Una lettera di Silvano Sbarbati

In genere, quando i poeti ricevono una recensione, ringraziano e salutano. In genere… a volte no. In questo caso leggiamo di un modo che ricorda l’abitudine dell’antica corrispondenza, una modalità privata che poteva prendere la forma di un lavoro critico sottile, basato sulla chiarificazione anche di aspetti autobiografici. Erano lettere che arrivavano per posta, che provocavano trepidazione sia che arrivassero, sia che non arrivassero. Io conservo le prime note critiche che mi mandò in un biglietto vergato con una calligrafia impossibile il poeta napoletano Ciro Vitiello. Poche parole, che però ebbero l’effetto di una fionda, di un’autorizzazione a proseguire.

Altri tempi che rimpiango. Non per stupida nostalgia, ma perché mi rendo conto che questo modo di corrispondere – lento, dislocato nel tempo, fatto di parole pesate col bilancino, di slanci di autoconfessione, di richieste di chiarimenti – costituiva lo schema di una prassi di lettura e autolettura preziosissima che ormai si è persa definitivamente.

Ecco allora il valore di questa restituzione di Silvano – se ne può leggere un’altra, mia, a proposito di “Infanzia resa”. Corrispondenza, come dicevo; restituzione. Rilancio delle parole del critico verso gli spazi di una nuova visione del lettore, e persino dell’autore stesso. Certo, sarebbe bello riaprire un dibattito e una possibilità/eventualità intorno a questo tema: recuperare la lentezza, la digestione lenta, lo sguardo concentrato. E non per ultima la POVERTA’, la maestra POVERTA’.

*

Caro Sebastiano,

è successo anche a me, davanti a questa tua lettura, di farmi domande. Hanno a che fare per lo più con lo stupore. Mi stupisco di come qualcuno trovi cose – ovvero significati – diverse e soprattutto altre dalle mie. Che trovi, cioè, qualcosa che io non sapevo esistesse.

Per esempio, la giusta considerazione che nel libro del maestro in prova esista un egli ed un io. Due motori della narrazione che si distinguono ma in realtà sono un stessa matrice di narrazione. Mi accorgo di questo in modo nitido, chè mentre scrivevo invece veniva velato dalla urgenza di occuparmi della memoria. La quale – forse – è una terza componente, come se il racconto fosse scritto anche dalla memoria, la facoltà che mette al mondo i ricordi.

E restando tra i ricordi, scopro grazie alla tua lettura il loro “tempo abissale”. Certo, è un abisso quasi senza fondo dove egli ed io cadono ineluttabilmente attratti da una forza di gravità fatta di cose, odori, corporeità messa al mondo e mòssa dal mondo.

E invece, scrivi, il tempo della resa è “brevissimo”. Il maestro in prova si arrende in poche parole, non c’è alcuna lotta, non c’è neppure il tempo che serve alla caduta…

In fondo a tutto hai colto l’idea della metamorfosi kafkiana rovesciata: però allarghi la visione dando responsabilità al desiderio della “carne”. La quale ha la forma della riconciliazione della digestione dentro le viscere abissali della memoria o nell’altra digestione, quella dell’apprendimento nell’educazione.

A questo punto mi fermo, si ferma la mia lettura della tua lettura. Si arresta di fronte al mistero della scrittura che sorge da un punto ed arriva ad un altro punto e si illude che il modo migliore sia la linearità della retta; per scoprire invece – grazie ad una restituzione partecipata come la tua – che il percorso si complica, diventa complesso, che nel suo etimo prevede le pieghe. E le pieghe sono le curve che il tempo fa quando genera i ricordi usando la memoria che ci coglie in flagrante. Perché accade così? Mi suggerisci la risposta: perché la scrittura è sempre una conseguenza che precede una causa. Il concetto lì per lì è perturbante. Se la conseguenza precede la causa, allora la causa addirittura si ripiega su se stessa come una curvatura del tempo… E si torna alla memoria che ha comunque bisogno del tempo per riprodursi nei ricordi.

Se poi la narrazione e il racconto sono la materia della letteratura, ecco che tutto si mischia e la scrittura diventa il tessuto che fa velo al “filo fantasma” che non ci è dato di conoscere.

E’ perturbante anche prendere atto che “essere letti” in questo modo, da una parte gratifica perché offre riconoscimento, ma dall’altra è una miccia che fa esplodere la scrittura fra le mani di chi scrive. Ma non c’è violenza, nello scoppio, semmai è come una illuminazione, un lampo che rischiara il mondo presente e lo fissa in un fotogramma. Da ricordare, comunque da ricordare.

Grazie.

Silvano

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