Riletture: Antonia Pozzi

Un saggio di Alessandra Paganardi, che ringrazio molto, sull’opera di Antonia Pozzi.
LA STAGIONE ASSOLUTA
Il sentimento del tempo nella poesia di Antonia Pozzi
Di Alessandra Paganardi

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“Ci sono delle esistenze, che costituiscono un mondo a sé, in cui la storia di tutti si riflette: esse sono le interpreti di un presente di cui non evitano rischi e contraddizioni”1. Con queste parole Alessandra Cenni, nel saggio intitolato Antonia Pozzi, una storia lombarda, riassume i conflitti che hanno accompagnato non soltanto la breve vita della poetessa, ma anche la storia intera di una generazione. L’interesse crescente per questa figura di scrittrice, soprattutto dopo l’attenzione tributatale da Montale a partire dagli anni ‘40, ha contribuito a rendere note parecchie vicende che fanno da sfondo alla sua opera poetica: per scrupolo informativo, tuttavia, riassumiamo velocemente alcuni dati biografici. Nata nel 1912 da una famiglia dell’alta borghesia milanese, discendente per parte materna e per genealogia femminile da Tommaso Grossi, Antonia Pozzi studia al liceo classico Manzoni e successivamente s’iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale, dove frequenta il circolo di Antonio Banfi, laureandosi in estetica con una tesi su Flaubert. Nel dicembre del 1938, dopo un periodo d’insegnamento nelle scuole, Antonia si lascia morire sotto il cielo gelido della campagna di Chiaravalle per avvelenamento volontario da barbiturici. Nella sua recente ricostruzione della biografia e dell’opera pozziane Graziella Bernabò ha avuto, fra gli altri meriti, anche quello di restituire al pubblico una figura chiaroscurale, fragile e volitiva come tante altre donne di generazioni diverse; finalmente sottratta agli opposti estremi di molte mitologie neoromantiche e illazioni da feuilleton sorte nel corso dei decenni, anche a causa della tormentatissima, e in parte non più ricostruibule, storia editoriale.2 Ripristinati i corretti confini fra arte e vita, siamo così aiutati ad accostarci con maggior limpidezza a un’opera in versi che, pur con ingenuità e cadute di tono, incarna un progetto poetico forte e prefigura sviluppi altrettanto interessanti, sebbene precocemente troncati. Una scrittura ricca ed eterogenea anche nei suoi alti e bassi, al punto tale che il lettore vi può scorgere sempre nuovi motivi fondanti, a volte sottilmente intrecciati. La citazione riportata all’inizio di questo saggio rimanda – attraverso il concetto di presente e di storia – a un tema al quale la poetessa si dedica, a partire dalle primissime prove, in maniera particolarmente personale: il tempo, innanzitutto quello – ciclico e tipicamente femminile – delle stagioni e della metamorfosi. Ricordo a tal proposito alcuni versi del 1931, quando la poesia di Antonia era già approdata a relativa maturità: “Anima, sii come il pino:/ che tutto l’inverno distende/ nella bianca aria vuota/ le sue braccia fiorenti/ e non cede, non cede (…) Anima, sii come il pino: e poi arriverà la primavera/ e tu la sentirai venire da lontano,/ col gemito di tutti i rami nudi/ che soffriranno, per rinverdire.”3 Tempo del mondo e della vita, età ritornanti da cui – catullianamente – si risorge, ma in cui si può anche scegliere di morire, cioè di rimanere “immortalati” nell’esatto senso della parola: eternizzati in un presente che non azzera la vita in un gelo museale, ma piuttosto le restituisce verità e persino calore. Non rifugio – che sarebbe un concetto cronologicamente e spazialmente ancora limitato – ma telos acronico, comprensibile forse soltanto a posteriori, al riparo dalle coordinate consuete; non desiderio ma “attesa”, da apprendersi tramite un esercizio paziente che è già quasi ascesi: “Abbandonàti in braccio al buio/ monti/ m’insegnate l’attesa: all’alba – chiese/ diverranno i miei boschi./ Arderò – cero sui fiori d’autunno/ tramortita nel sole.”4 La morte amica, la morte da aspettare è quella che sa “fermare quel volo supremo”, la vana corsa dell’erba – in bilico fra pesantezza e vento – verso il cielo: con tali immagini si chiude un altro testo.5 In quest’attesa, imparata più dalla necessità immobile della natura che dalle intemperanze del desiderio e dell’immaginazione, appaiono alcuni spunti comuni alla riflessione, parallela e per molti aspetti completamente diversa, di Simone Weil. Già nel diario di Antonia quattordicenne si respira una ricerca del tempo come dimensione dilatata, capace di restituire senso alle cose: dimensione più vasta del presente, troppo stretto per accogliere la piena di un’emotività in fermento, ma meno minacciosa del futuro, su cui grava la paura di smarrirsi: “ (….) come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia. (…) è forse per questa piena di sentimenti, per cui in una giornata soffro e godo ciò che apparentemente si può soffrire in tutta un’esistenza, che rimpiango il passato; perché sono contenta di essere io, con i miei difetti e le mie poche virtù, perché non so se in avvenire potrò ancora essere così.”6 In questa prospettiva il rimpianto (si potrebbe dire, la malinconia leopardiana per le “morte stagioni”) non