Recensione a “Dizionario minimo” di Silvano Sbarbati

SUL POTER DIRE I CONTESTI

di Michele Cardinali

È un approccio comune quello di vedere un dizionario come l’archivio mobile della lingua atomica: particelle elementari che, dai loro incastri, generano le infinite possibilità del linguaggio. E poiché non ogni parola è una monade univoca, ma foriera di ombre e stratificazioni, si è così portati a scorgere nel dizionario un ruolo chiarificatore. In lui, e grazie a lui, si comprendono i significati, le semantiche di ogni atomo linguistico. Se non fosse che non ogni parola è semantica; non ogni atomo è legato a un senso.

Così si scopre una diversa funzione del dizionario: quella di indicare i contesti d’uso, di indirizzarci nei luoghi in cui le parole prendono corpo, stando ai margini dei significati; di situarci dentro degli spazi di prefigurazione nei quali, una volta chiuso e riposto il dizionario, questi continuano a lievitare; fino al giorno in cui ci fanno cadere nella lingua viva. Indicare i luoghi funzionali, gli ambienti in cui quelle parole hanno senso per noi: ecco un’ulteriore e tacito ruolo di quel mattone reverenziale che si sfoglia all’occasione. Perché riflettere su questa via alternativa?

Perché e a partire da questa premessa che sembra aver preso corpo l’ultimo libro di Silvano Sbarbati; in realtà una prima opera in versi: Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 67. Per inciso: il formato tascabile e la morbida carta avoriata lo rendono tutt’altro che un oggetto imperante, come forse il titolo suggerisce.

Già qualcuno ha approcciato questo testo, evidenziando la sua carica esperienziale, di cui ogni componimento restituisce una percezione incarnata della realtà, sensibile al reale quanto al vissuto che ne partecipa. Da una parte Renata Morresi, che ne cura la postfazione, ha evidenziato come questi siano «versi in cui ogni percezione è processata in una forma»1; dall’altra, Sebastiano Aglieco ha enfatizzato quella tensione esistenziale tra un ipotetico dizionario universale – che appartiene al comune cammino linguistico di ogni vivente – e quel vocabolario personale che ciascuno custodisce per sé. Le parole sono di tutti, ma non tutti hanno le stesse parole del mondo; tanto meno tutti le usano nello stesso mo(n)do. E la cura posta nella scelta del linguaggio è la cifra che ben sintetizza tanto le due recensioni, quanto l’identità propria del testo.

Vorrei perciò provare ora un approccio differente, suggerito e innervato nella stessa lettura. A un primo impatto sembra di trovarsi di fronte a una poesia che volge indietro lo sguardo, senza ricerca di nostalgici ripari. Due versi, di due componimenti distinti, vivono una legge del contrappasso terreno tra il ricordo de «le risate adulte che affogavano l’infanzia»2, e quando «mia figlia vede la mia voce […] si allarma e il suo viso è maschera spezzata/ da quel rimprovero di presunzione adulta/ pura paura paterna»3.

Ma, come dicevamo all’inizio, se i dizionari rimandano ai contesti d’uso delle parole, allocando i soggetti dentro ambienti semantici e invitandoli alla loro e-vocazione, questo dizionario sembra animato soprattutto dal desiderio intimo di risalire il percorso inverso. Cioè di sperimentare e capire se certi contesti siano pronti – o almeno discretamente disponibili – al confronto con certe parole, scattanti a definirli. Se i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua; tanto che questa raccolta è ritmata da un coerente stimolo di descrizione; o forse, da una volontà d’iscrizione per incidere su carta gli eventi scivolosi.

Eventi che si perdono nel tempo, come «quando era normale contare/ gli spiccioli nelle tasche delle gonne/ senza l’aria carezzata dai termosifoni/ sulle palpebre dei bambini prima/ che arrivasse il caldo del sonno»4; che si perdono nello spazio pubblico dove «andavamo correndo a comperare/ trenta lire d’ombra di campanile»5 o nella geografia della memoria corporea in cui «le lacrime sono paterne e le rughe materne»6 e si ricorda «la turca esterna che è stata una polmonite/ per me bambino con un bollente sfebbrare»7.

Qui i contesti irrompono, si fanno spazio negli occhi di chi legge, a volte ingombrano il campo pur di anticipare il verso seguente o fornire la sua condizione d’interpretazione. Come quanto si parla «del transito di un topo» di cui la coda «scivola pelosa via dal mio sguardo/ senza speranza ormai/ per l’igiene del mondo»8. Lo sfondo del contesto, non detto, sembra più presente del topo; altrimenti perché appellarsi all’igiene del mondo? In campagna, i topi non hanno pur diritto d’asilo?

