Giovanni Infelise su DOLORE DELLA CASA

DOLORE DELLA CASA è un libro pubblicato dal PONTE DEL SALE nel 2006. Ma i libri, come si sa, non invecchiano mai per i veri lettori.

Ringrazio particolarmente Giovanni Infelise per averlo voluto leggere a commentare con parole profonde e partecipi.

*

Giovanni Infelíse

LA MEMORIA DELLO SGUARDO

Postilla al Dolore della casa di Sebastiano Aglieco

La scrittura riannoda le vite nel tempo di una preghiera, di un’invocazione che annulla il distacco, ma non il naturale corso a ciascuno ascritto. Una devozione a cui si partecipa tra le mura della propria «casa» (della Santa Casa!) come vuole certa tradizione o la liturgia stessa della preghiera. La scrittura diventa qui la forma laica di una prece che porta a «capire il durare della|[…] voce» ascoltata come mormorio del cuore e vista come calda luce, fiamma che si fa esile fino a scomparire allo sguardo, ma non al paesaggio dell’anima e dell’ascolto di cui questo è custode.

E si cercano parole, le sole non pronunciate perché a esse si affida il ricordo più antico che è anche il ricordo delle origini, di quella parte più intima del proprio destino, del distacco dai luoghi amati dell’infanzia spesso tra le righe evocati, parole taciute e cercate perché solo da esse giungono a noi la voce e lo sguardo di chi si è amato e perduto.

Nel Dolore della casa di Sebastiano Aglieco il ritratto della morte lascia il posto a una «bellezza che redime|le parole, parole mai dette», ma conservate negli occhi, nella luce che ristora, nell’immobile serenità della bocca e delle mani, di un’immagine appesa al cuore.

E non basta il sogno a riconoscere il volto caro che ci accompagna nella malinconia del tempo che attraversa la pianura del silenzio e penetra tra le mura di quella «casa», che unisce il dolore al fruscio degli alberi, alla vista oscurata dal pianto, alla ragione pervasa dal rituale che non spiega ma indica un nome, un’età; non basta spiegare la cagione di una partenza giacché il segno che lascia dietro sé «sarà il dolore della casa» e questo il nostro dolore.

Nessuno si sottrae al nulla (all’«inesprimibile nulla» dell’Eterno ungarettiano), alla pena del vuoto infinito, dell’abbandono, in cui tutto si tramuta in ricordo, un ricordo fatto di presenze immote di fronte alla vita che scivola via. Capire non giova se «[…] la casa è aperta, ogni cosa sottratta|alla sua condanna: le tue medicine|i vestiti piegati|i macchinari che sostengono il corpo», poiché questo è il lascito incomprensibile e nitido di un istante in cui tutto ha avuto inizio e fine nell’immagine imperitura di un viso che si dona ancora una volta per poi ritrarsi per sempre.

Nei versi di Aglieco tutto è commisurato all’intensità di un pianto velato che ritrae l’attimo di una trasmutazione in cui ogni gesto accoglie in sé un tratto, una trasparenza, un corpo, una luce e ne fa un suono spirituale, una carezza che accorda il pensiero con le parole.

Tutto giunge a compimento nei pensieri e tutto da essi ricomincia ogniqualvolta la ‘sorgente’ da cui traggono nutrimento riprende a sgorgare dalla bocca e come acqua attesa disseta chi o che cosa alla dimora delle origini riconduce.

Ma la «casa» ha un «colore» materno che il tempo ravviva e nasconde nelle molteplici figure che appaiono e scompaiono senza che ci si avveda dello scorrere delle stagioni, del fiorire e sfiorire della vita. Ora

[…]

Circondatela nello stare quieto e nella

misura, nel mondo piccolo delle

piccole voci, sicura, nell’affetto delle voci.

Circondatela stretta fra i limoni

le more selvagge delle strade

gli amati melograni

la granita al limone.

(da I. Fermarti,p. 19)

Ora non dite di quel «colore» materno – che il sorriso riporta sulla bocca e negli occhi di un figlio – dal momento che su nessuna altra tela illuminata dal cielo apparirà, giacché fermo è il suo canto e aperta al sole la sua «soglia» dove è udibile ancora la sua voce di madre, ma non le sue parole.

