Marco Molinari: la saggezza che abbiamo perduto

Marco Molinari, IL GRANDE SPETTACOLO DI GUARDARE IN ALTO, Ronzani 2020

Costruito per capitoli brevi, questo nuovo libro di Marco Molinari riprende molti temi a lui assai cari, già sviluppati a partire da “La corsa dei mantelli”, l’opera prima del 1985, e successivamente “Madre pianura”, del 2002.

Sono i temi dell’infanzia, dei luoghi abitati, delle persone incontrate; degli altri, fratelli e stranieri nella nostra vita.

Qui leggiamo di corse attraverso i campi per tornare a un luogo, a una casa archetipica in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, desiderio e angoscia.

C’è un tema mentale che sicuramente attraversa la poetica di Marco Molinari, qui addolcito da un canto quasi in corsa, febbrile, fatto di composizioni lunghe che sembrano bruciarsi alla lettura, pronunciate in una specie di ansia, come se il compito di lasciare traccia sulla pagina fosse una questione di vita e di morte. Esplicitamente “odi spezzate”, tempi e luoghi che non si sono compiuti, che hanno lasciato un segno tutto da decifrare.

Si tiene in vita un unico punto

giaciglio di poche cose possedute

e sbircia un taschino vuoto

come uno scrigno che conserva tutto

quello che ha e che ha avuto.

Riandando sulla strada spezzata

con pochi cancelli aperti

pensa al pollone d’acqua

i morti sulla strada e sul lavoro

l’equilibrio sul filo colorato

pensa all’umile giacca

arrivata in salvo sulla giostra

e questo è tutto e cambia il giorno.

p. 39

Canto che si costruisce sulle possibilità perdute, “Oh, le gioie si radunano all’unisono”, p. 43; sulla certezza che nulla conta veramente se non ciò che siamo riusciti a fermare con la nostra personale umanità:

viviamo le nostre giornate

in miseria anime pietrificate

meno di un ladro notturno noi contiamo.

p. 42

Un chiamare in causa i poeti:

E i poeti?

Nulla da impastare, nulla

che sporchi la terra. Pelati

come pesci puliti come giacche

in lavanderia loro si sentono leggeri.

p. 43

E poi i paesaggi: i sapori, gli odori e le visioni che ritornano ad ogni mostrarsi della primavera: tutto si perde e tutto ritorna in nome di una saggezza che abbiamo smarrito:

I prati di Marengo

che circondano la quercia

nel pascolo sono tagliati

di fresco in attesa delle mucche

pezzate che brucano solenni

vicino alla strada. Ci scrutano

mentre passiamo in auto

e in loro intuisco

un profondo pensiero

la saggezza che abbiamo perduto.

p. 47

L’immagine della corsa infranta, potrebbe, insomma, considerarsi una vera intuizione incipitaria nell’opera di Marco Molinari, tema che segna le tappe di un partire e tornare sbucciandosi le ginocchia tra “i prati di Marengo” e l’asfalto delle città.

In questo bellissimo libro, poi, lo sguardo si allarga agli altri; a partire dagli altri che noi stessi siamo stati…

era autunno, credo,

stagione che incupisce

la luce dei vent’anni.

Abbracciati avremmo vinto.

p. 55

avevo confuso

la vita con la poesia.

Di assassinio, di delitto

non diverrò poeta

mi rimangono quei viaggi solitari,

in silenzio, negli scompartimenti

dei treni.

p. 57

…e gli altri che ci attanagliano con la loro caducità:

Tutti questi occhi fissi

che ci guardano e ci giudicano

questi ministri impassibili

che non perdono un passo

in fallo, un piede maldestro

un inciampo, una comica caduta

una fronte segnata da un fil

di ferro, una porta basculante

tirata in testa, una scivolata

da soli, un naso spiaccicato

contro un pilone del telefono.

E non ridono, non muovono

le pupille, non scuotono

le spalle. Perennemente immobili

in attesa del prossimo errore.

p. 79

Il tempo che Molinari ci suggerisce, sembra essere un tempo quantistico in cui il prima e il dopo si confondono, in cui ciò che è stato ritorna e ciò che deve ancora accadere è già stato.

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