UNA LETTERA DI SILVANO SBARBATI A PROPOSITO DI “CASA DELLE LUCERTOLE”

Certo, viene un po’ da rimpiangere il tempo dei primi blog di poesia in cui, quando usciva un post, si scatenava una vera e propria gara di commenti, non sempre scontati, anzi, che avevano la forza di arricchire la tramatura del testo.

Ora molti di questi blog sono silenti, per franca stanchezza, e lo si può capire; oppure perché alcuni fungevano solo come cassa di risonanza per la carriera del poeta alla moda…Saliti gli scalini della carriera, blog e festival non hanno più ragione d’essere.

Ecco che, commenti come questi, ci dicono che l’opera cresce col lettore, e non certo un lettore silente. Il lettore silente spesso affossa le opere di valore e dà spazio al paccottume ormai editato a tutti i livelli – un tempo si dava la colpa agli editori a pagamento, ora i pericoli sono altri, e forse più sottili – . Oggi si pubblica per soldi, per guadagno. Scrivere un libro è un dichiarato investimento di soldi…non so se siamo alla frutta o a un risvolto epocale.

Scompariranno i veri scrittori? Sì, certo, se l’attenzione del lettore, quantomeno medio, rimarrà basso. Andremo a comprare questi libri di secondamano, sempre che si trovino, e dovremo benedire siti come Ebay, o qualche libreria che conserva copie fragilissime di opere che un tempo furono grandi.

Se il lettore non coltiva la capacità di specchiarsi in qualche modo nelle parole che legge, la letteratura finirà di assolvere al suo compito. Gli scrittori si sentiranno irremidiabilmente soli e la loro opera si spegnerà, in attesa che qualcuno, magari da un indefinibile futuro, la faccia splendere della luce delle proprie necessità.

***

Caro Sebastiano,

ho ricevuto ieri mattina “Casa delle lucertole”. Mi si è letteralmente incollato tra le mani: nel senso che la lettura mi si è imposta quasi come urgente e necessaria e così in poche ore è stato. ( Alla fine poi spiegherò questa premessa…).

E’ un libro che si capisce scritto da chi ha dimestichezza con una narrazione che guarda alla connotazione più che alla denotazione. Leggendo venivo facendo il confronto con le “scritture” (soprattutto quelle che rifanno il verso alla letteratura statunitense contemporanea) che usano la denotazione come chiave d’ingresso per la connotazione, una chiave che non apre la…casa giusta, tanto per restare dentro il discorso.

Conclusa la prima golosa lettura, sul palato mi è rimasto il gusto di un’altra letteratura: quella russa, di Tolstoj in particolare, e non saprei dirti se ha ragion d’essere giustificato. Per me sì, e questo mi basta per dire però che si tratta di un…Tolstoj italiano che maneggia la lingua – e i temi che con essa sviluppa – con un andamento così connotato dalla connotazione da rivelare un suo intenso ed intimo legame con il fare poesia, con il maneggiare (la mano, ancora la mano) i versi.

Non sto a fare l’elenco dei luoghi dove ho trovato questo atteggiamento. Se non sapessi che Aglieco fa poesia, ecco mi sentirei come lettore spostato a pensarlo, anzi di più: spostato a chiedergli di farlo, di trasformare quella prosa in versi. In un poema poema che si apre a ventaglio su una esistenza intera. Dall’infanzia al presente di una maturità dolorante (la mano) ma vigile, decisa ad entrare nel mondo attraversando le cose.

Le cose di casa. Le cose fatte dalla casa. Le cose nate dalla casa. Ho trovato che la prima parte, quella della memoria, è scritta in maniera più “adulta”. La seconda ha una freschezza ed una ingenuità che la prima non ha, tanto è intensamente rivolta ad affrescare la realtà di un mondo scomparso ma che in realtà fa “mattoni” di altra realtà presente.

“Casa delle lucertole” è un libro sull’abitare. Noi abitiamo il mondo. Indossiamo abiti di stoffa e abiti mentali che ci servono per vivere nel mondo. Il verbo abitare – lo scopro adesso in modo chiaro – si attaglia alla casa, prende senso dalla casa in modo ancestrale. Ma non è il caso, non è il caso di fare antropologia d’accatto. Però questi cenni mi servono per mettere in evidenza che questo tuo libro potrebbe essere un vero e proprio libro sussidiario, di formazione.

Guarda: c’è l’infanzia, il rapporto intergenerazionale, la geografia, la sociologia, l’ingegneria, la medicina, la psicologia, l’agricoltura, l’entomologia, etc. E c’è, in modo poetico, aggiungo, che è il modo affettivo per eccellenza, il mondo dell’educazione.

(Metto tra parentesi la spiegazione di cui in premessa. Dieci anni fa, in un giorno o poco più, mi ero ritrovato a scrivere della casa. “Cerco casa” lo titolavo questo romanzo in 50 stanze – ovvero 50 frammenti. Non si tratta di un romanzo, è chiaro, ma di un modo per occuparmi della casa. Mi sono detto, leggendoti, che consonanza ci lega, anche qui. E pensavo alla differenza degli approcci. Il tuo organico, strutturato, esaustivo, quasi. Il mio frammentato con una andatura altalenante tra la memoria e la ricerca, spezzettando le percezioni. Però la stessa attenzione all’abitare mi ha colpito e mi ha svelato il senso profondo di ciò che accomuna – nelle “diverse disabilità” con cui abitiamo il mondo – due persone distanti per nascita e per vissuto, che si sono incrociate proprio cercando casa…).

(Ed è interessante che mi sono svegliato presto stamattina per scrivere queste note, forse necessarie e urgenti come la lettura).

Grazie e a presto.

Silvano

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