sfocia mai in sterile nostalgia incline a riattualizzare feticisticamente il passato, magari per reimmetterlo in un circolo entropico e avallare così una sorta di coazione a ripetere. Il rimpianto in Antonia Pozzi è piuttosto qualcosa di simile al desiderium, alla mancanza tout court, anche se spesso a partire da un oggetto perduto: in esso si fondono attesa e lutto, non per un astratto programma filosofico, ma per rispondere a quell’ansia d’assoluto che invoca, al di là dei passaggi lineari imposti dalla vita biologica, un’età unica e diversa – la “stagione totale”, per dirla con Jiménez. Dello stesso tono, a mio avviso, è il riferimento continuo e a tratti ossessivo al figlio morto o non nato, particolarmente esplicito nella silloge del 1933 intitolata La vita sognata e composta poco dopo la fine della storia d’amore con Antonio Maria Cervi.7 Cito per intero un componimento paradigmatico, Saresti stato: “Annunzio/ saresti stato/di quel che non fummo, di quello che fummo/ e non siamo più.// In te sarebbero ritornati i morti/ e vissuti i non nati, sgorgate le acque/ sepolte.// La poesia,/ da noi amata e non sciolta/ dal cuore mai,/ tu l’avresti cantata/ con gridi di fanciullo. L’unica spiga/ di due zolle confuse/ eri tu -/ lo stelo/ della nostra innocenza/ sotto il sole.// Ma sei rimasto laggiù,/ con i morti,/ con i non nati,/ col le acque/ sepolte -/ alba già spenta al lume/ delle ultime stelle:/ non occupa ora terra/ ma solo/ cuore/ la tua invisibile/ bara.”8 Versi brevi e franti, non certo per ossequio alla moda ermetica, verso la quale Antonia fu sempre critica, ma per un’adesione traboccante, assai frequente nella Pozzi, alla situazione emotiva in atto: stavolta al singhiozzo, al lamento rotto in gola ancor prima di potersi esprimere. Che il bambino mancato scaturisca dall’esperienza reale di un aborto, come ha ipotizzato Alessandra Cenni, oppure che si tratti, come scrive Graziella Bernabò, di una figura fantasmatica simile al “bambino della notte” studiato dalla psicanalista Silvia Vegetti Finzi, non é a mio giudizio un dato fondamentale per comprendere il sentimento del tempo in Antonia, la ricerca di una stagione integrale in cui si riassumano tutte le altre.9 Importante, a tal proposito, è invece il nesso semantico/ simbolico, a tutta prima evidente e banale, fra il nome proprio destinato al figlio, Annunzio – così si chiamava anche il fratello morto di Antonio Cervi – e l’omonimo comune, “annunzio”. E’ come se l’autrice vedesse riuniti in una sola parola un simbolo di perdita, per eccellenza passato (anzi “trapassato”, come soltanto può esserlo una persona scomparsa), e un segno legato al futuro, che la cultura cristiana ha però caricato di valenze particolari: non dimentichiamo che l’annunciazione divina non è semplice profezia, è avvenire presentificato e già attuale. Il bambino invocato dalla poetessa non è mero “ritorno” di uno scomparso nel vivo, né unicamente sogno di una restituzione affettiva all’uomo amato dopo il lutto: nel figlio potenziale si compendia piuttosto l’attesa di un tempo che, proprio a partire dal sangue e dalla carne di cui questa poesia è sin dall’inizio intrisa, possa fermare in sé tutte le età. Più che a una concezione cronologica ciclica viene spontaneo pensare a un presente più vasto, in parte simile alla sincronicità junghiana.10 La fisicità diffusa nella poesia pozziana e il riferimento alla nascita rimandano invece al concetto greco di aion, il tempo secolare della vita e della trasmissione di essa tramite la procreazione.11 In una lettera all’amico Tullio Gadenz, sempre in quel cruciale 1933, Antonia scrive: “Io non vedo altra salvezza, per il proseguimento della mia vita, che stendere le mani e chiamare le cose e le anime sorelle, che escano dall’ombra, che si stringano intorno a quel po’ di fuoco che rimane (…)”.12 Un incontro di spiriti affini, molto diverso dalla “comunione dei santi” cristiana: dal testo appena citato risulta infatti chiaro che il dialogo fra “anime sorelle” nate in epoche diverse, nella visione della poetessa, può avere luogo già in questa vita. L’evento non è per nulla miracoloso, se soltanto modifichiamo la nostra prospettiva temporale e ci proiettiamo in un presente differito, dove però tutto continua ad accadere apparentemente come prima, in una specie di secondo canale. L’autrice ne ha la percezione matura nel 1935, in uno scambio fra i due sistemi di riferimento che è ormai piena identificazione: “Mentre tu dormi/ le stagioni passano/ sulla montagna(…) E la mia vera casa/ con le sue porte e le sue pietre/ sia lontana,/ né io più la ritrovi,/ ma vada errando/ pei boschi/ eternamente -/ mentre tu dormi/ ed i mughetti crescono/ senza tregua”.13 Per Antonia la sola età sperimentata fu una giovinezza interrotta “in riva all’azzurro lago della vita”, come recita una poesia di pochi mesi precedenti la morte.14 Ma quel rapido transito, come le foto che la poetessa amava scattare quasi all’improvviso ai monti, alle case e alla gente, ha fissato in un volo di versi uno dei nodi più interessanti della sua ricerca: il desiderio d’incontrare, qui e ora, un oggi che possa farsi simultaneamente ieri e domani – una stagione assoluta.

