Silvano Sbarbati riflette su “IL POSTO DELLO SGUARDO”

Il posto dello sguardo” – una brevissima restituzione

Ho letto – e sottolineato come se fosse un testo scolastico – “Il posto dello sguardo”: alla fine mi sono accorto che l’ho fatto come se fossi uno studente, con la stessa postura (e posto/postura appartengono alla stessa radice di significato- risiedono in un luogo…).

Dunque è come se avessi letto un libro sul rapporto tra poesia e scuola stando dalla parte di chi fruisce di un “servizio”. E non a caso, credo, la parola fruizione è tra quelle centrali nell’intervento di Aglieco, il primo, in stretto ordine alfabetico, tra i curatori e i contributori (quest’ultima una definizione che mi risuona aulicamente retrò…ma che forse ha una sua ragionata e ragionevole, motivata scelta).

Ammetto – con un impeto di sincerità che sa di studente non-modello – che la seconda parte del libro l’ho saltata a piè pari, come del resto avrebbe fatto il medesimo studente: a cui sarebbe sembrata inutile nel momento in cui lo avessero interrogato. Infatti, a chi avrebbe interessato sapere del mio apprendere informazioni sul poetare di curatori e contributori alle prese con un esercizio (un po’ sterile) di presa in carico reciproca, in un virtuosismo altrettanto sterile e didattico?

Ciò premesso, Aglieco e Pusterla sono quelli che – in estrema sintesi – hanno impostato i loro interventi sulle domande. Chi, come, dove, come, quando sono interrogativi centrali nello loro riflessioni. Pusterla le ribalta su se stesso, prima ancora che spalmarle sul mondo degli studenti. E ne pone una ontologica: Che cosa è la scuola per noi oggi?

Sul lettore e sul suo punto di vista centrano i loro interventi Bagnoli e Magnano, mettendo in campo una modalità che risente di una loro chiara formazione filosofica: anche se però il contributo che portano è ben articolato sia sul fronte del produrre poesia che del fruire poesia. Entrambi poi ne mettono in relazione la forza pedagogica, a confronto con le scoperte delle neuroscienze e di una sua capacità utile alla ricerca della verità, di una comprensione migliore del frammentario che abita il mondo contemporaneo.

Aglieco, da maestro elementare, fa i conti con la pratica della poesia in età infantile e in una sua dichiarazione introduce un elemento centrale alla generale e complesiva discussione posta in essere ne “Il posto dello sguardo”.

Cito: “Fare poesia con i bambini è uno straordinario esercizio di libertà”. La parola libertà fonda un’etica e lo fa ancor prima di aver evidenziato – come per esempio fanno Pusterla, Motta, Cannillo – che poesia è anche terapia per un disagio giovanile sempre più acuto e diffuso.

L’esercizio e la messa in campo della libertà con i bambini, attraverso un “fare poesia” mi pare possa essere una straordinaria accelerazione nonché di una messa a terra della ricca messe di intuizioni poetiche, sociologiche, filosofiche, pedagogiche e didattiche contenute negli altri interventi( che cito in discontinua contiguità con i miei interessi di lettore-studente).

Anzi, questo netto richiamo all’esercizio di libertà fin dalla primissima età scolare, dà senso e illumina il tema del desiderio (presente in Magnano e Pusterla), a quello del rapporto con la verità di una “voce che accoglie il mondo e lo restituisce in parola” (Bagnoli), a quello della contemporaneità del web, messo in evidenza da Alleva, Canillo, Marelli, a quello dell’incontro-relazione con l’Altro messo in evidenza con particolare forza da Magnano.

E’ come se – dal basso del suo punto di vista, da un basso che è radice – Aglieco avesse colto la necessità che la poesia (non più “sottratta della sua identità” come scrive in sintesi Macciò) svolga la sua funzione di oggetto/fruito in modo però consapevole (anche del “segreto che risuona” direbbe Pertosa). E per esserlo, consapevole, bisogna che, per dirla con Aglieco, “chi desidera essere poeta, si informa, sonda, annusa”.

Non vale anche per chi vuole vivere in/con libertà il suo presente?

Silvano Sbarbati

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