Riassunti: Francesco Margani, seconda parte

Francesco Margani, LUCE E POLLINE, Raffaelli Editore 2002

Già dai primi testi appare un paesaggio di mare, mozziconi di cose rimaste e la “diroccata casa dei cantonieri”. E poi un aruspice, segni, naufragi, un canto disperso, la necropoli, “lo specchio d’acqua di Desueri”.
Come si vede, un dettato densissimo di segni che non trovano un centro, se non la solitudine del loro smarrimento.
Notiamo la tendenza a cassare gli articoli, a non determinare la forma dell’oggetto – retorica di ascendenza ermetica: occhi aspettano, petali avviati … – che certamente segnala un desiderio di assoluto, di indeterminazione e di universalismo.
C’è un altro elemento, poi, che è utile da segnalare, ed è il sovrapporsi, per contrasto o somiglianza, di due paesaggi: quello sulfureo delle ceneri dell’Etna, e l’altro nebbioso della metropoli, una Milano vista dai navigli, “abitata da pesci al macero”; quasi come una necropoli.
Il disappunto è descritto per osservazione dell’accumulo materico, per l’eccesso dell’essere che si mostra, si dà, partendo proprio dal “magazzino della città”.
Sono testi che risalgono agli anni settanta, assai lontani dal clima di neoavanguardismo di quegli anni, che forse ci dicono come la tendenza ormai matura del neoermetismo, vada ricercata a partire dalla reinvenzione di modelli classici, non per rottura, quindi, ma per continuazione e reinvenzione.
Nel dittico: “La prima facoltà dell’occhio / chi vede tace”, si dice di uno sguardo che vede senza parlare, che, forse, scrive. Cioè uno sguardo orfano che dice solo ciò che è rimasto; qualcosa di già postumo.
Così Milo De Angelis segnala nella prefazione, la ricorrenza della parola cenere, che poi si accompagna ad altre sostanze sulfuree e sovraesposte: polvere, fumo, anidride carbonica, per mostrarci “fisionomie consumate”, per ritrovare la parola sepolta dei padri.
Lasciarsi andare all’ingorgo dei sogni, oppure cercare la simmetria, l’equilibrio perfetto delle immagini?

Notte,
continua a regalarci
involontarie immagini
impresse nere sul bianco
neve sui platani a dicembre.
p. 32

Questo breve testo potrebbe essere pensato come come una dichiarazione di poetica, assai singolare se si pensi solo a una sicilia secca e solare. Ci troviamo, invece, in un sentire più europeo che distingue per chiaroscuri e rimandi, erranza, dunque, come sa chi abita un’isola.
Il traboccamento biologico è tensione delle forme da contenere per non essere disperso; è da fissare nell’immagine esatta e vincere, almeno in questo modo, il potere della morte. Ma si avverte anche una tenzone con l’umano, un disagio, un pessimismo che non sembra credere a una riconciliazione; un viaggio nelle forme della vita che sottintende, a ben guardare, l’attraversamento del mare del nulla dove chi scrive è smarrito e le ricerche sono state sospese.
Questo lavoro di scarnificazione giunge fino a risvolti funebri imparentati con l’idea di un barocco dissepolto dalle rovine culturali e antropologiche dell’isola, in attesa di un’ossificazione che mai giunge.
In questo splendore si colloca l’immagine del poeta, esso stesso elemento naturale accomunato da un identico destino di sparizione.
In contrasto, la vita virulenta e invasiva, invasata di colori: luce e polline.

*

Laggiù nel punto più lontano
la sabbia striscia perlacea
membrana della melagrana
separa acqua e cielo.
Oscuri tempi verranno.
Quarto di luna
si scruta labili segni
in cerca di certezze.
Aggrapparsi al manto di un aruspice
correre con la pastoia ai piedi.
p. 15

Bianconere ali virano
la diroccata casa dei cantonieri.
Muta la luminosità opale delle rocce,
crisalidi sulle foglie dei gelsi.
File d’auto nella necropoli,
nuda immagine femminea
lo specchio d’acqua di Desueri.
La voce di chi crede
carta bruciata al vento.
p. 17

La cenere va per Navigli
gabbiani cacciano pesci al mercurio.
Via Lodovico il Moro
sa tanto di rotaie,
nuvole di jazz urlano dentro,
al capolinea boccali traboccano
birra schiuma e foglie
marciscono sul banco invaso
bicchieri e bottiglie in assetto
pronti ad invadere il territorio.
L’infanzia è fuori dal pantano.

p. 19

Dalla fossa emergono relitti
scarpe qualche osso un’ala di sparviero
intatta (mummificata) la dilatazione
dell’anidride carbonica nelle stanze.
La candela è spenta,
nel ricordo di un segno.
p. 26

Tafani attaccano a morte i muli
di colle in colle aie
si sparpagliano cocuzzoli di fave.
Canti nenie visi bruciati
mistura polvere argillosa e sudore.
L’oro ha prezzo il sangue meno
l’odio dietro le fessure divampa,
amori si chiudono all’alba.
p. 38

Rotola la sabbia
sull’asfalto fumante
nuvole adombrano volti
senza occhi.
Osservo le onde
come un visitatore
la mostra.
L’immagine riflessa
riflesso incostante di me stesso.
p. 61

Il grano taglia il profilo
le linee dell’occhio, le spighe
nel bozzolo raccolgono gocce.
I bruchi esploderanno a fine aprile,
saranno muro contro i rilievi.
Tutto ritorna alla terra,
ogni ora tace
asseconda i battiti.
p. 68

L’istintiva attitudine a trasfigurare anima queste poesie. Una serata in un locale jazz, una voce al telefono, una villetta di San Siro, tutto viene riportato a un tempo assoluto, a una sospensione del tempo, a un’antica radice dove la scena assume eternità.

(Milo De angelis nella prefazione)

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