La memoria dello sguardo è una possibilità che rinuncia al ragguaglio delle parole, è una luce che «porta lontano» là dove silenziosamente intreccia gli istanti in un tumulto che il sentimento accoglie in sé quasi fossero tasselli di un mosaico da ricomporre in fretta, da tramandare, da svelare nelle sue invisibili trame che evocano un paesaggio per alcuni sconosciuto, per altri già visto e abbandonato, ma a qualcuno noto per la «brezza|custodita» che segna lo scorrere lento dei pensieri, il loro fermarsi dinanzi a un fiore, il loro ripartire improvviso per una ripida strada alla ricerca di quel sorriso che fa dolce il «viso» e quieta l’attesa di un ultimo bacio.

Partire dallo sguardo, è aprire una luce

che prepara un paesaggio, un viale che

porta lontano, dove lo sguardo finisce.

E si riconosce un uomo, un uomo che

avanza con un sorriso lieve, e ti riconosce

nel nome che avevi dimenticato

e ti ricompone nel nome che ora ricordi.

Abbiamo visto tutti da qualche parte

abbiamo sentito tutti quella brezza

custodita nel ricordo, fermàti in qualche

passaggio della nostra mente.

È domenica, i fiori sono al balcone

in alto saliremo, ci baceremo sulle

bocche, in alto riconoscerò il tuo

viso, uno fra tanti, quietamente, lentamente.

(da I. Fermarti, p. 21)

E si resta attoniti dinanzi alla morte mentre tutto le ruota intorno, ma nessun gesto è pronto, deciso a sfiorarla, a toccare quel che la rende visibile e silenziosa come il freddo dell’aria che avvolge l’impassibile tranquillità delle espressioni mute degli astanti. Figure immobili che, tuttavia, comunicano e dicono quanto sia duro il sacrificio della resa quando distante il corpo appare allo spirito che saltella come fa una moltitudine di bambini in festa, curiosi, affamati di gioia, lieti di accogliere il tempo ma non la sua fine, tutto ciò che sovente non siamo né saremo noi sopravvissuti al buio di un ultimo saluto, a un «silenzio abissale», al ritorno di un sogno che prenda avvio una volta ancora da un sorriso, dal suo «dono».

Questo dono del riso è per sempre, ridete

ridete, bambini, accoglietela nella piccola

casa, nella casa sua rifondata, nel colore

della sera. Perché niente è tutto quello che

non sia uno stare nella luce, l’ordine delle

nostre giunture, i vestiti puliti della festa

gli occhi, bellissimi, per sognare.

(da I. Fermarti, p. 24)

Nella forma è l’immutabilità degli accadimenti, il profilo delle cose che stimolano il pensiero ad associare ciò che appare inequivocabilmente immobile eppure legato alla vitalità che precede ogni stato d’animo, ogni accenno che a esso si accompagna da un verso all’altro di questa silloge. Tutto traspare sotto il velo del dolore e tutto si anima in un istante, nel risveglio attraverso cui hanno vita le movenze di un corpo conosciuto e mai abbandonato dal ricordo, che è vivo e presente in un’immagine che non inganna lo sguardo ma che, anzi, lo risveglia e rende acuto attraverso lo stile di una vita che riappare in forme diverse, visibile nelle parole che ne ridisegnano i lineamenti, gli stessi che ritroviamo descritti nella rievocazione di un viso sempre più affine al ricordo che di esso il poeta custodisce.

[…]

Queste parole che consumiamo

saranno pesate e disperate

e daranno tempo per tempo

pezzi di carne per un nuovo universo.

Ci sarà ancora il dolore

ci sarà l’attesa e un forte risentimento

le anime di nuovo dietro tutte le nostre parole.

