LA POESIA NELLA SCUOLA

L’intenzione della rubrica di lunga data, “L’albero viola”, presente in questo blog, era di raccogliere e testimoniare quelle esperienze progettate nella scuola che avessero come tema una pedagogia della poesia rivolta ai bambini/ragazzi di ogni ordine e grado. Ben pochi, a dire il vero, sono i progetti che vi appaiono, sia perché la scuola è restia ad aprirsi agli sconfinamenti, sia perché i pochi insegnanti con una sensibilità particolare verso la poesia non amano mettersi in mostra.

Si potranno dunque leggere in questa rubrica, gli approcci di un insegnante poeta come Corrado Bagnoli, oppure i miei, raccolti in un libro inedito che non pare suscitare l’interesse degli editori – negli anni settanta probabilmente sarebbe stato pubblicato senza alcuna difficoltà e questo la dice lunga su quanto negletta sia considerata oggi la problematica della fruizione della poesia nella Scuola – .

Ora mi giunge questa preziosa testimonianza di Massimiliano Magnano, un altro poeta insegnante di particolare sensibilità, il quale ci racconta di un progetto maturato in una scuola di Catania e, cosa rara, col supporto del dirigente. Ce lo racconta per l’interesse che merita perché dice Massimiliano, “la scuola è quel luogo dove i miracoli avvengono senza clamore”. E chi ha assistito a questi miracoli sa bene quanti sospiri e orgoglio, persino lacrime, le parole finalmente liberate dalle necessità scolastiche dei bambini/ragazzi siano in grado di suscitare, per quel traguardo finalmente raggiunto di aprirsi al mondo e di raccontarlo senza timori, con quella libertà che tutti i programmi scolastici sbandierano ma che pochi realmente praticano.

*

POESIA E PANDEMIA ALL’ISTITUTO COMPRENSIVO “CESARE BATTISTI” DI CATANIA

di Massimiliano Magnano

La scuola è quel luogo dove i miracoli avvengono senza clamore. Magari non in via esclusiva e magari non accadono sempre. E tuttavia, quel che di certo c’è in questa affermazione è che bisogna avere occhi per guardare e orecchie per sentire, perché il miracolo è tale, per l’appunto, solo agli occhi di chi vuol vedere e alle orecchie di chi vuole ascoltare. È necessario avere fede: in se stessi, negli altri e soprattutto nei più piccoli e nelle loro straordinarie qualità umane. A scuola possono dunque avvenire i miracoli, perché se gli alunni di un’intera classe di secondaria di primo grado — che è poi una maniera inutilmente artificiosa per dire che questi ragazzi frequentano la prima media —, s’innamorano della poesia, è perché si sono consapevolmente affacciati al mistero. Certo non da soli e certo non per caso: quest’anno scolastico, così duro e così complicato in tempi di pandemia, gli studenti della classe IB dell’Istituto Comprensivo “Cesare Battisti” di Catania hanno fatto un’esperienza che lascerà il segno. Non è questo infatti il significato della parola insegnare, lasciare il segno? E imparare, non è forse trarre ammaestramento da ciò che viene insegnato?

Pietro, Sonia, Rita, Santo, Maria, Emanuel, Giuseppe, Gabriele, Samuel si sono cimentati con la poesia, insieme alla loro insegnante di lettere, Piera Volpi e con il fondamentale apporto della dirigente scolastica, Maria Paola Iaquinta. Questi ragazzi si sono cimentati con la poesia e hanno scostato il velo di mistero che avvolge le loro esistenze, quel tanto che basta. Un mistero che certo non è fatto di parole, ma che interpella alla vita concreta, che nel suo significato più autentico è rivelazione. Semmai, le parole, servono a restituirci la meraviglia che ciascuno prova di fronte all’inatteso, quando se ne rende conto. Chi fa poesia con le parole, i colori, le note musicali, con i materiali di scarto, i passi di danza vive più intensamente degli altri, perché è consapevole di sé, del mondo ed è in grado di esprimere questa consapevolezza. Fare poesia significa comprendere che nella forma della compenetrazione c’è vita autentica; vivere è cioè entrare in relazione, cogliere la bellezza dello stare in relazione — con la natura, con gli altri —, che a volte può essere anche struggente e cruda. Insomma, questi ragazzi non hanno vinto alcun premio, ma a ciascuno di loro la scuola ha regalato uno scorcio di autentica bellezza. E soprattutto ha regalato loro la possibilità di alzare autonomamente e per sempre quel velo di mistero che ammanta le loro vite. Il che non vuol dire che questi ragazzi siano diventati poeti e poetesse, e neanche che non lo siano (o che non lo saranno in futuro); vuol dire solamente che sono diventati capaci di meraviglia e consapevolezza insieme.

