Silvano Sbarbati: La memoria ti coglie sempre in flagrante…

Silvano Sbarbati, UN MAESTRO ELEMENTARE IN PROVA, SGEdizioni 2020

Quando mi trovo di fronte a un oggetto dotato di una qualche struttura narrativa, il pensiero più ricorrente che accompagna la mia fruzione – in presa diretta, né prima né dopo – è: Che cosa non è detto? Che cosa è celato? Che cosa non mi sta dicendo il narratore? Che cosa sta cercando di dirmi che io debba comprendere da me stesso? Non mi riferisco agli stratagemmi, alle malizie sacrosante della scrittura, ai rimandi e ai ritardi di senso, ma alla censura che l’autore mette in campo per se stesso – direttamente o attraverso i personaggi – .

Questa sottrazione diretta di senso riguarda le motivazioni dello scrivere che precedono la trama. Nel tessuto del testo, intrecciato di fili che convergono e diramano, si cela il filo fantasma di una causa che non sempre ci è dato conoscere – la scrittura è sempre la conseguenza che precede una causa – .

La struttura di questo romanzo sembra costruita, almeno in apparenza, secondo un principio di linearità: il maestro in prova è un “egli”. Racconta di un sé presente, in una classe, davanti a una cattedra e soprattutto dei suoi ricordi. L’ “egli” maestro in prova, è affiancato da un “io”. Anche questo “io” ricorda; figure parentali, situazioni dell’infanzia e dell’adolescenza… Infine il maestro in prova ora è solo un maestro ma poi, e per finire, l’ “egli” diventa “altro”.

Tutto ruota intorno al tema di una memoria che grida la necessità di essere evocata.

Ma perché se l’ “egli” maestro è lo stesso “io” che ricorda, dislocare il soggetto nella dimensione psicologica di due entità? Non si dichiara che l’egli e l’io siano la stessa persona, ma si lascia cadere il lettore nella trappola del crederlo. Una forma di reticenza consiste, dunque, nella sottrazione di una dichiarazione: l’ “Egli” maestro è l’Io” che ricorda.

Mentre il tempo del maestro appare breve, bloccato in un presente di ansie e preoccupazioni, il suo ricordo si dipana lungo tutte le pagine con puntigliosità e ricchezza di particolari. L’ “egli” maestro si muove, dunque, nello spazio di due tempi. A sua volta, il tempo narrativo dell’ “io” che ricorda, pur essendo breve, è fortemente agevolato dal pathos del racconto – le figure parentali sono potentemente scolpite, si veda, ad esempio, la descrizione dello zio Carletto – .

Abissale è il tempo del ricordo, brevissimo quello della resa. La resa del maestro in prova si consuma in un finale di quattro battute. Quella dell’ ” io” in una situazione altrettanto singolare. Il punto, altra questione non definibile, è che resa e realizzazione di sé coincidono.

Ecco un’altra parola che preme: specchio. Il corpo di Severino Spighi, maestro in prova, quelli dei suoi ricordi, i corpi evocati da “io”. Ci si riconosce solamente nel contatto confronto scontro col corpo degli altri. In questo modo si misurano i propri pieni e i propri vuoti.

Quando Severino Spighi rivolge la sua attenzione agli alunni, non vediamo tutti gli alunni, ma solo uno: quello che più degli altri gli ricorda il sé adolescente. Storia di corpi goffi, in formazione. Il corpo di Severino Spighi adolescente è sentito come un’entità che entra ed esce dalla domanda pura del “che cosa è cosa”: ogni cosa che è, che ci impatta, che ci conosce e disconosce; che si dà, che si sottrae. Il corpo di Severino Spighi, in questo suo crescere sopra e sotto le righe del mondo, si trova a scegliere se essere corpo reale o corpo pensante. A volte è l’uno, a volte l’altro. Ecco perché non c’è trama nella classe del maestro in prova. Davanti agli alunni, Severino Spighi non fa altro che porsi la domanda del chi sia o che cosa fa un maestro. La sua azione è bloccata nell’attesa di un chiarimento ed è in quest’attesa che s’incunea lo spazio del ricordo. Ma che funzione ha il ricordo? Perché ricordare? Perché dare senso al maestro in prova, ricordando?

Nel ricordo il maestro in prova sembra cercare la causa del dover essere maestro, il nocciolo della motivazione a insegnare. Che non è data dal superamento di una prova imposta dallo Stato, piuttosto dall’essere stato un corpo che si cerca, che prova ad essere, a definirsi nello spazio-tempo della formazione. La definizione del proprio ruolo non avviene in classe, nell’essere lì, indifesi davanti agli alunni. E’ prima, in quella ricerca ad essere “io”, non dichiarando espressamente un poter essere maestro ma suggerendo che la causa del desiderio abita un luogo della memoria che non ha ancora coscienza.

Immaginandosi maestro in prova e non maestro immediatamente dotato dello statuto di maestro, Severino Spighi sembra chiedersi quale sia il luogo più adeguato alla formazione. Si cresce nelle strade del mondo cozzando contro gli altri – il corpo delle donne, il corpo dell’acqua nel quale si rischia di annegare, il corpo del padre e il corpo della madre? – oppure nel recinto protetto di una classe in cui all’esperienza concreta del fare si aggiunge quella più astratta del sapere libresco?

Il grande spazio dato al tempo del ricordo, parrebbe protendere per un’educazione di strada, se non fosse che è proprio la situazione sospesa del maestro in prova a scaternare i fasti e i nefasti della memoria. Il battesimo dell’essere maestro, insomma, dipende da una ricollocazione biografica nel museo dell’archiviazione, o piuttosto da un continuo rinfocolare il braciere del ricordo senza mai dimenticare che il nostro nome è plurale, costituito da tutti i nomi che ci hanno abitato e che continuano ad abitarci?

Questione aperta, ridotta a uno scarno finale dell’ ”egli” Severino Spighi : “Ormai il tempo scade. Un maestro elementare in prova è il maestro. Muove i primi passi e si allontana dalla lavagna, si sposta davanti alla cattedra, mette le mani in tasca e parla. Racconta un cambiamento, parole improvvise, nate qui”.

E si veda l’ambiguità di questo finale. Perché le parole del cambiamento potrebbero essere quelle postate subito dopo in corsivo da ”io”: “Ancora, se mi guardo dai vetro del bancone vedo i miei occhi come se fossero la trama ingrandita di un tessuto…”

Quell’ “ancora” presuppone altre parole. Che ci siano frasi sottratte al discorso, forse censurate? Questa metamorfosi riguarda le vicende di “io” in corsivo, ora risolte in un tempo completamente altro da sé, il tempo di un’alienazione morbida, accettata, finalmente digerita, o il maestro Severino Spighi non più in prova?

Il Silvano Sbarbati narratore, ha voluto fare i conti con l’io in corsivo nella forma di una riconciliazione in cui tutti i corpi vengono digeriti, e col maestro Severino Spighi, in una forma in cui i corpi possono essere compresi solo educandoli?

Se “la memoria ti coglie sempre in flagrante e nel maneggiarla va tenuta a debita distanza”, allora si rischia di non capirla più, di alienarla in una terra di confine in cui “io”, “egli”, il narratore stesso si confondono fino ad annullarsi, fino a desiderare una strana metamorfosi della carne.

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