(da II. Forma, p. 27)

Quanto più insistente si fa avanti il bisogno di portare a compimento, attraverso l’atto della scrittura, ciò che è dovuto per amore, tanto più forte si avverte il peso di «contese» irrisolte che ne minano la sua oggettiva possibilità di realizzarsi. Il dubbio che tale bisogno sia il frutto di una necessità inderogabile in grado di porre un limite al dolore, cresce di pari passo alla consapevolezza che nulla basterà ad aver ragione di una fine in cui si spera ancora che «le parole|ci salveranno», poiché nulla ci tratterrà dal rivivere il dispiacere per quelle dovute e mai dette.

Io non so se oggi è necessario

finire questo lavoro, “se le parole

ci salveranno” se avremo tempo e

giudizio per le nostre contese, le

attese della nuova terra, salvata e

conservata nelle riserve dei vivi.

Qui dove abitiamo, solo qui.

Fuori ci sarà altro tempo

I fiori appassiti, rifioriti in te

In un nuovo colore, bellissimo.

(da II. Forma, p. 28)

Al tempo che verrà si chiederà conto dell’indifferenza che porta via suoni e colori di una «casa» ora spoglia della sua ‘luce’, che posa su di sé l’abito degli anni trascorsi ad aspettare l’improvviso ritorno di una voce, di un’espressione, di occhi più volte invocati dal canto che sussurra ancora la melodia muta degli sguardi, quelli che non chiamano ma accompagnano la veglia notturna dei ricordi. Il dolore diventa qui invocazione, urlo per poi placarsi lentamente e risolversi in un cenno dell’aria, in un segno della mano che ne contempli i molti significati che il solo pianto non esprime. Eppure, le lacrime sono la comparsa viva di un umore profondo che scioglie in una calda trasparenza tutta la sofferenza e tutta la gioia che non ha avuto un luogo familiare su cui posare né bagnare col proprio passaggio «di ogni cosa il suo silenzio». Nello sguardo, sappiamo, si raccoglie la vita operosa di ogni creatura e di ognuna di esse ne custodisce le somiglianze, i tratti ineguagliabili, le forme del sentimento e del dolore, le peculiarità, le differenze, le particolarità che le rendono uniche e non di meno familiari l’una all’altra con imprevedibili somiglianze che solo il sogno fa rivivere e ‘vedere’. Ma anche la vita dello sguardo ha un limite, il cui segno più appariscente è dettato da un istante in cui ognuno può dire all’altro: «qui hai interrotto la tua voce, come|a volte, salta la sintonia, e le onde|rimangono nell’aria, improvvisamente mute». E si aspetta che l’immagine ritorni sotto le sembianze di un giorno infinito che possa condurre in qualche luogo del sogno che non sia questa «casa», perché possa di un’altra vita godere il tempo che sarà, che non è dato conoscere e dove i «visi» si troveranno ancora tra le forme di un paesaggio in cui sarà possibile

[…]

Dare forma, madre

offrire l’acqua agli assetati

il pane agli affamati

la giusta rimostranza agli umiliati.

Dare forma

per rinascere dalla stessa vita

consacrare il tuo corpo apparente.

(da II. Forma, p. 36)

Nell’apparenza, l’assenza misura il tempo in cui muore ogni gioia e ogni speranza, il tempo in cui alle parole manca il coraggio di superare la «distanza» che separa servitù e coraggio e agli «occhi» il «luogo» dove poter ritornare dopo ogni smarrimento, un altrove dove trovare ciò che si credeva perduto, negato per sempre dalla morte. Muore chi non sa di dover morire, ma sa quando alla morte si è votati nella «promessa di un’antica salvezza» che non giungerà. Così «muore chi deve […]», chi alle parole affida l’ombra della vita e il suo cammino.

E continua la conversazione in questa ‘affabulazione’ incessante e poeticamente rilevante con la morte e con chi a essa sopravvive immersi come si è nella lotta, nell’inquieto dibattersi tra suoni che rimbalzano su quel che di «antico» la persuasione riporta insistentemente al culmine del canto, in cui il poeta altro non chiede «con voce forte» a quella «casa segnata da un muro divelto»: «esponimi al silenzio di tutte le stelle». Ma lascia anche che il destino mantenga la sua promessa e che lo stupore indichi con serena consapevolezza la strada che conduce lontano, là dove «è il luogo di noi stessi|in cui arginiamo lo spavento», là dove trova riposo «l’ombra|della sera», dove infine il calore che ci manca da una dimora a noi nota sopraggiunga a scaldare le voci, poiché esso nasce da una «preghiera che rammemora e non disperde», ma dolcemente accompagna lungi lo sguardo che rassicura: «dal balcone si rompono le gemme più|dure, appare un pezzo di cielo e le montagne|scure, è tardi per chiudere le imposte» giacché

[…]

Ripeterò nella testa ciò che è taciuto

sotterrerò la pietà dei vivi per necessità.