Ma com’è nata questa bella e interessante iniziativa? Baden Powell, fondatore degli scout e fine pedagogista, diceva che bisogna sempre fare tutto con il gioco ma niente per gioco, ed è così che accadono le cose più belle, trasformando quello che a prima vista potrebbe sembrare un elemento di debolezza in una risorsa considerevole e inesauribile, quale senz’altro è il dialetto siciliano, nel contesto di una dimensione ludica. Ossia, motivando e trasformando la competenza mostrata dagli alunni a comprendere e utilizzare il dialetto della loro città per esprimere liberamente se stessi. In un mondo, poi, falsamente globalizzato ma perfettamente omologato, che pretenderebbe sostituire alla lingua italiana l’inglese maccheronico e fatto a poltiglia di chi l’inglese piuttosto che masticarlo lo sputacchia alla bisogna; cosa questa che peraltro non rende ragione né alla lingua inglese né all’italiano. Ed è così che Piera Volpi e i suoi alunni: Pietro, Sonia, Rita, Santo, Maria, Emanuel, Giuseppe, Gabriele e Samuel (è bello e doveroso ripetere i loro nomi) ci hanno messo del loro e con il dialetto catanese hanno ritrovato un modo di essere, di fare e di pensare che appartiene a questa lingua. È appena il caso di ricordare che nel siciliano non esiste una koinè, ma che invece esistono tante varianti, tutte ugualmente importanti, quanti sono i comuni siciliani, i campanili, i rioni, le contrade.

Ecco che gli alunni della classe IB dell’Istituto comprensivo Battisti hanno studiato la poesia, ne hanno approfondito certo le tecniche retoriche, studiato alcuni autori, ma soprattutto si sono accostati alla poesia come espressione del sentimento e come strumento di conoscenza. A conclusione di questo percorso gli alunni della IB hanno perciò sperimentato la scrittura poetica tipica della loro parlata, e ciascuno a conclusione del percorso ha scritto la propria poesia. Non si discute, qui e ora, quale sia il valore letterario di questi testi, cosa che ci esimiamo ben volentieri dal fare; qui si considera piuttosto l’alto valore pedagogico e maieutico della poesia in soggetti in formazione. E quello che emerge dalla lettura contestuale e circostanziata delle poesie è che queste siano legate da un sottile filo rosso e che quindi se ne possa ricavare un percorso, una sintesi interpretativa, che viene qui offerta alla riflessione del lettore.

«A professoressa di italianu / era a chiù scantata — scrive significativamente Maria — / tuttu l’annu a vistimu ‘nvasciata», lasciando così trasparire i propri stati d’animo, attraverso la constatazione che il volto impaurito della professoressa è negato dalla mascherina. I timori della sua insegnante sono i suoi stessi timori; timori che però vengono esorcizzati e per così dire addomesticati. La scuola e quello che a scuola ha avuto modo di apprendere danno sicurezza a Maria. La scuola in presenza (come ai giorni nostri si usa dire) svolge quindi una funzione catartica e vedere finalmente sia pure per una volta il volto intimorito dell’adulto di riferimento è liberatorio. Dello stesso tenore sono i versi di Rita, che vede nella scuola, rigorosamente anche per lei in presenza, una fonte di illuminazione per sé, per il proprio spirito: «[…] ma na luci abbaglianti / iè a scola raggianti». Lo stesso Santo così sintetizza i propri stati d’animo, rassicurandoci del fatto che, se le distanze rendono difficile e macchinoso lo scorrere del tempo, le risa e gli scherzi «[…] si potta via sta luntananza». Laddove è faticoso vivere, lo stare in compagnia, scherzare, giocare rende tutto meno greve. E poi ancora Pietro, raggelante nelle sue esternazioni: «Tinitivi a mascherina / disinfettativi i manu / stati luntanu / tutti camurrii / ma ammenu iè vita». Dunque Pietro ci assicura che nonostante tutte le fastidiose procedure anticovid la vita è veramente tale solo quanto c’è il contatto umano, ancorché gravato da una lunga serie di prescrizioni, che vale la pena sopportare, purché si stia ancora una volta in compagnia.

