Nicola Grato:un orologio, la pipa, la scatoletta delle medicine…

Nicola Grato, LE CASSETTE DI AZNAVOUR, Macabor 2020

Non so se, citando il catalogo delle navi, Nicola Grato si riferisca al famoso episodio dell’Iliade in cui vengono elencati i nomi dei comandanti e il numero delle navi greche che s’imbarcarono per la guerra di Troia. E’ un primo esempio di “realismo enumerativo”, dall’indubbio valore di testimonianza, ma anche figura retorica di stampo letterario.

Davanti ai celebri ritratti del Fayum, si rimane catturati da una doppia fascinazione: da una parte la testimonianza del dato storico di un reperto che, con esattezza, giunge a noi e si rivela; dall’altra l’intensa commozione che l’oggetto provoca ai sensi. Ciò avviene a causa di un realismo che sfida l’enorme tempo, giungendo a noi dal tragitto breve del sentimento della perdita e del ritrovamento.

Realismo ed enumerazione viaggiano insieme. L’enumerazione ci permette di elencare con precisione, senza la possibilità di sfuggire all’osservazione stretta, alle domande stringenti; il realismo non ha tempo, si presenta nel suo nudo essere, nella sua pura necessità.

Ecco cosa succede leggendo quest’opera seconda di Nicola Grato: l’esattezza del dato genera l’esattezza del ricordo. Il ricordo si fa evocazione, vibrazione delle corde emotive ed affettive. E’ una scrittura che, pur situandosi nel tempo corrotto del nostro presente, chiede di essere letta in funzione di una ri/lettura del nostro “perché siamo”, “perché abbiamo bisogno di trattenere ciò che fra poco non avremo più”. Un piccolo passo e rischieremmo di varcare la soglia del mito, del “non ricordo bene” e, infine, del “non mi ricordo più”.

Per questo è una poesia che ha bisogno di due tempi: il presente della conservazione, una conservazione pericolosa, ancella della dimenticanza; il passato prossimo di un dove in cui la materia che è stata vibra ancora come una banderuola al vento.

Questa dimensione di necessità urgente trova il suo compimento nelle splendide preghiere “fa’ che ti lodiamo, signore”, “l’ora chiusa”, ma anche nei tanti passaggi in cui la dimensione di conforto spirituale scarnifica la scrittura abbassando al massimo la sua coloritura. E’ una poesia abitata da una propensione a farsi minima e umile, umanamente radicata nello splendore lieve dei giorni, nella festa di una giornata assolata, nelle stanze delle case conosciute e nelle strade: luoghi consapevoli di un loro essere stati, di un trascolorare.

Il realismo e l’elencazione, come si diceva all’inizio, potenziano la scrittura di Nicola Grato conferendole persino una notevole carica etica; poesia del vero, in cui la retorica, l’immagine alta è censurata. Mi sembra che in questa capacità descrittiva del tratto minimo, della piccola cosa e del piccolo gesto, la poesia di Nicola Grato trovi il suo compimento più alto.

*

fa’ che ti lodiamo, Signore

fa’ che ti lodiamo, Signore

per i giorni, tutti i giorni che doni

alla nostra vita, per questa fragilità

e questo abbandono, per la tempesta

e la bonaccia che sempre ci parlano

di te. Fa’ che seguiamo la legge

tua santa, ch’è grano in riposo

nell’inverno: sarà filo verde

in primavera, spiga dell’alleanza

tra le parole e le cose, cuore dell’estate.

p. 64

*

Fortunale

Sentivi il fortunale: era sera in campagna.

L’eucalipto piegava i rami molli a terra

vorticavano foglie, latrati tutt’intorno

ma non era quel vento che nel ‘73

distruggeva la diga, strame di barche e navi

i vetri del balcone in frantumi, la pomelia

sradicata e i gerani. Trona e lampi itivinni

arrassu, chista è casa di sant’Ignaziu –

recitava il rosario Giuseppina

metre tu raccoglievi vetro e foglie.

p. 21

*

silenzio

I morti hanno le voci dei colombi,

di cucche, di tarli nelle travi di

castagno – c’è questo silenzio

questa luce di lampada a olio

per il Buon Pastore che guarda

la casa, la porta, il portone perché

durante la notte nessuno

possa farci del male e a giorno fatto

uno sbuffo di nuvole sulla Brigna,

l’odore del forno e pane nuovo

le nostre preghiere hanno forma

di una pagnotta calda con l’olio.

p. 70

*

l’amore che hai amato

l’amore che hai amato non perdona:

così non ti perdona la campagna –

il silenzio che rode la memoria;

il mare l’hai lasciato al mare e ai pesci:

dove sono i puzzle da mille pezzi?

E dove le cassette di Aznavour?

L’amore che hai amato ti ha donato

solo un soffio di vento, una distanza.

p. 19

Di Nicola Grato ricordo l’opera prima INVENTARIO PER IL MACELLAIO

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