Silvano Sbarbati commenta un romanzo di Luigi Di Ruscio

La storia per cui sono nate queste righe forse sarebbe piaciuta, a Luigi Di Ruscio. Esattamente al compagno Di Ruscio, emigrato da Fermo, nelle Marche, fino ad Oslo, come operaio metalmeccanico in una fabbrica di minuteria metallica per 40 anni

Dunque: nella sede quasi dismessa della Casa del Popolo di Jesi, una volta locale importante di un partito importante per militanti e ruolo politico, è stata creata una biblioteca con il fondo di un sindaco e poi senatore. I suoi libri stanno per essere catalogati a cura della locale sezione dell’Istituto Gramsci, di cui il sindaco in questione (sen. Aroldo Cascia, scomparso pochi anni fa) è stato responsabile.

Mentre un paio di volontari procedevano alla sistemazione dei volumi, a me, capitato lì quasi per caso, vanno gli occhi su diverse copie intonse di un libro di Luigi Di Ruscio. Copertina bianca, editore Cattedrale, Ancona 2007, collezione Narrativa. Di lui sapevo del romanzo “Palmiro”, ma di questo ignoravo l’esistenza, perché del poeta sono lettore-estimatore ma di poca disciplina e scarsa applicazione. Per farla corta: copie intonse mi danno la stura a richiederne una. Grazie. A casa mi si incolla tra le dita e con la sua prosa allucinata, appunto. Qualcosa mi restava nella testa e mi spingeva a rileggere, subito in seconda battuta. Ho scoperto dopo il perché. Ero stato colpito dal suo battere ripetuto il tasto dello fare poesia, una sua dichiarazione di poetica, in un prosa di grande effetto evocativo, ruvida e con lampi allucinatori, appunto.

Come lettore trovo in queste righe – che cito ordinate secondo l’ordine di pagina tra parentesi – una forza argomentativa, seppure non organizzata, con una sua logica che resiste al confronto (per lo meno al mio, che non è attenzione critica ma soltanto desiderio di ospitalità nei mondi altrui).

Convince con la purezza di una pietanza messa a tavola per essere mangiata, senza fare tanti complimenti, diciamo noi nelle Marche.

Non credo di essere in grado di poterne cucire il senso in un articolazione tale da aggiungere significati ulteriori. Credo più semplicemente che siano, queste citazioni, una specie di percorso a tappe, inconscio, involontario. Come se Di Ruscio fosse un Pollicino che sbriciola il suo pane per poter ritrovare(o trovare?) la strada della poesia. Per orientarsi, insomma.

Personalmente, mi resta, più forte di tutte le altre, l’immagine della macchina da scrivere pulita con nafta e spazzolino da denti per velocizzarne la scrittura e inseguire i “velocissimi versi”.

***

Come poeta non sono affatto frittato, anche come operaio mi frittano poco infatti esco quasi intatto fischiando dal turno notturno quasi correndo per arrivare in tempo per scrivere gli ultimi versi che se ritardo troppo rischio di perderli. (19)

Il compito del poeta sarebbe rendere tutta questa realtà incredibile per sempre…(21)

Il poeta residente sforna libri ogni anno, il Di Ruscio un libro di poesia ogni dieci anni, anzi a guardar bene di libri di poesia ne ha scritti solo due: Firmum e un secondo libro con titolo Apprendistati che raccoglie tre pubblicazioni. (33)

…certe volte appena vedevo le mie poesie stampate ero preso d’atroce paura, pubblicano le mie poesie per sputtanarmi… (37)

Siamo in crisi come poeti?…non facevo che ricevere lettere sulla profonda crisi poetica, mai ricevuta lettera che annunciasse tempi felici per la nostra poesia, la cosa è stata sempre disperata, non hanno fatto altro che tormentare e tormentarsi, il poeta diventa una specie di quaresimalista, preti che non facevano che predicare delle punizioni eterne…(51)

…però nelle raccolte di poesie l’ordine di successione dei testi neppure si nota. (62)

Scrivevo, spedivo epistole, compagni poeti, per scrivere del caos occorre tutta la nostra irresponsabilità e tutto il rigore dell’irresponsabilità, sfidare l’ultima irrisione, non darsi per vinti e quando mi misi in testa di scrivere anche io le poesie non mi rendevo conto in che caos mi ero inoltrato. (64)