Un dizionario personale, ma non intimista, in cui i versi interrogano quanto la lingua possa divenire specchio di riconoscimento oppure una colpevole e distratta sforbiciata di sensi. Se le parole aiutano a dar forma al mondo, viene da pensare che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da un semplice dizionario: un lessico pratico per l’esistenza di chi ha fatto corpo a corpo con quelle parole.

Si agita così un pendolarismo silente tra natura e cultura – che forse solo alcuni sapranno tematizzare – in cui di fronte a un «tronco troncato tagliato e monco […] il mio sguardo sussulta/ un brivido ulteriore e si scrolla l’orrore/ di immaginarlo umano abbandonato lì»9; oppure dove il «latte in polvere Mèllin/ con le istruzioni per l’uso/ ha cagliato su di me/ sopravvissuto per scoprire/ d’essere forse artificiale»10; o ancora dove la natura stessa è risucchiata dalla cultura sensibile, che non sa guardarla se non attraverso i suoi significati, consapevole che «il caldo frinire di una cicala:/ altro non può altro non c’è/ per sperare nell’alba»11.

Un basculamento in cui la lingua, artificiale per natura, crea, nutre e alimenta la natura stessa; lo sa bene «il vecchio [che] ripete/ grano vacca terra pomodori/ e regala saliva»12 – forse non a caso dal titolo Parole. Ma lo sa bene chiunque si domandi, con l’autore: «quando nessuna riga di testo avrà il mio nome/ chi mi raggiungerà comunque e nonostante?»13. In questa prospettiva, in cui la lingua gioca con i fenomeni, l’aggettivo minimo che titola la raccolta non è sinonimo di minimale, ma di essenziale: ovvero di ciò che dissoda e racchiude un’essenza.

D’altro canto, però, sappiamo anche che la lingua non sempre funziona, non sempre avvolge il poroso profilo del mondo. Molte volte la lingua s’inceppa e fallisce. Altrettanto l’autore sembra farne esperienza: in particolare in due specifici componimenti dove la parola, pur descrivendo, lascia spazio al vuoto che indica senza saperlo nominare.

In un caso siamo di fronte a un contesto idealizzato, sconfinato, incoglibile perché molto più esteso della parola denotante e costretta ad appellarsi al gesto: «dopo la seconda curva mia figlia chiese/ quanto fosse grande il mondo […] dispiegai il cosmo in chiare proporzioni/ indicando le colline senza neppure rallentare»14.

Nell’altro siamo dentro un vuoto strutturale, un vuoto che indica. Anzi: un indice vuoto che lascia spazio al recidivo e affilato evento del trauma: «quella mano sinistra/ del carpentiere comunista senza il dito indice/ indica il vuoto: sembra abbia fatto la guerra/ e invece ha sbagliato misura: vittima di una lotta/ senza nessuna classe»15.

Se noi siamo carne di parole, non sempre il mondo è corpo della lingua. Allora, cosa resta di questa frattura, di questo interstizio dove nemmeno la voce sembra avere cittadinanza? Resta forse il tentativo; quel compito senziente di circoscrivere gli eventi, ritagliarli con la lama dei linguaggi e dar loro respiro. Non è forse un caso che la poesia Voce sia proprio l’ultima voce di questo dizionario.

E se la narrativa lavora per intenzione, un territorio che Sbarbati ha frequentato, la poesia pare lavorare per intensità. La stessa, direbbe forse l’autore, che ci fa percepire la domenica come «un futuro con più fiato»16.

Bruxelles, Etterbeek,

14 aprile 2022

Michele Cardinali

NOTE:

1 S. Sbarbati, Dizionario Minimo, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2022, p. 62.

2 Ivi, p. 12

3 Ivi, p. 14.

4 Ivi, p. 24.

5 Ivi, p. 12.

6 Ivi, p. 26.

7 Ivi, p. 58.

8 Ivi, p. 51.

9 Ivi, p. 53

10 Ivi, p. 28

11 Ivi, p. 37.

12 Ivi, p. 40.

13 Ivi, p. 41.

14 Ivi, p. 46.

15 Ivi, p. 37.

16 Ivi, p. 21.

Un commento

  1. Sul poter dire i contesti

    Diversamente da chi crede che restituire le restituzioni sia un eccesso, un esercizio sterile in quanto iper-critica letteraria dannosa alla chiarezza del testo, credo invece che la critica – e specie quella di letteratura – ne guadagni in svelamento.
    Come se ogni ulteriore lettura-scrittura abiliti il togliere ogni volta un velo di oscurità che il testo (misterioso manufatto qual è) si costruisce addosso.
    Sempre più sono convinto che poesia e filosofia siano come il recto/verso di un foglio. L’una appartiene all’altra e l’una e l’altra non si possono separare, come il significante dal significato, visto che l’una e l’altra sono segno. Anche perché, a livello più superficiale, entrambe appaiono al mondo attraverso la parola.