Il tema della vita di relazione è presente e pervasivo nei versi di Emanuel, che anela alla compagnia del padre lontano di casa. Il tema della relazione è in effetti estremamente complesso e spesso strettamente correlato con la presenza di un adulto significativo nella vita del giovane: il padre, la professoressa, la dirigente scolastica. Emanuel sarebbe disposto a fare qualche sacrificio, pur di stare in compagnia del padre, mentre si strugge nel suo ricordo: «I ionna passunu e a vita iè lunga / e u stari cà pari na cosa di scantari / ma u sacciu iu chiddu ca aiu fari / sturiu assai nda bella scola me / accussì, pi premiu, mi mannunu ndi me pacci in cumpagnia». Ecco l’illuminazione: lo studio come unico strumento di emancipazione, che qui viene appena intuito, e che passa attraverso la scuola. E come potrebbe essere diversamente. Di Sonia colpisce la capacità empatica e di osservazione, alla quale sta a cuore la fattiva presenza della preside, capace di presidiare, appunto, e portare avanti nonostante le evidenti difficoltà la scuola che dirige: «[…] ma idda ni guidau sempri ca cuvvinzioni». Samuel non esita a esprimere il proprio sentire con forza e convinzione, tale da coinvolgerci nel suo mondo fatto di estemporanea meraviglia. La sua voce si alza imprevista e festante, nonostante tutto, a scompaginare il grigiore di una quotidianità ormai fin troppo ripetitiva e opprimente: «Oh! Ma chi succiuriu?» è veramente un moto di ribellione, perché avere le mani bagnate con l’amuchina è insopportabile e bisognerà finirla, prima o poi. A Giuseppe basta una carezza a spezzare l’ansia del vivere quotidiano e una espressione esprime questo sentimento alla perfezione: «[…] u cori sarricupigghiavu […]». Questa espressione fa del dialetto di Giuseppe, per un solo interminabile istante, una neo lingua. C’è poi della lucida malinconia nelle parole di Gabriele, i cui versi creano un vero e proprio climax: «Iè duminica matina! / che bellu, mi susii taddu! / m’affacciu do cuttigghiu / ma pe’ strati nun c’è nuddu / non ci sunu carusi ca vanniunu / vecchi ca passiunu / cristiani ca vannu all’ottu / u quatteri pari mottu / iè duminica matina / e iu aspettu u lunedì». La domenica che immaginava Gabriele in realtà non esiste, è deludente alzarsi tardi la mattina ma osservare che laggiù nel cortile non ci sia vita, che ogni cosa sia immersa in un silenzio spettrale e surreale. E allora Gabriele preferisce attendere, preferisce che il giorno più bello della settimana scivoli via senza lasciare traccia, trasformando la propria delusione, per sé e per tutta la classe, in una bella e apprezzabile prova di maturità.

3 commenti

  1. Carissimo Sebastiano, da te si può solo imparare, migliore presentazione non potevamo sperare. Grazie, grazie, grazie.
    Massimiliano

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  2. Ringrazio Sebastiano Aglieco e Massimiliano Magnano a nome degli alunni della IB, ai quali è stata data una grande opportunità. Ho riconosciuto nelle loro voci l’entusiasmo e la vibrante umanità che spero accompagnino sempre la loro vita.

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  3. Grazie a lei. Continui con queste esperienze. So che fanno bene ai ragazzi e alla scuola. E avere l’appoggio di un dirigente, mi creda, non è cosa scontata!

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