Infanzia resa: alcune note di Silvano Sbarbati

Silvano Sbarbati annota INFANZIA RESA. Pubblico il suo scritto con l’aggiunta di una mia lettera.

Infanzia resa

Il titolo polisemico del volume funziona come una macchina che trasporta il lettore in molteplici direzione. La prima è quella del perdente. Poi arriva quella che fa pensare alla restituzione: ma l’infanzia del maestro-poeta Aglieco non è un vuoto a perdere che si riporta indietro. Al contrario, è “il” contenuto.

C’è dichiarata espressamente una intenzione: gli scolari entrano nella pagina non soltanto con i loro testi – frutto di un esercizio di scrittura che vuole farsi poesia – ma soprattutto con la loro storia in divenire, immersi nelle giornate della classe, ciascuno individualmente alla ricerca di una propria cifra stilistica: direi alla ricerca della propria voce-che-si-fa parola.

(Non a caso non è il termine resa ad essere quello più ripetuto – 12 ne ha contati Massimiliano Magnano. Sono “voce” e “parola” quelli che si insinuano come lame a ferire la pagina. Perché la scrittura non perde mai, in questo libro, la tensione a colpire, una forza diritta a dire pur nel magma indistinto delle apparenze del mondo, delle cose e dei sensi e dei sentimenti delle relazioni tra le persone in formazione).

Il filo con cui viene tessuta la trama del libro è quello del riconoscimento. “C’è solitudine se non si viene giudicati”, afferma Aglieco in una sua intervista (chissà perché definita ‘antica’ dal prefatore, come se il 2004 fosse preistoria…).

Così ogni verso e ogni sistema di versi che vanno a costruire ogni poesia parla di ciò che sta nel mistero del desiderio di essere visti: ri-conoscimento è ciò che il poeta grida ad ogni passo , poeta che non deve essere ucciso (vedi ‘Il dolore delle rondini’ con cui si chiude il libro), il poeta che però ha ‘occhi indecenti’. Per questo, scrive Aglieco, i poeti vanno ‘lasciati senza niente’ . Anche, a contraddirsi, conclude con ‘Sono ancora qui e vi scrivo/per non morire’ che mi pare una cruda verità di sofferenza dichiarata come soltanto l’essere maestro può permettere.

Il filo del riconoscimento tesse la trama di questo libro che lo stesso autore definisce ‘diario privato’ alla ricerca della fonte della scrittura e in particolare della scrittura in poesia che è il modo più vero per esprimere la propria voce. Un altro modo per ri-conoscersi creature del mondo, creature che però vogliono ‘uscire dall’infanzia’, precisa lo stesso Aglieco nella sua nota.

Ecco un diario privato che si spinge a voler diventare il viatico (politico?) per approdare ad una maturità cercata, attesa. E, forse, anche essa stessa ‘resa’ possibile dalla consapevolezza di stare nella storia che ci è capitato vivere.

Del resto una dichiarazione poetico-politica è quella di pagina 86 in cui Aglieco afferma di sentire necessaria la sua voce (voce, ancora voce parola chiave…) per parlare di sé, ‘fratello nel mondo’.

C’è l’individuo, qui, che non delega. Si ri-conosce fratello, realizza per primo l’atto del riconoscimento, non lo aspetta, anzi lui stesso giudica se stesso.

Per questo – ma non soltanto – Infanzia resa è un libro che dimostra come sia possibile fare poesia civile usando la lingua propria della poesia lirica, piena di assonanze, di evocazioni, di materia vulcanica eruttante del desiderio ineluttabile d’esserci, al mondo.

…..’qui si beve l’acqua buona della festa della vita’ recita l’ultimo verso della poesia Irruzione che apre il libro. Non ho competenza né conoscenza fonda che mi permettano di giudicare Aglieco nel contesto del fare poesia in Italia. E’ dentro e fuori la cerchia dei poeti laureati, è appartato o no, sta tra gli ‘scomunicati o tra i banditi del recinto sacro’? come scrive Magnano. Non lo so, ma concordo con lui, con Aglieco intendo, sul fatto che è necessario giudicare: per cui lo giudico un produttore di senso politico. Questo grazie alla sua voce, che parla dentro e fuori i recinti e rende (ancora la polisemia…) l’infanzia un territorio di crescita civile, usando la poesia come humus.

*

Caro Silvano,

condivido quanto da te annotato a proposito di INFANZIA RESA. In effetti il titolo è ambiguo, me l’hanno fatto notare in tanti, ma non è un’ambiguità voluta. Nella resa c’è l’arresa in quanto si restituisce senza chiedere in cambio. E il libro è, appunto, un rendere/arrendersi di fronte all’evidenza dell’infanzia e un rendere/restituire l’infanzia alla voce degli adulti.