Fuori: attesa e respiro

il racconto del mondo.

(da Avvisaglie, p. 53)

L’etica del discorso poetico, il dimorare «dolcissimo nel cuore» della parola, ci riporta ad analogie col mito il cui unico scopo è la rivelazione di una fiducia riposta in ogni ‘viaggio’, in ogni atto d’amore e di amicizia, atto silenzioso, custodito «in una scatola di latta», tra le note di un inno alla vita quale prodromo di libertà e di perdono, di scelte prive di quella indifferenza che rende nuda l’esistenza e prigioniera del «sonno» ogni creatura.

Viaggiare, tornare, è il tempo che scorre a generare una sorta di illusione che tutto resti immobile, ma nell’osservare i ‘paesaggi’ attraversati, soprattutto interiori, la consapevolezza di una trasfigurazione in atto si fa repentina tanto da segnarne i confini, i limiti, in tutto ciò che appare e scompare nella memoria che guarda ancora e domanda se «essere qui è già essere|essere in noi stessi|degli altri, nel tempo».

Forse la pena d’ognuno sta nell’attesa, nell’osservare l’immobilità mentre tutto cambia a nostra insaputa, forse è qui che tutto ha termine e nondimeno principio, in questo limbo «che ci portiamo dietro» come un peso che ci inchioda nell’immobilità di uno sguardo molto simile a quello della morte. Ma è pur sempre da qui che prende improvvisamente corpo la preghiera che non ci abbandona, che distingue e riavvicina:

Sciogli le acque della sera

verso il mare, mostraci scarpe

sgangherate, un abito provvisorio per

viaggiare. Per terra, sulla nuda

terra, verso una luce in una notte

lenta, fra gente estranea, passo

ricalcato nello stesso passo.

Questo lo accetterò, questo lo capirò:

essere nel tempo, staccati e

passeggeri, simili e distanti

nella vicina preghiera.

(Incamminati, p. 64)

Così «destino è tornare al nome che ti ha dimenticato», alle parole che chiedono perdono alla «casa» dove far ritorno, alla terra desiderata che l’esilio allontana e volge «verso acque amare»:

Sempre in me, avventuriero della parola

ho accolto un dio:

vieni, spalancami con le tue chiglie

riempimi di un vino amaro.

Ho atteso una meta, una parola definitiva.

Ma la mia terra è il mare

e il mare ha sponde tenebrose

anfratti in cui si perde l’ora

e il tempo non consola.

Sospeso su qualche abisso

ho intuito i movimenti della falda

grandi uccelli marini

mi hanno mostrato i loro confini.

Nei flussi e riflussi della marea

il mare mi ha condotto dove la parola è cava

assenza di uomini, dolore ricucito nei confini.

(Esilio, p. 74)

Non resta che udire ancora la parola sulla «strada del ritorno» e lasciarsi accompagnare dal «vento» che la porta in alto tra le mura ancora vive di quel luogo ‘materno’, di quegli «occhi che |si spengono alla luce del sole», dei nomi e delle dispute che non l’abbandonano ancora.

Non resta che un canto, una storia da raccontare a margine del fuoco che anima e riscalda l’inverno e le contrade nascoste di un itinerario che il poeta prosegue, pur sapendo che nulla riporta al mare delle origini né «un figlio» a «un padre», ma ogni cosa riconduce alla «madre bambina» attraverso l’immagine di un viso che resta nella memoria dello sguardo, come le sue mani, il suo sorriso, come i «fiori che|traducono in odore» il suo nome sul «balcone» della «piccola casa».

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