Paolo Donini intorno a un libro di Alessandro Niero

Le briciole del canto

su RESIDENZA FITTIZIA

di Alessandro Niero, Marcos y Marcos

Proviamo a osservare la poesia ammettendo che la poesia debba porgersi sullo stesso piano della vita, pena la sua risibilità.
La poesia e la vita sono – sempre – complanari; finché la vita può avanzare una riserva, un’obiezione alla poesia, ebbene questa ancora non esiste e comincia invece a esistere quando la vita non può più nulla contro di lei, quando la vita deve arrendersi alla poesia come alla propria, umana evidenza.
La complanarità di vita e poesia si svolge nel dominio incontrastato dell’impoetico, che sul piano della vita si afferma nella violenza.
L’impoetico violento assottiglia le ragioni e le occasioni della poesia e ritaglia al poeta un’esistenza spodestata, inattuabile.
Tuttavia, se la vita e la poesia non possono essere disgiunte, quale margine di canto spetta a un poeta contemporaneo, costretto alla poesia della propria vita spodestata?

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È necessaria a questo punto una scelta di campo che attende al bivio ogni poeta ponendolo di fronte alla propria vita come ragione umana della propria poesia.
Che fare della vita impoetica e violenta che è tuttavia la ragione umana della poesia? Che farne quando la violenza neppure divampa ma sfrigola banalmente nella sua forma domestica, antieroica, tossica e minimale? Che farne oggi?
Proviamo a indagare cosa ne ha fatto un poeta, Alessandro Niero.

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Sin dal titolo della sua ultima raccolta, Residenza fittizia, Niero anticipa una risposta alle nostre precondizioni circa l’inscindibilità tra poesia e vita. I due termini impiegati sono ossimorici.
Il risiedere, ovvero quanto di più statico e ufficialmente anagrafico, viene associato alla volatilità, all’evanescenza di un aggettivo che trattiene una sfumatura di artificio. Fittizio non è soltanto l’infingimento di qualcosa ma anche e soprattutto l’elezione di quell’infingimento a presunzione di realtà, di fronte agli altri. Ed è suggestivo che in questo titolo il lemma concreto, residenza, soccomba all’aggettivo che subito lo rovescia e dissolve nel suo contrario, in una sincope semantica dalla quale non riuscirà più a riemergere: residenza – fittizia; tanto che al lettore resta in mente la perentorietà non del termine concreto bensì di quello decalcificante e svanente.
Fra il primo termine, anagrafico/edilizio, e il suo aggettivo, nebuloso e antigravitazionale, circola l’aria dell’intera raccolta, aria anche in senso musicale, l’intonazione del canto, del margine di canto che forse resta a un poeta effettivamente contemporaneo, ovvero minato dal proprio tempo.

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Che la poesia non sia più possibile, ci è stato detto più volte. Le esequie della lirica sono state ripetutamente celebrate. Tutto questo è vero quanto inutile, dato che la poesia non esiste, forse non è mai esistita, ma sono esistiti ed esistono tuttora i poeti, creature difficili, disordinate e disobbedienti, capaci di recarsi in pieno giorno nei cimiteri monumentali della critica solo per dissotterrare un’amata spoglia, sfregiare un sepolcro, confidarsi a uno spettro e far vivere, contro ogni ragionevolezza, ciò che a tutti i costi, per il bene d(e)i tutti doveva essere morto – flatus vocis, un filo di canto sulla insopportabile prosa del giorno. E veniamo alla nostra scelta, alla scelta di Niero.

