Marco Bellini sull’ultimo libro di Milo De Angelis

Milo De Angelis

Linea intera, linea spezzata

Mondadori 2021


Milo Da Angelis, a partire dall’opera Somiglianze apparsa nell’ormai lontano 1976, ha rappresentato, per molti di coloro che hanno cercato di esprimersi attraverso quella misteriosa e indefinibile concrezione di parole e senso che è la poesia, una sorta di riferimento, di guida nel sempre fragile tentativo di dare una personale, matura e consapevole espressione al proprio dire poetico. Senza voler tentare una vera e propria diegesi del linguaggio andando ad analizzare le modulazioni / variazioni che hanno contribuito negli anni a definire la scrittura nelle diverse opere di De Angelis, si rende comunque necessario evidenziare, a grandi linee, alcuni elementi che ne hanno rappresentato veri e propri punti di svolta. Pensiamo a Millimetri, con cui l’autore ha esplorato una parola contratta e dalla comunicazione “laterale” per poi muoversi lungo le vie della forma poetica, giungendo progressivamente alla piena “emersione” in Tema dell’addio dove ogni contrazione pare sciogliersi nell’urgenza del dire / rappresentare la perdita dell’amata. Dopo altre importanti pubblicazioni (si vedano i titoli: Quell’andarsene nel buio dei cortili e Incontri e agguati), De Angelis si presenta oggi, alla nostra attenzione, con Linea intera, linea spezzata, opera pubblicata da Mondadori nella prestigiosa collana Lo Specchio. In queste pagine, il poeta accenna ancora piccole variazioni del verso (senza però mai tradire la propria voce), consolidando un respiro disteso all’interno di una grande intensità del dettato. Da parte dell’autore, quindi, si conferma pienamente il proprio personale sguardo sul mondo e quella manifestazione di una lirica sempre attraversata da tensioni e inquietudini tipiche di chi sa di vivere, come ci spiega nella prima poesia del volume, in un tempo che hai misurato mille volte / ma non conosci veramente. Siamo di fronte a un materiale poetico che risponde a un bisogno di ricerca sempre attivo e che trova espressione in quel peculiare flusso intessuto di improvvise accensioni e ripiegamenti all’interno di un’oscurità dalle sfumature inconoscibili. È proprio questo ordito orizzontale lacerato da spinte verticali a portare il lettore a uno stato di indefinita sospensione. Il titolo del libro si assume l’onere di guidarci verso il contenuto dell’opera, preparandoci alla rappresentazione di frammenti appartenenti, da una parte, a vite totalmente compiute (Linea intera) e dall’altra, a vite interrotte per scelta (linea spezzata); queste ultime, magistralmente ritratte nella sezione Aurora con rasoio dedicata, appunto, ai suicidi. Nelle quattro sezioni che compongono l’opera, attraverso un linguaggio dal carattere antiretorico, De Angelis ci accompagna lungo sentieri che si dipanano tra forze arcaiche e risvolti della natura umana. Rabdomante, indagatore teso all’inconoscibile, a tratti portatore di spinte stranianti e di connessioni semantiche impreviste, l’autore innesca nel lettore una vera e propria fascinazione destinata a lasciare tracce sotto forma di sensazioni e “sapori”. Ne sia esempio, l’ultima splendida lirica del libro dal titolo Il penultimo discorso di Daniele Zanin dove il tema della morte e del disagio vengono sviluppati anche con versi dotati di una forza dai tratti surreali: e apparve l’ombra dei lupi, entrò come un arpione / nella bocca, mi tolse la parola: sentivo le urla / dei pazzi nella cella, dormivo in una culla di catrame. E ancora, con la voce della memoria ci mostra luoghi urbanizzati immersi nella notte, attraversati dai tram e da figure di uomini e donne lievemente sfumate. Consapevole […] che la poesia non sta dalla nostra parte / ma in un luogo tremendo e solitario, dove nessuno / resta intatto […], l’autore ci convoca all’ascolto e all’incontro con le ferite nascoste dentro le parole. Ci convoca ponendoci di fronte, tra gli altri, a chi ha vissuto il carcere, a chi ha attraversato il suo stesso tempo e in ultimo, all’esperienza misteriosa e ineluttabile della morte. Sta a noi, consapevoli di quanto affermato da Wittgenstein secondo cui “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, affrontare la lettura con gli strumenti adeguati e cercando di essere pronti a misurare la nostra biografia all’interno dello specchio, dalle imprevedibili curvature e torsioni, che quest’opera ci pone di fronte.

Marco Bellini

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Un commento

  1. Interessante recensione che ci aiuta a comprendere il percorso del poeta ed entra profondamente dentro il libro.

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