Riassunti: Francesco Margani, parte terza

Francesco Margani, ALFABETO MINIMO, Raffaelli Editore, 2005, prefazione di Maria Attanasio

In questo libro, pubblicato nel 2005, sembrano sciogliersi i nodi sintattici delle prove precedenti. Se si escluda la sezione LA TERRA, L’ESTATE, dedicata a Milo De Angelis, più chiara si è fatta la corrispondenza con le cose.
Aleggia in queste pagine, la malinconia dell’essere, la scomparsa delle persone care, un certo odore di campi in primavera in cui qualcosa si perde e qualcosa ritorna.
Il mare non è che “un’immensa distesa di lacrime”, il poeta parla senza remore, togliendo la sordina allo sconforto ed estinguendo i debiti con i maestri.
Appare in questo libro, un sostrato alessandrino, qualcosa che anela a una purezza che non esiste più. Che forse non c’è mai stata.
Il suono è la “dolce melodia dei polmoni”, il respiro che anela al suo battito più naturale, nè rauco nè spezzato, senza conflitti.
Ma è possibile l’idillio? È chiaro che no. Perchè la terra ha la voce febbrile dell’Etna e la poesia non può scriversi sul quaderno della dimenticanza; “la tromba d’aria ha lasciato / pagine e valigie lacerate”.
Nell’ultima parte del libro leggiamo testi in lingua siciliana e se è vera la mia ipotesi che il dialetto, sia per riduzione del vocabolario, sia per concretezza del dire, lava e purifica l’italiano liberandolo della sua resuidità letterale, queste poesie disossificano la sostanza del canto e si pongono coerentemente in continuità di clima col resto del libro.
*

Chi si inoltra nel viaggio
in maggio, piovoso,
attraverso i petali sfioriti
e per sentieri fangosi,
munito di sillabe aperte all’alba
chiuse dopo il tramonto,
passaporto per la frontiera
per prendere il volo senza ritorno,
lasci sul comò l’alfabeto minimo.
Non serve, non servono pronunce.
Ascolta il soffio,
la caduta dell’acqua nel vento,
loro sì dicono tanto.
Noi così muti nel nostro
continuo dire. Addio, mia cara.
p. 13

PAESAGGIO
La lama di luce
ha squarciato il petto
ed è come guardare
dall’interno di una stanza
senza vedere alcun paesaggio.
Un fuoco si sprigiona,
azzera i linguaggi.
p. 27

CORRIDOIO D’ACQUE

La partenza è un impatto forte.
Il pianto trattenuto, poche parole
pendenti dalle labbra.
Ho chiuso gli occhi ed ero oltre
Messina avvolta nel nevischio.
La pioggia rulla sul traghetto,
lampi nell’oscurità.
Oltrepassiamo il corridoio d’acque,
la bocca murata al limite
delle promesse pronunciate
con la lealtà del predone.
p. 30

U VENTU

A cinniri ri lava
supra a banchina ra stazioni
si rrutulia e si mmisca
che muddichi ro pani.
Currunu i palummi appressu i muddichi
e nun sentunu u scrusciu ro trenu,
lestu battu i peri nterra,
curru appressu e palummi
e mentri curru pensu a ma pa’,
chianciu,
iu curru appressu o ventu.
p. 63

IL VENTO
La polvere di lava / sul marciapiede della stazione / s’arrotola e si mescola / con le briciole. / Le colombe rincorrono le briciole / e non sentono il rumore del treno, / velocemente batto I piedi, / rincorro le colombe / e mentre corro penso a mio padre, / piango, / io rincorro il vento.

Nell’ultima sezione della raccolta, la ricerca espressiva di Francesco Margani approda a una testualità nitida e rarefatta: una fulmineità d’immagini che rimanda a una riconciliata essenzialità di sguardo tra esistenza e linguaggio; una ritrovata pacificazione che però diventa testo, poesia, solo dopo l’immersione – transitoria ma necessaria – nei simboli e nei suoni della lingua dell’infanzia.
Maria Attanasio nella prefazione

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