Il contenuto, quindi, come tu dici, è l’esperienza stessa che si fa parola, necessità di essere detta a qualcuno, a se stessi. Questo qualcuno sono i bambini e gli adulti che sono stati bambini; il se stessi è il maestro ( ma anche lui è stato bambino e adesso è adulto). Insomma, il tempo del libro è circolare, solo apparentemente cronologico. I bambini ritornano nella forma archetipica del bambino e il maestro ritorna ad essere maestro tutte le volte che incontra il bambino. Insegnare è un rito.

E poi la voce…la parola…Ma senza “poi”, perché la voce e la parola sono già dall’inizio. Il bambino si forma attraverso la voce e la parola. La parola che si lancia e la parola che si riceve. La parola che esige spiegazioni e la parola che si nasconde preservando il suo segreto. Non tutto può essere detto, descritto, indagato. E non tutto può rimanere nell’ombra; per necessità. Il ri/conoscere è dunque questa fionda lanciata contro/verso qualcuno che poi ritorna indietro non esattamente nella forma in cui era partita. C’è sempre una dislocazione temporale nella comunicazione, dentro cui si gioca l’ambiguità e l’incomprensione, il non senso o la fioritura delle nuove forme. Biologia applicata alla Cultura. La parola muta così come mutano le forme biologiche. Si adatta. Comprende. Pretende.

Che cosa insegna allora un maestro al bambino? Un gesto di libertà. Di non appartenere totalmente. Di non credere totalmente. Neanche al maestro. Ma in fondo, non è ciò che, con ipocrisia, chiede lo Stato di fare ai maestri?: Formare persone libere. E poi negare la libertà tutte le volte che la parola prende le sue strade. La grande difficoltà con cui “gli addetti ai lavori”, la Scuola, tour-court, hanno avuto nell’accogliere questo libro, consiste appunto nel non voler riconoscere che insegnare (ora mi piace dire “lasciare un segno”) vuol dire anche ferire, ferire con delicatezza. Il maestro ferisce e si ferisce. Se la ferita è accolta si cresce. E io, ne sono fermamente convinto e ho centinaia di prove, la pratica della poesia, fin dalla tenera età, educa con potenza uno sguardo che si protrae, che guarda puntigliosamente e ritorna. Dall’ego all’io. Questo la scuola non lo capisce, non lo ha mai capito e non lo capirà mai.

I testi dei bambini, che sono la loro storia ma anche l’uscire dalla loro storia, entrare nella sostanza degli alberi, nella sostanza della voce altrui, rendono questo libro “radicale” – della radice, nella radice – . Il diario può essere privato solo in parte, in quanto si entra e si esce continuamente dalla casa degli altri. Il che vuol dire fare i conti con l’essere poeta civile e poeta che si ritrae, “lirico” – certo, uso qui un’accezione corrotta e spesso deleteria per dire del poeta lirico – .

Insomma: abitiamo il mondo ma abbiamo anche bisogno di tirarci indietro, di guardare le cose dalla distanza necessaria perché la parola le possa dire senza farsi travolgere.

In quanto al chi sono io come poeta: dentro o fuori la cerchia dei laureati, appartato o no, scomunicato o tra i banditi del recinto sacro, credo sia questione che più non m’importa. Mi riconosco in una distanza, pur essendo uno di quelli, assai pochi, che più di altri hanno accolto i libri, ne hanno parlato, li hanno diffusi, senza ricevere o pretendere nulla in cambio. Dietro un libro c’è la storia di una persona. Parlare, accogliere un libro, vuol dire accogliere o bandire una persona. Ma, si sa, la poesia e il poeta sono due entità che non sempre coincidono e io vivo nell’utopia che il bravo poeta debba essere anche una brava persona, e che non ci debba essere discordanza tra il gesto e la parola. Avrei troppe cose da dire ai bravi poeti carogne o ai pessimi poeti bravissime persone ma mi taccio. Tutto sommato preferisco i pessimi poeti ma ottime persone.

Sebastiano

Nota: Silvano Sbarbati (1950), ex direttore di biblioteca e di teatri pubblici, si occupa di scrittura in ambito pedagogico da molti anni. E’ nato a Roma ma vive e lavora da sempre nelle Marche. Il suo ultimo scritto è il romanzo breve “Un maestro elementare in prova”, SG 2020 (www.essegiedizioni.blogspot.com)

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