“CKARMI – serata di poesia al chiostro S.Lorenzo”- 23 luglio 2022

“La grafica del titolo faceva capire che questa serata di poesia (temporalmente posta sui bordi inferiori della sera, avendo inizio alle ore 19.00 – e i bordi hanno a che fare concettualmente con molta parte dell’evento) fosse figlia di un certo modo di concepire una performance.

“Carmi” è plurale di “carme” che, a sua volta, è parola desueta, appartenente alla cultura in lingua latina. Il plurale era forse, credo, spiegato dalla presenza di più voci. Un cantato multiplo ( sette verseggiatori) si proponeva nella semplice scenografia del chiostro, fogli in mano, microfono e – a sorpresa – una ragazza con maschera neutra dipinta con la biacca sul volto che faceva da siparietto introduttivo con alcuni movimenti, di cui il pubblico spettatore doveva intuire la simbologia.

(Per quel che mi riguarda ho avuto immagini di un insetto – un ragno tra i fili della ragnatela proposta dai caratteri del titolo? -e del richiamo alla bocca-lingua-voce con ultimo inserto con la lettura solo articolando la mandibola, senza suono, a leggere una pagina bianca che, accartocciata, ha poi mangiato…).

Il pubblico (trenta persone all’incirca) era sistemato a semicerchio. (ai bordi delle pareti) Sedie rosse di plastica calda. Ecco iniziare la prima lettura, poi il siparietto, poi la seconda e via a seguire. Non prima che l’organizzatrice ci avesse informati che s’era scelto la strada di non dire i nomi dei lettori : ciascuno, si capiva, avrebbe letto i propri, salvo una: la quale ha letto i versi da lei raccolti e trascritti di bambini in età prescolare della sua classe di scuola materna.

(Non ha detto – un inciso che aggiungo per chi legge queste righe – che erano gli esiti di una esperienza laboratoriale in cinque incontri, con il sottoscritto e il maestro elementare e poeta Sebastiano Aglieco, avente per tema la poesia e la scuola, presso l’istituto comprensivo C.Urbani di Jesi nello scorso anno scolastico. Un progetto Anffas- Pojesis).

Poi le letture, dicevo. E mentre ascoltavo, conoscendo quasi tutte le persone che leggevano, mi chiedevo come e quanto ciò contasse nella qualità del mio ascolto. (ai bordi di una relazione). Ascoltavo e venivo coinvolto dalla grana della voce, dai gesti, dalla ritmica, da quel tanto di ansia performatica che il loro ‘canto’ faceva trasparire. Ogni lettura era un canto – carme deriva da ‘canere’, che in latino significa cantare – e mi dicevo che in fondo il titolo era giusto, andando contro la mia idiosincrasia a leggere la poesia ad alta voce, convinto della sua spiccata e violenta sonorità espressa nella lettura silenziosa del testo.

Naturalmente nel corso del tempo le voci seminavano parole, più o meno velocemente, più o meno aggrovigliate nella loro diversa genesi e sviluppo testuale.

Le parole dei bambini – va detto subito – hanno avuto l’impatto più decisamente accogliente, vuoi per la benevolenza – ah, guarda che parole possono trovare bambini di tre o quattro anni – e di conseguenza anche l’impronta più resistente nella memoria. Arrivate prima, partite dopo delle altre.

Le quali altre sono state molte – fate voi il conto di quante parole è possibile pronunciare al minuto e moltiplicate per circa 60 minuti. Per cui è stato come un rutilare di immagini che si sovrapponevano le une alle altre, unite alla difficoltà della decodifica dei concetti nella costruzione dei versi, costruzione che ogni lettura possedeva in senso originale e proprio.

Tra i versi letti una notazione va fatta per il duettare, in piena complicità, tra due lettori, mentre svolgevano un dialogo ironizzando in modo raffinato sull’uso di alcune parole-tema proprie del verseggiare retorico che caratterizza molti “poeti” tra i moltissimi che producono versi oggi in Italia. La decisa complicità tra i due era di fatto il valore dei loro versi, ma faceva velo alla comprensibilità.(ai bordi della comprensibilità).

Gli altri versi – diversi per contenuti, sguardi, lessico, costruzione, musicalità interna – lo erano anche per quella che io definisco “intenzione”. Di alcuni si avvertiva più netta una impostazione ‘intenzionale’: come a dire era chiara la volontà di descrivere e descriversi attraverso lo scrivere versi. Come una autobiografia ragionata, dove però le misteriose profondità di esperienze e riflessioni, di ferite e cicatrici, di verità avvicinate ,erano solo sfiorate, e a volte accennate con inconsapevolezza.