La poesia dovrebbe essere il regno della spontaneità, strano però, mia moglie mi dice che sono tardo, reagisco sempre il giorno dopo, tutto si raggruma velocemente, proprio come il sangue che velocemente chiude la ferita, c’è un grande sonno in giro e pretendere che sia io a risvegliare il tutto…(79)

…la poesia è comunicazione e messaggio antropologico, cosa distinta dalle normali comunicazioni sociali, diamo notizie agli extraterrestri delle varie condizioni umane, delle condizioni dei poeti, una poesia non chiede niente, mostra solo la propria esistenza, un giorno un archeologo dirà: qui un poeta deve per forza esserci stato…un critico illustre mi disse che la mia poesia era autentica, però la questione della autenticità mi sembrava una cretinata. Oppure dovremmo mostrare le viscere, pretendono poeti viscerali. (81)

…ecco l’epistola di Antonio Porta che in “Alfabeta” pubblicherà le mie poesie più rinomate, mai mi ero sognato di poter giungere a tanto, mi brucio il naso con la saldatrice per la contentezza…(90)

Appena raggiungevo la POESIA la composizione terminava come fulminata….non sono sempre matto da difendere tutto quello che vado scrivendo…se ‘ste poesie non vi piacciono non mi offendo, le scriverei anche se venissi a trovarmi su un pianeta deserto…(95)

Un sottoscritto condannato a esprimere la disperazione delle cose. In qualsiasi maniera girate la frittata questo sottoscritto è il poeta che vi meritate . (99)

…essendo io un poeta e non un grammatico non volevo ancora sfidare la pubblica irrisione, scrivere le poesie non significava fare le seghe al prossimo nostro. (101)

La possibilità di sopravvivere della mia poesia e probabilmente di ogni POESIA dipende dalla complicità dei compagni, appena il prodotto è finito spedisco subito a Giancarlo e mi dice di cose poderose, non capisco se dice così per bontà d’animo o per portarmi per il culo…(102)

Se qualcuno si riconosce in quello che ho scritto state certi che si sbaglia, la persona è sempre quell’altra. (104)

Se a qualcuno dispiace la mancanza di punteggiatura sui miei versi ebbene ce la metta tutta lui, con le poesie non ho mai guadagnato una lira e pretendere da me anche la punteggiatura è il colmo…(105)

La poesia dovrebbe riguardare quella parte dell’anima nostra che partecipa alla gioia. (108)

La poesia è ormai il posto dove possiamo esprimere le cretinate del mondo, non ho scritto poesie cosmologiche però ho due poesie molto belle sulle api di un alveare posto sul balcone di un appartamento esposto bene di Milano. (109)

Scrivere le poesie di un’altra voce, le poesie della consorte che mai scriverebbe, mischio la broda della retorica amorosa anche da vecchio. (113)

Oggi la macchina da scrivere scatta magnificamente i propri versi, è bastata una spazzolatina tra i tasti con uno spazzolino da denti impregnato di nafta, per inseguire versi sono necessarie battute velocissime, l’ottenebramento e l’illuminazione o l’allucinazione si susseguono ad altissima velocità e i tasti si accumulano e si intrecciano. (113)

La poesia ha bisogno di miti ed è molto possibile che l’Iddio sia un mito necessario per una comunicazione veloce…(118)

Per scrivere un bel libro bisogna essere stati sbattuti sul posto giusto, la scrittura ha a che fare con la catarsi…la scrittura somiglia al sogno, a volte siamo presi dal terrore per gli incubi da noi stessi prodotti, come fossimo in due. Nel mio caso di sottoscritti ce ne sono tre: il sottoscritto detto inconscio che programma l’incubo, il sottoscritto che osserva l’incubo e il sottoscritto che si libera di tutto scrivendo. (132)

Se non volete pubblicare le mie poesie non vi preoccupate, mai fatto scene di vittimismo, io scrivo quello che a me pare meglio e voi pubblicate quello che più vi aggrada, assurdo fare storie per certe cose, ora ancora una volta mi ripeto queello che una volta mi disse mia moglie. MARITO MIO NON DISPERARTI, NOI SIAMO VIVI E TANTI NEPPURE RIESCONO A NASCERE. (150)

Sono un lettore estremamente lento e sciagurato di poesie, cosa che faccio con grande imbarazzo, è quasi un entrare a casa d’altri di nascosto. (151)

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