Sulle “Cartografie neo dialettali”, su Magagnini e sull’essere orfano

Sulle “Cartografie neo dialettali”, su Magagnini e sull’essere orfano

di Silvano Sbarbati

Ho letto con vivo interesse – come si dice in questi casi – ma con ritardo le “Cartografie neodialettali” di Maria Lenti, edito nel 2014 da Pazzini di Rimini, (a partire dalla introduzione di De Santi, quasi necessaria…). L’ho fatto per la stima del lavoro critico portato avanti dalla Lenti – raffinata poetessa di Urbino – ma anche e soprattutto perché in questi mesi sono stato attratto da una ricerca del mio amico poeta Sebastiano Aglieco. Il quale, da siciliano emigrato, si è scoperto archeologo di poeti siciliani e in particolare si è scoperto appassionato per la lingua dialettale in versi (anche lui ne scrive).

La mia “attrazione” per l’argomento nasce dal fatto che ho maturato l’idea di essere orfano di dialetto. Per dire che– la cosiddetta Marca centrale (dettagliatamente l’ entroterra della provincia di Ancona – la Vallesina) – non mi pare abbia espresso nel tempo – Ottocento e Novecento – esempi significativi in tale ambito.

Ho letto Ezio Felicetti (Martin Calandra), Lello Longhi, Renato Fazi, Duilio Diotallevi e soprattutto Giacomo Magagnini. Quel “Jacopone da Jesi” di cui trovo una recensione della sua “Musa Paesana” a pag. 165 delle “Cartografie neodialettali”. Sorpresa.

Del libro ho una copia originale, avuta non ricordo come dalla tipografia Flori (eredi). Debbo dire che il libretto (anno 1922, formato di cm 12,5×16,5 copertina cartonata e rilegatura approssimativa…) si fa leggere con piacere. A partire da “Due parole al lettore” che lo introducono in modo leggero ed ironico. Anche se la dedica al figlio tredicenne, morto prematuramente in quegli anni, è lancinante…

Confermo e sposo le tesi della Lenti su di lui. Vorrei qui tuttavia aggiungere una chiosa per cercare di avvalorare la mia tesi sull’essere orfano di dialetto, essendo anche io un cittadino della Jesi in cui è vissuto Magagnini.

A pag. 109 trovo il sonetto “Quelo de Jesi non è dialetto” in cui Magagnini difende la tesi contraria, ovvero che lo è, mettendo in fila una serie di lemmi dialettali di una lingua ormai scomparsa che all’epoca venivano usati a livello popolare. Appartenevano cioè alla oralità, come giustamente sottolinea la Lenti.

Mi colpisce questo difendersi di Magagnini: come se avesse bisogno di un accreditamento, come se il fatto che avesse scelto il dialetto come strumento espressivo dovesse essere giustificato contro chi – “i sapienti” li definisce nel sonetto – è convinto che quella lingua non sia una lingua, manchi di dignità rispetto al livello di una cultura ritenuta “alta”, superiore, sapiente appunto.

E che cos’è, si chiede, se non una lingua quella che produce parole come sgrinfia, scardafò, stombellò,bicicchiò, fiappa…etc?

Certo, snocciolate in elenco – quasi un dizionarietto ad uso quotidiano…- queste parole hanno una loro valenza dialettale, richiamano chiaramente una oralità decisa, caratterizzante una lingua. Però, quando Magagnini declina il suo pensiero poetico trovo che, a parte il canone di cui si fa forza, la lingua diventi meno forte, meno espressiva, appiattita in una specie di distorsione (che talvolta si compiace di essere sguaiata) di quella italiana, prendendo in prestito – o subendo, forse – influssi umbri, romani, toscani. Insomma, una specie di aggiustarsi continuo, a parte qualche lemma originale, quello sì, tratto dal parlato (come Lenti rileva).

C’è una subalternità rovesciata: Magagnini è sì affascinato, come scrive sempre la Lenti, e avvolto dalla lingua della gente, ma non riesce ad usarne la potenza evocativa, la forza espressiva, e rimane imbrigliato nel bozzettismo oppure nello snocciolare i lemmi subendone la decisa musicalità (vedi appunto il sonetto a pag. 109 di Musa Paesana).

Lo stesso sforzo importante di “travestire l’Iliade con abito dialettale jesino”( e sono testi da pag. 173 a pag. 264 !) mi pare indichi un limite: quello di non aver messo a terra una poetica, di non aver trovato corrispondenza tra lingua e pensiero per fare poesia (quello che ad altri di altri luoghi è accaduto).

In questo senso – in questa direzione – mi sento orfano di dialetto. Qualche volta ho provato anche io ad usare la lingua ordinaria/quotidiana/popolana: ma gli esiti sono stati a mio parere molto esili, poco convincenti per me stesso. Come se avessi “travestito in dialetto” un pensiero che ha un corpo in un’altra lingua. Una operazione artificiosa, e persino un po’ triste, a mio parere.

E per farmi capire meglio faccio un esempio. Sono pochi versi scritti non saprei dire quando (credo almeno venti anni fa) che ho ritrovato e rivisitato un po’ in questi mesi, proprio perché volevo capire meglio il rapporto con la “mia” lingua madre.

Infine, il discorso dell’essere orfano, vista la profonda lettura della poesia dialettale italiana che emerge in “Cartografie” (su Scataglini l’ho trovata illuminante) potrebbe essere oggetto di riflessione per la stessa Lenti…Chissà.

El tempo è ‘n treno che cure muntobè

e quanno se ferma stride e ’n se capisce

sci è lù oppure è ‘l freno che padisce.

Il tempo è un treno che corre molto

e quando si ferma grida/urla e non si capisce

se è lui a farlo oppure è il freno che soffre.

Silvano Sbarbati

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