Un libro di Raffaele Floris

Ospito la recensione di Giuseppe Porqueddu a un libro di Raffaele Floris

*

Raffaele Floris, Mattoni a vista, Nota di Ivan Fedeli, puntoacapo Editrice, Pasturana 2017

Non ci sono più le case basse e grigie
coi tetti di coppi e i cortili infiniti,
dove bambini a sciami ululando e correndo
costruivano capanne indiane….
……………………………………………………
Oggi le case hanno mattoni a vista
sabbiati finemente, levigati con cura
e dietro i cancelli a chiusura automatica
ci sono mastini feroci e lucenti Mercedes;
i bambini giocano da soli.

Memoria irriducibile, nel tempo dell’oblio collettivo, struggente e consolatrice ad un tempo per quel deposito di storia personale e collettiva da troppi smarrita…e forse in parte anche da me, che coltivo solo a livello mitico le mie radici sarde, né posso guardando i segni materiali del tempo trascorso in questa terra padana rileggervi con appassionata filologia dell’anima la mia infanzia remota, l’adolescenza…
Ogni volta che mi accosto a un mondo poetico davvero autentico e significativo, come certamente è quello di Raffaele Floris, provo un senso non facilmente definibile di stupore, quasi sgomento, per la conferma di una convinzione maturata in me da molti anni: che questa forma espressiva, per l’estrema variabilità delle sue fonti ispirative e segrete armonie, non consente alcuna classificazione di genere: ogni opera di poesia pretende un accesso peculiare, un ascolto interiore esclusivo, data la sua sostanziale incomparabilità con ogni altra produzione in versi.
Dunque il lettore rispettoso, e niente più che questo vorrei essere, deve semplicemente varcare la soglia invisibile di quel mistero, compiere un viaggio interiore da cui trarre l’arricchimento che poche altre avventure possono realmente concedere, senza osare farsi giudice o disinvolto interprete dei testi.
“Mattoni a vista”, ultima opera di Floris, che è poeta molto noto di Pontecurone , ma più in generale del Piemonte, e tuttavia pure di Voghera, è un libro di piccole dimensioni, edito da “Punto e a capo”, che a un primo sguardo dovrebbe consentire una rapida lettura, ma poi ti coinvolge a tal punto in ogni sua lirica da rendere emotivamente e idealmente lungo il viaggio in una dimensione che è per alcuni aspetti universale, per altri così genuinamente personale, insondabilmente “altra” da te…
Saresti tentato di dire che un filo conduttore, reso persino esplicito per allusione dal titolo e dai versi citati, spiega il senso unitario della “ricerca di sé” da parte dell’autore: traguardare la relazione tra i “mattoni a vista” del tempo presente, così alienante rispetto ad ogni deposito di storia stratificata nei vissuti popolari, e i segni gelosamente custoditi o ricreati dalla memoria indomita di pochi, tetti case dai muri bianchi o azzurrini, cortili densi di vita collettiva, nonché quelli dell’universale scorrere del tempo sulla materia vivente o apparentemente inanimata: linguaggio universale di ombre, luci, ore, stagioni, cieli nuovamente intravisti oltre le luminarie artificiali, notti e risorgenti aurore, ove s’incastonano gli attimi indicibilmente veri e pure inafferrabili nella loro fugacità di incontri, presenze, assenze umane, fuori dalla facile ebbrezza e dall’oblio di una deludente festa dell’effimero contemporaneo.
Il tempio odierno è il Centro Commerciale cui accedono i fedeli della cosa e vi si celebra solenne il giubileo del tre per due.
Qualcuno potrebbe equivocare, considerando la propensione rievocativa del poeta come regressione pur affascinante verso il tempo perduto, e già visitatissimo dalla grande lirica, con figure emblematiche di giovanissime o vecchie creature ancora liete di voci e sguardi, di semplici vissuti nei luoghi della comunicazione ininterrotta, oggi spesso macerie in corso di ulteriore annientamento…Invece direi che il recupero di un senso non distruttibile, quello del tempo che scandisce tra vita e morte il destino ineluttabile di tutti, accompagna lo sguardo ora impietoso ora sgomento sull’umanità attualissima, la inchioda con la sua ben precisa coscienza civile e sociale alla verità del corso storico, inutilmente elusivo nei confronti delle proprie radici. Poesia in controluce del presente, dunque, non di nostalgico ripiegamento verso il passato:

Si posano i segni del tempo
sui gesti consueti,
sui volti, sugli occhi dolenti
di sogni svaniti.

Anche le gemme improvvisamente affioranti di luminose apparizioni salvifiche d’un “tu” amato in assoluta discrezione e rapidissima contemplazione non delineano in alcun modo una trama di sentimenti romantici d’altri tempi: appaiono così modernamente sospese nell’assoluto della provvisorietà consapevole…:

Come potrà incantarmi un nuovo aprile
se la tua assenza è lì, nel chiaroscuro
silente, nello sguardo delle cose?
Questo soltanto ti volevo dire.

Lirismo, nell’accezione oggi spesso rifiutata da certa critica? A parte le mie personali riserve su ogni schema presuntuosamente selettivo in ambito poetico; direi proprio di no: il pudore, l’istantaneità dell’evocazione e della collocazione in un contesto di “assenza” della persona amata, escludono ogni possibile omaggio corrivo alla tradizione lirica.
Il lessico, la sintassi e la metrica di Floris presentano infine variazioni naturali e pur sapientemente calibrate tra la concretezza prosastica della descrizione o del racconto di presente e passato e l’inattesa clausola armonica d’evidenza lirica, spesso endecasillabica, mai però “letteraria” in senso scolastico. I contrasti sottili valorizzano anziché disperdere la musicalità sottesa a questi versi “gentili” certo, come è detto nella bella postfazione di Fedeli, ma pure densi e incisivi, vivacizzati da escursioni ritmiche frequenti.

Giuseppe Porqueddu

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