(pubblicato su “La mosca di Milano” n. 14, anno IX, n. 14, giugno 2006. Pp. 48-51)

1 A. Cenni, Antonia Pozzi, una storia lombarda, in Antonia Pozzi, Mentre tu dormi le stagioni passano,a cura di A. Cenni e O. Dino, Viennepierre, Milano, 1998, p. 165
2 G. Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue, Viennepierre, Milano, 2004
3 A. Pozzi, Parole, a cura di A. Cenni e O. Dino, Garzanti, Milano, 2001, p.56
4 Ibidem, pag. 313
5 Ibidem, pag. 68
6 A. Pozzi, Diari, a cura di A. Cenni e O. Dino, Scheiwiller, Milano, 1995, p.31
7 A. Pozzi,La vita sognata, in Parole, op. cit, pp. 319-329
8 Ibidem, pp. 324-325
9 G. Bernabò, op. cit., pp. 132-139
10 Carl G. Jung, Scritti sulla sincronicità, Bollati Boringhieri, Torino, 2000
11 R.B. Onians, The origins of European thought about body, mind, soul world, time and fate, Cambridge, 1954
12 A. Pozzi, L’età delle parole è finita. Lettere, a cura di A. Cenni e O. Dino, Archinto, Milano, 1989, pp. 133-134
13 A. Pozzi, Parole, op. cit, p.p. 250-251
14 Ibidem, p. 310

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9 Replies to “Riletture: Antonia Pozzi”

  1. ricordo di avere letto già con interesse l’articolo di Alessandra Paganardi su La Mosca di Milano, mi sembra però bella l’idea di ripresentare qui articoli anche non recentissimi che possono trovare nuovi e diversi lettori. Potrebbe quindi questo passaggio inaugurare una serie di altri interventi, no?

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  2. Antonia stessa, più ancora che non gli scritti su di lei, è da rileggere sempre, come lo sono tutti i veri poeti. La sua particolarità, nel bene e nel male, fu molteplice: la storia famigliare/editoriale, la produzione assai cospicua e l’interruzione eccezionalmente acerba – tutto ciò ha purtroppo alimentato gli sguardi diversi e opposti, entrambi errati, dell’oblio e del mito. Io, da lettrice, l’ho sempre accolta per i suoi versi, senza nascondermi la feroce fratellanza che avverto rispetto a lei. Senza dimenticarmi neppure la sua età…Ma tutto questo è fuori testo e ivi cerco di lasciarlo, ogni volta che la rileggo.

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  3. Apprezzo tantissimo la poetessa Antonia Pozzi, una voce leggera, per nulla bisognosa di appigli, densa di possibili sviluppi, purtroppo troncati dalla morte precoce, così come ne ammiro il lavoro assiduo, preciso, vivificatore. Ho letto con molto interesse questo intenso e acuto articolo di Alessandra Paganardi che ringrazio molto. Piace anche a me questa proposta di Sebastiano quanto alle “riletture”. Un poeta lo si riconosce anche o soprattutto dalla sua presenza sempre viva nel tempo.

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  4. Mi felicito con Alessandra Paganardi che ci consegna uno studio accuratissimo su Antonia Pozzi: vi immette l’amore per la poeta, certamente, ma la trabeazione della scrittura critica procede per una perfetta conoscenza e sensibilità logiche. Ben vengano altre “riletture”: ciò che ha valore intrinseco si ripropone e lascia trapelare altre declinazioni di quel senso iniziale.

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  5. Amo in particolar modo la capacità analitica di Alessandra. Una rilettura che, per me, invece, rappresenta una lettura. Quindi una buona ragione per ripubblicare.
    Nino

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