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Smarcandosi assennatamente dai possibili modelli in cui molti poeti inciampano o che devono attraversare per le insondabili ragioni dell’imitazione, Niero, da intellettuale colto e consapevole della grande poesia che ha alle spalle, si affida a due elementi apparentemente in contrasto: la quotidianità, la ferialità dei temi e delle circostanze che nutrono l’occasione poetica, da un lato; l’elezione di un lessico, di costrutti metrici e di uno stile significativamente alti, persino ricercati e talora, quantomeno nel repertorio lessicale, difficili.
La frizione tra questi due elementi produce una scintilla, un barlume che appartiene a un’altra qualità della sua poesia, rara tra i contemporanei: l’ironia. Non si tratta di un’ironia ad effetto, né della ricerca del comico, ma di un sottile distacco da sé a sé quanto da sé agli altri e dall’occasione stessa che si fa teatro di poesia, una sorrisività diffusa per l’intero aggregato del testo, come una brillantezza che l’opacità di fondo non riesce a incorporare, la radiazione di un dire che elettrizza l’istante comune, lo ridesta alla sua racchiusa propensione al significato.
Le peculiarità di questa scelta consiste nell’esercitare sul “basso” del contesto, l’”alto” del milieu: quotidianità, ferialità su cui dirigere con sagacia balistica: cultura, concentrazione, esercizio intellettuale, meta-riflessione, gusto, levità spirituale di cui si intuisce l’esilio nel quotidiano, quell’esistenza spodestata di cui si accennava e che spetta attualmente e forse da sempre ai poeti, e che amiamo azzardare sia appunto la residenza fittizia che intitola il libro.

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Vivere, per un poeta, non è che dis-aderire al mondo. E tuttavia solo la vita nella sua complanarità alla poesia le offre ragioni sufficienti, risparmiandole le ciniche obiezioni e i relativismi acidi che in condizioni comuni di buon senso ne decretano il decesso, l’anacronismo, la fine. Tutto corretto, quanto inutile, essendo i poeti creature capaci di rideterminare il campo d’azione della poesia sulle frequenze vere e inevitabili della vita. La vita che abbiamo. Tu stavi male, mia unica vita… scrive Montale.

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Ed ecco che in questa raccolta di Alessandro Niero trova spazio l’intero catalogo di azioni grigie, impegni corrivi, spostamenti metodici, domestiche corvée che stipano i giorni di tutti e che però nel racconto dei versi non coincidono con l’impoetico di cui sono semmai essi stessi ostaggio, dato che, docili alla cura del poeta, sapranno restituirgli non il canto pieno – e vetusto – ma di certo le sue briciole.
Si potrebbe parlare, accanendosi sul rottame di una definizione, di neo-crepuscolarismo non fosse che la lama di questa dizione è più tagliente e un residuo snobismo, tenuto nel fodero come un vizio consapevole, una nativa ritrosia, sottrae il testo dal ripiegamento sentimentale.
Il lavoro del poeta si compie nel togliere, nel tagliare (Il segno meno), non viene lasciato spazio a una commozione intera bensì a un’artigiana composizione del lutto diurno, della veglia in piena luce su un corpo vivente, perché deambula-opera-incontra, fa tutto quello che c’è da fare, anche le mansioni più schiette (fare la spesa, trasportare un mocho, lavare i piatti), ma non vi aderisce mai e proprio in quel dis-aderire ritrova l’aria perduta – un fischiettio – la
sorrisività che riammette la vita stessa al suo gradino ulteriore, a un’aristocratica incuria che nobilmente la recupera.
Questa condizione esprime la sua generosità laddove si equilibra su uno sfondo potenzialmente tragico: come una contrazione omeopatica della follia, il distacco vale finché resta un esercizio e avverte ai propri piedi la vicinanza della vertigine senza lasciarsene magnetizzare. Del resto, essere poeti è pericoloso.

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Sarà il dialogo (impossibile) con la figlia, nella sezione dedicata a Bea, e l’intangibilità della neve, del bianco che chiude la raccolta a suggellare la riuscita di questo salvataggio del mondo grazie al distacco. Perché l’impronunciabilità del rapporto d’amore come la perfezione della neve, ricontornano il quotidiano delle sue vette fatali, forse per epoca e cultura indicibili, ma non per questo eluse bensì sospinte sullo sfondo.
Io faccio il poeta, pare alludere Niero, e nel farlo so che rovino qualcosa. Tanto che dalle latitudini settimanali delle prassi e delle cure tediose siamo ricondotti a testa alta all’ammissione magnifica. Eterna, di Valery: io sono l’imperfezione del tuo gran diamante, e la poesia torna a porsi sottilmente, inavvertitamente, nei pressi della grandi questioni.
Non fosse che non ce ne eravamo accorti, il poeta ci ha portato fin lì con un semplice biglietto ferroviario.
La poesia non può che giungere alla vita e portala con sé, ovunque essa sia, persino nelle nostre sempre più piccole stanze.

Novembre 2020 Paolo Donini

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