Nicolò Rubbi su un libro di Giovanni Infelise

GIOVANNI INFELÍSE, Invisibile allegoria del silenzio amoroso, Ro Ferrarese, Book, 2014.

Giovanni-Infelise-Linvisibile-allegoria-del-silenzio-amoroso-Copertina

Il romanticismo ha lasciato in eredità splendidi versi, frammentanti nel divario di una contraddizione tra l’aseità di un Io lirico, che signoreggia nel suo volersi uno e unico, e la volontà dello stesso di stemperarsi nell’assoluto, fondersi misticamente e alquanto oscuramente nell’altro. È opportuno, oggi più che mai, nel tempo delle singolarità atomistiche che vorticano caoticamente attorno ad un non meglio identificato centro; nell’era della labilità di legami fragilissimi e quasi ionici, riabilitare onestamente il divario tra due unità, piuttosto che un improbabile e puerile accorpamento: un uomo e una donna, che nel loro fronteggiarsi più o meno armonico, rimangono e devono rimanere sempre due. Invisibile allegoria del silenzio amoroso si premura di scandagliare, con precisione di riferimenti letterari e la grande umiltà di chi si confronta con una schiera di giganti del pensiero amoroso, il percorso del tenue filo tra due poli opposti, non necessariamente complementari, i quali accettano la sfida di non recidere la sottilissima lenza adamantina; di non strattonarsi, ma di interloquire; di non mollare il colpo, ma di tentare la consonanza, l’assonanza d’un equilibrio che si vuole armonico senza disconoscere il contrappunto e la stonatura.

Quando ti avrò raggiunto sulla sponda del
fiume di luce,

e tu mi chiederai che ho fatto tant’anni senza
di te,

io ti risponderò: Ho continuato il colloquio.

[…]
(A. NEGRI, p. 55)

Infelíse non parla di se stesso a se stesso, come è usanza di certa tradizione poetica aristocratica, bensì consegna una testimonianza, che si delinea nel ritmo (poetico) di una ricerca di complessità teoretica e di gusto esperienziale. Il percorso non va dal poeta al poeta, non si trincera nel tecnicismo compiacente di chi ha in dono la capacità di tradurre l’invisibile ed essere da esso al contempo inabitato, ma tenta di dirigersi – certo, senza far perdere tensione e raffinatezza alla parola – verso chiunque abbia sperimentato il gusto dolceamaro dell’illogica logica d’amore; verso chi porta addosso i segni della lotta con un angelo femmineo ( o con la domanda di senso che ad essa mai si scompagna) e li sa guardare con amorosa compassione, come Simone Weil, segnata e al contempo graziata:

[…] colmo di rugiada,
Così chiaro nell’anima e nei cieli,
[…] splendore che si posa
Ovunque come una carezza […].
(S. WEIL, p. 53)

L’invisibile allegoria del silenzio amoroso: nel titolo si compendia magistralmente una fatica che, in corpo al testo, corre per molte pagine senza affanno e senza posa. L’invisibile legame di due anime che s’annodano nella familiarità dell’attimo; il tenue filo che germoglia nel silenzio e dal silenzio sembra lanciare il guanto di sfida ad un linguaggio balbettante, invitandolo ad annobilirsi e a cercare ausilio nelle arti sorelle, che l’allegoria la sanno maneggiare, la sanno trovare nelle vene della pietra e impastare con la tempera. Poiché, sì, esiste una via per decriptare il criptato, per decifrare il cifrato, ed è l’umiltà della concessione, dell’abbandono all’eccedenza del suo mistero:

[…]

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

[…]
(S. PLATH, p. 50)

L’interazione con l’invisibile dell’amore invita, come suo unico presupposto, all’accettazione della sua stessa invisibilità, della sua impalpabilità comunque desiderosa di scorgere una via per essere espressa. È una dialettica sconvolgente e coinvolgente, che respinge e richiama – come il darsi e ritrarsi dell’Essere o di Dio, come la presenza o l’assenza della capacità di un verso o della fede –.
Non può stupire, dunque, che Paul Klee accompagni con le sue tele l’intera analisi. La sua Colonna del cielo, di cui è effigiato il frontespizio, spacca il firmamento in due volte celesti simili eppur dissimili, senz’altro colte nella loro unicità, che raffigurano – a guisa di una sorta di coscienza pittorica anticipante – i due amanti; gli stessi due amanti ripresi, e diversamente rappresentati, nella stilizzazione dei corpi di Se venisse! Il tratto del pennello di Klee, la linea nera e marcata, è tratto di confine, di perimetro netto, che isola il candore dello sfondo e da esso si isola; ma che con esso sa giocare col tenue scherzo di un’ombreggiatura bruna, che, in dissolvenza, crea un impercettibile – eppur effettivo – contatto, simile a quello tra un Tu e un Io. Il candore femminile deterge, sfrangia, smussa la pece di un isolamento ottenebrante, che pare funesta prerogativa maschile:

È come
se Tu fossi del mio stesso sangue,
tanto ti amo.
[…]

Ti amo perché sei la donna
che viene con la sua gentile luce
da me perduto
nel buio dei pensieri.
(P. KLEE, p. 59)

Nicolò Rubbi

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