Christian Sinicco: Siamo stati un uomo deserto di sé

Christian Sinicco, ALTER, Vidia editore 2019

vidi
un occhio, e saltai l’azzurro
lontano: lo spazio violentava non meno

una città esplosa
di colpo e frenetica
su orizzonti di cielo
con la velocità della bomba
(e in sussulto
in preghiera
calma, il fluido denso
annegare nel caldo violetto di una
radiazione)

l’universo
una città nella stella e
vuoti erodere i motori come vento
tra rovine di civiltà, al collasso
i vapori salire per ricadere

come pioggia,
atomi…fra le ceneri gas di vestiti,
bambini dalle teste dorate rotolanti
nella sabbia, indossare nudi questo bacio

quando la palpebra chiude
forme create dall’informe…
p.15

La città esplode. La città che è mondo terra. Ogni cosa si conclude nella forma di una grande deflagrazione di immagini. Immagini che si gonfiano e poi non sono più, versi che nella loro corsa sembrano non appartenere più alla propria struttura; simili ad astronavi di folli che si staccano dalla terra.
Si potrebbero citare molte suggestioni, a me viene subito in mente “Genova”, di Dino Campana – che non esplode, rimane tentacolare, in attesa – ma che si alimenta di questo desiderio di salire, di farsi cattedrale fra le stelle.
Siamo qui, noi, ora, nel tempo del dilavamento e dell’incandescenza, tempo in cui si formano uragani, virus assalgono con la loro regalità, l’oceano si alza in alto, montagne precipitano, le forze telluriche ci invocano di smettere, di non evocarle più.
Siamo nel tempo del disgregamento, della promessa di un’apocalisse; che è evento che si prepara mostrando terribili segni, chiare conseguenze.
Questi versi di Christian Sinicco sono mobili, non si stabilizzano in una forma grafica regolare, si muovono sulla pagina. A loro volta suggeriscono un movimento della parola verso “altro” così sembra proprio che la poesia proceda di pari passo col precipitare degli eventi, vessillo sventolato di un esercito di disperati che procede verso la sconfitta.
Il prima, dunque, è pericoloso, tellurico, preparatorio. E’ gridato sulla piazza. Girolamo Savanarola non teme la parola, né il fuoco. Annuncia che qualcosa sta accadendo, dipinge quadri grandiosi nel modo delle “Illuminations”. Fustiga, ma non gli uomini, la vita tutta. Fustiga, non nel senso della lezione morale ma dello scudiscio che scinde, che stana le immagini.
Dopo.
Sinicco insegue la struttura poematica, la evoca per grandi composizioni, grandi campiture di linee e di colori. La raggiunge in qeusto scoppio della città, dopo, il poema non ha più bisogno di essere perché il poema è sempre da rivolgere a qualcuno. Il dopo è ALTER: il progetto del libro.
La parola si addolcisce, il tema si fa geometria che anela alla completezza della descrizione, del voler essere, ora, attraverso una impossibile tecnologia, “harmonium”.
L’alter ricorda, si descrive, la grammatica della poesia immagina di appartenere all’essere nuovo, “lingua terra”, “la sostanza batte”.
Le macchine non sono dure, assenti, ma “innesti”, “somigliano a farfalle”. La forma della sostanza è nuova:

eravamo il piacere infinito,
eravamo rive e orbite di luce,
siamo un incidente di nuclei e di sistemi,
siamo una combinazione di molecole
replicanti e cangianti,
siamo stati un uomo deserto di sé,
siamo stati un’esplosione,
vogliamo essere un grembo
tra il prima e il dopo,
vogliamo essere una progressione…
pag 35.

Le parole nuove: rinascente, conversione.
La parola non è negata ma battezzata e amplificata.

Lascia partire il tempo,
io sono sulle ali bianche
il silenzio e un sopracciglio di bimbo,
io sono sull’aria che muove
il suono e il nome come gli uomini e il cielo
innestato di colori e sillabe,
io sono stato un campo di girasoli,
la chimica che assomiglia agli odori,
io sono un fuoco improvviso e la perdita di controllo,
lo sguardo dell’animale dalla vetta alla pianura …
pag. 41

Come questo sia avvenuto non si sa: “apprendo che l’inizio / è una trasmissione / e la risposta è bianca / come il muro che echeggia / alle spalle”, p. 43, ma ogni cosa è viva, rivive.
Macchina/poesia, Macchina/umanità: è questa la scommessa.
Christian Sinicco teme che l’uomo, da solo, è destinato al fallimento, che una nuova “cosa” va innestata in lui, il seme di una nuova umanità che non è solo di carne ma ancora una volta di un verbum creatore: una concreta fantasticheria.
Libro che accoglie la lezione di un nuovo panteismo etico, di una utopia di rinascenza: ragioni naturali e ragioni antropologiche finalmente in armonia. Il libro più bello di Christian.

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