e forse, tout court, della modernità.

A Bacigalupo vanno ascritte tenacia e chiarezza, che consegnano al lettore italiano in un sol colpo l’intera opera di questo maestro.

[i] Harmonium, del ’23 e Ideas of Order, del ’35.[i]

 

[ii] W. Stevens, Tutte le poesie, p. 865, Mondadori, 2015

[iii] Come ad esempio, l’uso del superlativo ebraico sin dal titolo, in “il fiume dei fiumi in Connecticut”, ivi, p. 925

[iv] W. Stevens, L’angelo necessario, p. 46.

[v] W. Stevens, Tutte le poesie, p. 871

[vi]W. Stevens L’angelo necessario, pp. 52, 53

[vii] W. Stevens, Tutte le poesie, p. 927

[viii] W. Stevens, L’angelo necessario, pp. 48, 49

[ix] W. Stevens, Tutte le poesie, p. 385

Annunci

One thought on “Vincenzo Di Maro presenta Wallace Stevens

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...