Eleonora Rimolo su un libro di Fabrizio Bregoli

Perché coprire tutto: nota di lettura a Il senso della neve, di Fabrizio Bregoli (Prefazione di Ivan Fedeli, Postfazione di Tomaso Kemeny, Puntoacapo 2016).

La percezione del caldo e del freddo collimano in una straordinaria sensazione di assoluta grazia all’interno dei versi de Il senso della neve di Fabrizio Bregoli, per il quale la neve è l’elemento che acquieta, che culla, che restituisce il silenzio dovuto in questi nostri tempi di tumulti/nel dirupo dei tempi, tempi gravidi/di labbra di ghiaccio secco/di lingue tappezzate di chiodi/di trachee carbonizzate nella roccia. Dentro un quadro di violenza gratuita, caotica, distribuita tra gli uomini senza alcun principio logico, il poeta assolve il suo ruolo canonico di testimone e di cantore, nonostante la sofferenza del narrare tramite il verso si faccia sempre meno sopportabile (Credimi quando dico non è verso/ questa voce calcinata che si strozza, […] è nuda testimonianza). Certo il rapporto di Bregoli con la memoria non è un rapporto canonico, usuale, che segue una sola linea di condotta: spesso il poeta tende a voler denunciare ad alta voce i soprusi di cui è spettatore o indolente protagonista, altre a coprire la ferita attraverso la stessa neve che prima ha raffreddato tutto il male, fino a scioglierlo, a farlo fluire via assieme a tutte le cose, indisturbato (Mi chiedo se nulla resta, tranne la revoca/della memoria, la definitiva cassazione). La voce di chi canta deve comunque sempre levarsi al di sopra di qualunque condizionamento e osservare con dovizia tutta la realtà circostante per restituirla al lettore così com’è, e nello stesso tempo offrendogli la possibilità di vederla in un modo diverso: questo Fabrizio Bregoli lo afferma a più riprese all’interno della sua complessa silloge (Serve un torsolo minimo di voce/senza ravvedimenti) e per questo si associa alla tradizione montaliana del brandello, del frammento, scrigno sincero di una essenza impalpabile ma consistente. Come la neve, appunto (scoprire/la chiave del durare in ciò che è breve). Tuttavia il dubbio sulla strada migliore da percorrere per raggiungere la verità rimane, e il poeta non sa liberarsene; tuttavia ogni incertezza è un bene prezioso: Wislawa Szymborska invidia per un brevissimo periodo colui che pensa quel tanto che serve, /non un attimo in più,/perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio. Poi, per fortuna, le passa. Se i versi dolenti di Bregoli non fossero percorsi dal seme fecondo del dubbio il lettore non verrebbe posto di fronte ad una scelta autonoma, libera, che apre a tutte le opportunità: Eppure questo è il tempo dello scegliere/l’età del più sfrontato schieramento/optare per lasciare illeso il gesso/che còmpita il dettato d’una vita/o ripulirne il tratto, farne sgombra/la lavagna in un lucido d’ardesia. Quanto scelga il poeta, non è dato sapere: l’oscura natura dei versi spesso cela questo girare attorno ad un nucleo senza riuscire mai a penetrarvi completamente, tanto è che spesso in soccorso di questa frustrazione avvertita da chi scrive e da chi legge giunge in soccorso una lapidaria resa, la quale funge da soluzione ultima (renderci/alla creta dell’origine). Sogni, allucinazioni, slanci, tutto viene attutito da questo raggelarsi della neve sul fondo delle cose: e così per un attimo si disperde anche il centro del discorso poetico, si scolora quasi, ritorna diafano e silente in un gioco di specchi dove non si sa dove guardare (Di cosa parlo in fondo, se confondo/il primo piano col suo vile sfondo,/se non del fondo stesso delle cose). Nella sezione Peregrinazioni (e altri smarrimenti) viene perseguita metodicamente e senza fraintendimenti questa ricerca nel silenzio del punto di frattura, con la consapevolezza che forse, in una dimensione temporale che non ci appartiene più o non ci apparterrà mai, c’è stato un attimo in cui tutte le cose hanno assunto la loro forma, il loro ordine, la loro finalità (C’è stato un tempo altro, forse un varco/l’attesa nel silenzio della madia/d’un pugno striminzito di farina/che lievita nel buio, si fa pane). E dove cercarlo un punto fermo sotto la coltre spessa di questa neve perenne se non nella primaria fonte di calore umano, cioè l’amore? È in questo spazio che l’ordine si ricostruisce ai nostri occhi, vero o presunto che sia e che l’uniformità di azioni e sentimenti appare non più come miraggio ma come realtà effettiva, come rappresentazione fedele di una qualsiasi violenta bufera di neve. Grazie alla tenerezza dell’abbraccio amoroso (che ci fa sentire protetti da una dimensione duale della quale ci sentiamo costantemente privati alla nascita) il mondo si può guardare con occhi diversi: è l’estremo gradevolissimo inganno che da sempre muove i corpi e i cuori tutti (E forse è proprio questo, amore/il piglio prensile/dei tuoi occhi, quel fazzoletto/minimo di verde/a restituirmi ragione, unità) e che ci fornisce la prova della nostra umanità, dunque della nostra effettiva esistenza, o meglio, consistenza (Quante perfezioni, quante quante totalità. Pungendo aggiunge. A. Zanzotto, La perfezione della neve). Ed è solo da questo incontro, da questa estrema ricongiunzione di anime che si può guardare la neve cadere e coprire uniformemente tutte le cose senza provarne che dolcezza, o rassegnazione placida, e desiderando cadere allo stesso modo, teneramente, inesorabilmente, fino alla nostra stessa dissoluzione (La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti. J. Joyce, I morti, Gente di Dublino).

Eleonora Rimolo

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