    Premessa fatta, passo a svilupparmi – letteralmente – sul nastro del tuo recensire, incamminandomi riga dopo riga, seguendo gli stimoli che hai posto in essere

    Il dizionario come indicatore/indice dei contesti d’uso: ovvero di come muoversi nel ‘reale’ attraverso la lingua. Qui vorrei sottolineare che dizionario e vocabolario hanno una struttura a sequenza alfabetica, quella che permette di muoversi meglio, soprattutto di ritrovare con facilità – nell’ordine alfabetico, appunto – la posizione, il luogo della parola che ci interessa proprio nello spazio che abita, e non altro.
    Per questo ci interessa muoversi entro di esso, usandone le possibiità di orientamento rapido. E il passo è breve a dire vocabolario personale, trasformando a uso e consumo proprio il dizionario universale.
    Morresi e Aglieco di questo hanno detto con sufficiente attenzione, mentre tu provi a risalire la direzione inversa: non più capire come approdare ai contesti d’uso, ma capire se i contesti d’uso siano pronti a “farsi catturare dalle parole”.

    Ecco: catturare è il verbo che mi interessa particolarmente approfondire. La cattura prefigura una idea di caccia, di appostamento, di silenzi, di perspicace tracciamento, di gesti anche violenti nell’appropriazione. Hai ragione: questo ho sperimentato, ma dopo aver sperimentato la ‘cattura di me’ da parte delle parole. Cioè a dire che la parola d’avvio, la parola scintilla che accende l’immaginazione, quella in realtà cattura il parlante/scrivente. Qui è il mistero, qui è quando ci si accorge del mistero che è velato e che ci spinge ad un suo dis-velamento. (Altheteia?).
    E difatti, prosegui scrivendo come nel dizionario “i luoghi e gli eventi siano preparati a lasciarsi catturare dalla lingua.” Già, la lingua che come Giano bifronte, cattura e al contempo si lascia catturare a caro prezzo di sforzi, fallimenti, lentezze, rifacimenti, cambiamenti.
    Lo dico perché tu poi introduci il tema del rapporto tra natura/cultura. Che esiste e forte, sempre e comunque, dentro quelle 54 poesie (e faccio ancora fatica a definirle così…).Lo dico perché, quando descrivi questo rapporto come un “basculamento con cui la lingua artificiale per natura, crea, alimenta e nutre la natura stessa” questa tua definizione – un concetto di filosofia del linguaggio – mi ha rimandato al mo(n)do in cui nascono i miei versi.
    Prima ci pre-esiste la natura della lingua in cui siamo immersi che fa colare alcuni suoi elementi verso chi li raccoglie; e si tratta di materia di miniera, da raffinare. Poi la cultura che raffina, seleziona, distingue – altri concetti di filosofia… – il materiale.
    E’ una circolarità, questa azione di cattura: ma talvolta – come tu sottolinei bene – le cose non accadono come si desidera, l’azione è imperfetta, si fallisce l’obiettivo e allora la lingua non è strumento per catturare il mondo, e si trova il vuoto che solamente il gesto può riprodurre.
    Il corpo/movimento sostituisce la parola/segno.
    Una frattura: comunque è una frattura quella che crea la mancata cattura (proviamo a usare questa metafora che mi piace). La lingua non riesce a catturare lo scrivente e viceversa. Rimane sì la voce, ma è una voce che non chiama niente e nessuno, si alza nel vuoto ed esprime il vuoto.

    Come vedi ho provato a seguirti sul sentiero che hai tracciato. Spero di non essermi attardato o addirittura aver seguito false tracce, per ritrovarmi perduto fuori …contesti, senza poterli più dire.
    Certo è che – lo penso mentre scrivo – ri-restituzioni di questo tipo somigliano molto, mentre si procede a produrre testo, alla caccia per catturare la parola che avviene nelle battute di poesia. Ne sento i palpiti simili, le ricerche eccitate, l’urgenza dell’ascoltare i segnali sonori o visivi della preda.

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