Ho ascoltato i ‘canti’ di persone che nel loro rapporto con la parola cercano un sentiero di verità: un lavoro impegnativo che, tra le righe e le pieghe della costruzione del verso, palesava uno sforzo sincero, a volte ingenuo, a volte appunto troppo intenzionalmente costruito, ma pur sempre uno sforzo di ricerca.

Del resto – mi dicevo nel silenzio interiore di chi ascolta – che cosa vuol dire scrivere poesia oggi? Che cosa vuol dire rispondere alla necessità di una voce che richiama alla scrittura, un’arte in apparenza semplice, alla portata di tutti, che è fatta del semplice “tracciare segni sul foglio bianco che abbiano un senso per qualcuno…persino per se stessi?”(ai bordi dell’inconscio) Lo scrive l’amico poeta Aglieco, in un suo intenso saggio sulla poesia e continua dicendo che “non è possibile per un poeta stare tranquillo”. Già.

Ascoltando quelle sette persone mi dicevo che in fondo è proprio vero: che non si può stare tranquilli rispetto alla poesia, ma non solo per chi scrive: anche chi legge è chiamato a gestire una sua inquietudine.

Quella, direi, di capire il valore di ciò che legge o ascolta, come nel caso di Ckarmi.

(Ckarmi ha una k di troppo oppure quella lettera-tela-di-ragno sta a dichiarare proprio l’ansia del mettersi di fronte al rischio di trovare la verità, ‘una’ qualsiasi verità?).

Ascoltando quelle sette persone che si sono messe nel rischio della performance, dell’ansia, del darsi ‘in pasto’ allo spettatore – seppure amico – mi sono sentito più la tela che il ragno: CKARMI in fondo era chiara nella sua definizione. Cantiamo. Volete ascoltare il nostro canto?

Noi avevamo accettato, con un atto di fiducia (fiducia= fede )che si è palesato nell’obbedienza rispettosa alla battuta finale della presentatrice: ‘abbiamo finito, buonasera’, ovvero in altri termini era un “ite misa est”.(ai bordi del rito).

Mentre mi alzavo dalla sedia, nell’attimo che precede le parole con cui si rompe il silenzio dell’ascolto collettivo, mi è venuta in mente la battura di Wittgenstein che apre il suo Tractatus: “Il mondo è tutto ciò che accade”.(Chiedo scusa per la citazione, ma il Tractatus in questa calda estate sta sopra la mia scrivania per il caso che comanda il lettore disordinato…). Lo stesso Tractatus si conclude con la celebre affermazione “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Le due virgole hanno un senso e quando le si legge ad alta voce lo si percepisce bene. Un po’come si percepiva meglio – mi sono detto – la Parola-Persona di ciascun lettore al chiostro. Erano lì, sono “accaduti”: la poesia, nel suo incessante richiamo alla scrittura e alla lettura – infinito cerchio necessario – è più dell’atto performatico in sé.

Il chiostro, i microfoni, il pubblico, le pietre, i gesti, le emozioni sono fatti performatici. La poesia – quando accade – ci fa accadere, fa accadere il mondo.

In ultimo, perciò, finito ‘lo spettacolo’, l’evento, l’appuntamento, mi sono detto che in fondo c’era stato un incontro con la poesia. E che bisognava lasciare da parte le tentazioni dello spettatore di richiedere ciò che non ha avuto, ovvero le pietanze più appetibili per lui. Ciascuno – forse, e sicuramente io compreso – avrebbe voluto veder soddisfatto il proprio desiderio di riconoscimento in un modo diverso, soddisfatte le proprie opportunistiche, critiche, più o meno acculturate ed egostiche, aggiungo, aspettative.(ai bordi del desiderio). Ma la verità sta (forse, chissà) in quell’”ite misa est” che ci ha richiamato alla fede di condividere un accadimento per quello che è. Di saper condividere un mondo dove le persone si facevano parola e la Parola si faceva Persona.

CKARMI è stato una tela di ragno, di un ragno che canta fiducia e rischia che la dolcezza della consonante “C” si indurisca nella “K”. Del resto aver fede nella scrittura ci fa sempre rischiare di incontrare la verità…

ss

(Monte Roberto, 24 luglio 2022)

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