Fabio Dainotti su “Giornata”

Ricevo da Fabio Dainotti questa bella riflessione sul mio libro "Giornata". Lo ringrazio per l'attenzione, la libertà di sguardo e la generosità. 

Sebastiano Aglieco, Giornata, La vita felice, 2003

Occorre dire subito che la poetica a cui Sebastiano Aglieco nella raccolta Giornata, La vita felice, 2003 (nella collana Niebo, che in polacco significa cielo), si attiene principalmente, almeno nella tensione a sperimentare nuove forme espressive, è quella dell’analogismo arcanista; bene osserva, nella densa e acuta presentazione, Milo De Angelis che il poeta appare in grado di “associare cose lontane e distanziare cose prossime”. Appartenere a un indirizzo analogico significa anche ovviamente conoscere il mondo, rappresentarlo interamente in virtù delle proprie capacità intuitive.

Il prefatore individua inoltre alcune tematiche portanti della silloge di Sebastiano Aglieco: una di queste è l’infanzia, anche per quanto attiene al rapporto con il padre. Ed è questo motivo che si impone già nella prima frazione del libro, che reca il titolo I giorni più vicini e tornerà nelle pagine conclusive. Leggiamo infatti di un “nostro duro padre con un viso di bambino”.

Il religioso si accampa prepotente nella sezione intitolata Verso Parigi, dove l’io poetico sembra accennare all’altro da sé, all’alterità; a “ciò che non vediamo” La sezione Di questo non voglio niente postula un’essenza nella potente chiusa della composizione iniziale. “Ma i bambini, i bambini in un’aula dove/un mondo è possibile, dove i debiti/ saranno rimessi, /i bambini che insorgono e/ci chiedono di spiegare/il dolore del mondo” (Aglieco è maestro nella scuola primaria, come altri grandi poeti come Caproni o scrittori come l’autore di Ricordi di scuola); e altrove: “Dio della voce ora calmaci”.

Evidente, in Giornata, la fenomenologia del negativo: le occorrenze dei nomi, degli avverbi e dei pronomi di segno negativo lo attestano: si noti, ad esempio, il seguito anaforico di “senza” in identica sede metrica, in una lirica appartenente al mannello di componimenti finali; lirica che pure inizia col verso “Io sono felice nell’estate forte” (dove “forte” strizza l’occhio forse ai “balli forti dell’estate”): il nulla dunque è lo sfondo su cui si muove la poesia di Aglieco.

L’andamento è spesso gnomico. E si affida ad un “tu”, sin dalla prima poesia del libro: mentre l’explicit di molte composizioni è epigrammatico.

Ma perché mente il poeta, mi sono chiesto, quando dice a inizio di libro, quindi contraddicendosi: “Non voglio più scrivere poesie”. È la menzogna tipica dei poeti che negano la propria potente ispirazione. Basta pensare a Svevo, che dichiarò di volere abbandonare quella dannosa e ridicola cosa che si chiama letteratura.

Nella sezione Nella casa fragile, oltre ad alcune delle tematiche su indicate, si parla di stile e di dettato, che meritano un giudizio positivo. Compare spesso il termine ‘parola’ (una citazione, o un’allusione, un accostamento a immagine quasimodea sembra trasparire da questi versi: “le parole ci hanno ingannati/uscendo da una gora”. Quasimodo scriveva: “le parole ci stancano/ risalgono da un’acqua lapidata”). Ma non è il solo esempio del gusto citazionale di Aglieco; basti pensare al riferimento al “porto sepolto” ungarettiano. Una dimensione metalinguistica e metapoetica attraversa tutto il librino, dove la Casa dell’Essere è sempre presente, come in Via della Spidduta, in cui si incontra il “lampo” poetico, ma anche “l’armamentario” (a proposito dello strumentario metrico- ritmico e retorico, osserviamo una presenza insolita delle rime e assonanze, dell’epanadiplosi: “Una fragola rode la morte, solo una fragola”), “il “linguaggio della terra”, i “segni”, il “registro”, “il suono impervio degli uccelli”. La polarità Nord/Sud è bene evidente, con riferimento neppure tanto velato ad altri grandi siciliani -il Nostro è di Sortino nel Siracusano-, che hanno lasciato l’isola per poterne scrivere; penso a Verga, Quasimodo, a cui fa pensare il titolo Lettera dal nord, e tanti altri. Si accampa decisa l’immagine della “grotta”, in opposizione alla “stella”. Anche qui la dominante linguistica è la coordinazione per asindeto, con vari esempi di enumerazione.

Ma si può parlare anche di una poetica dello sguardo che si impone, e tornerà in seguito insistente: i muri vedono, nessuno ci guarda negli occhi, e lo sguardo è uno “sguardo a distanza”.

Parola pregnante è restare: “Mi avranno, infine, che importa/se è questo che vogliono/ se questo significa restare”.

Si fa più insistente anche il pensiero del tempo che fugge, del poco tempo che ci è consentito, che fa da pendant al concetto di durata riferito alla giornata: “passi per non capire per finire presto la giornata”

Un altro tema, pure segnalato nella Presentazione, è la difficoltà di comprendere”, che è un portato della finitezza dell’uomo.

Un bisogno di autenticità, “in questo/falso tempo quotidiano”, in un ambiente eternamente piovoso, una pioggia che arriva fin dentro l’io lirico, oltre a un assedio della poesia, sembra di poter leggere ne Le ore più vicine, una sezione scritta “nel Parco di Monza, con la pioggia”.

All’autenticità, a un inizio autentico, più che all’inizialità, sembra far riferimento anche l’insistenza sul termine, che include già la fine, “l’omega” (si veda anche nell’ultima sezione “sospetto un inizio senza conclusioni”). L’inizio è un concetto caro anche a filosofie orientali; e non solo.

In una successiva sezione compare l’altra faccia della moneta: dopo il recto dell’assenza, il verso: un altro tentativo di sottrarre la poesia al dominio dei “potenti”, di ritagliare uno spazio di opposizione; qualcosa di simile all’alternarsi di escapismo e di istinto di lotta. Questo avviene in L’ultimo capodanno, primo testo in bilico tra prosa e poesia, della sezione Caserma Guido Morselli. Il riferimento a Guido Morselli, uno scrittore ignorato in vita, è esplicito. Lo scrittore, disperato, si uccise, ironia della sorte, l’anno prima che finalmente un suo libro fosse accettato da una critica piena di pregiudizi anche ideologici e licenziato alle stampe. E attraversato da presentimenti e segnali di morte è il dittico a lui dedicato, come nel bellissimo verso: “forse sapevamo già tutto senza saperlo, nei tuoi occhi vedevo una pistola”.

La concezione di ‘essere- per- la morte’ è uno dei fondamenti del libro; in Eloro leggiamo il verso significativo e intenso “la formula per capire è morire”, citato anche da Milo De Angelis. Torna alla mente la frase di Pasolini, secondo cui la morte effettua un fulmineo montaggio della nostra vita.

Inserzioni di discorso diretto e di parlato, con la fluidità della narrazione interrotta e efficacemente variata da improvvise interrogazioni, apparentano le due liriche ad altre del libro.

Nella poesia eponima della sezione Di questo non voglio niente torna la ricerca di un senso e anche di un lascito morale.

All’inizio e alla fine della silloge, in posizione liminare e, quindi significativa come insegna la critica semiotica, c’è il riso degli altri; “Tu non ridere di questo sconforto”, cui corrisponde: “Voi potete ridere di me”. Ma è forse il ‘ritorno’ il fondamento esistenziale, anticipato nella prima parte del libro, delle ultime poesie; un ritorno a un ambiente ristretto, in cui il poeta proietta totalmente il ricordo della trascorsa felicità e il suo rimpianto; “in quell’angolo di mondo/che era tutto il mondo”.

E forse nella polarità Nord /Sud, che pure trapela qua e là, ad esempio nell’opposizione a distanza tra il “mare verde” e il magico “incanto della neve”, è da vedere la trascrizione in termini biografici di un ritorno che potrebbe anche essere alla terra materna, così importante nella produzione di Sebastiano Aglieco.

NOTIZIA BIBLIOGRAFICA:

Fabio Dainotti è nato a Pavia nel 1948 e vive a Cava de’ Tirreni. Le sue raccolte di poesia: L’araldo nello specchio (prefazione di Francesco D’Episcopo, Avagliano editore, 1996); Sera (Pulcinoelefante, con un disegno di Salvatore Carbone); La Ringhiera (nota di Vincenzo Guarracino, Book Editore, 1998); Ragazza Carla Cassiera a Milano (con disegni di Valerio Gaeti, Signum, 2001); Un mondo gnomo (Stampa alternativa, 2002); Ora comprendo (prefazione di Luigi Reina, Edizioni Scettro del Re, 2004); Selected poems (Gradiva, 2015); Lamento per Gina e altre poesie (prefazione di Sandro Gros-Pietro, Genesi Editrice, 2015). Ha collaborato a numerose riviste di settore ed è presente in molte antologie. Ha curato la pubblicazione Gli ultimi canti del Purgatorio dantesco (Bulzoni, 2010). È condirettore dell’annuario di poesia e teoria “Il pensiero poetante”.

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