Maurizio Casagrande: Siamo mare siamo terra…

Maurizio Casagrande, Ca ‘a scùria, MC 2020

Ciò che maggiormente colpisce nella poesia di Maurizio Casagrande, è l’assoluta assenza di metafore. Queste, piuttosto, vengono introiettate nella logica di un parlare in dialetto che attinge dall’esperienza concreta; da un tono umorale regolato dal variare delle stagioni e del tempo psicologico.

Lo sfondo, dunque, è un milieu geografico chiaramente delimitato, affiorante qua e là in forma di lievi quadri descrittivi di una natura che raramente si mostra in primo piano.

Sono soprattutto le persone, infatti, a mettere in movimento il tarlo della poesia, amici e famigliari, poeti e maestri; presenze ricorrenti da un libro all’altro ad indicare due direzioni: un desiderio di colloquio e di tutela, e una necesità di teatralizzazione dei conflitti attraverso una lingua che ha molto del monologo teatrale.

In questo libro ultimo non si discorre, non ci si esprime nell’attesa del plauso e dell’applauso, o del dissenso, al limite; la parola tagliente di Casagrande assomiglia a un atto di guerra, un fendente d’ascia, un colpo di frusta, insomma, verso gli altri, ma soprattutto verso se stesso. La fustigazione è diretta contro la vanagloria del mondo e i suoi rappresentanti; le ingiustizie, gli egoismi, le ipocrisie. Verso se stesso: i sensi di colpa, gli egoismi, i piccoli vizi, le sconfitte. Mai verso gli amici, veri numi tutelari di queste poesie che molto devono alla loro storia interna – si vedano le puntigliose annotazioni dell’autore nelle note finali – .

E si veda come siano proprio questi amici ad abbracciare il libro in apertura e chiusura, ad indicare percorsi di conoscenza preferenziali, giustificati da una storia in comune.

Questi colpi di frusta, insomma, risultano gesti salutari per certa poesia di maniera, per certi comportamenti poetici di facciata perché, dice il poeta, non si tratta di essere poeti ma uomini veri, in pienezza di giudizio e di cuore e la poesia non può essere tale se non è in grado di rinunciare alla facciata, al trucco sociale.

Loa scelta di scrivere in dialetto, insomma, rappresenta un atto di giustizia, non un’estetica; una necessità di etica, di brutale sincerità, costi quel che costi.

Molte cose ci sarebbero da dire. Ad esempio: il fatto che ogni nuovo libro di Casagrande s’innesta nell’esperienza del libro precedente, ricordandone gli anteposti, quasi a voler battezzare la nuova fatica di una visione poetica più ampia, ma ormai sicuramente matura: ad esempio le ricorrenze tematiche – necessarie per un poeta che, sbattendo le ali come una falena intorno alla luce notturna, sa che la poesia non offre risposte ma può solo ribadire il senso del vuoto che ci circonda.

Si veda, a proposito di queste ricorrenze, il perdurare della figura di Tosca, la madre protagonista del capolavoro di Casagrande, “Dàssea ‘nare”, qui ancora evocata nel bellissimo testo conclusivo. Il tema della malattia, poi, tocca anche il padre, protagonista di uno stesso destino di sopravvissuto, di vittima sacrificale della vita.

La lingua di Casagrande, in tempi di profonde maschere e di abissali ipocrisie, costituisce un viatico di libertà e di verità, una ventata d’aria fresca, una barchetta in balia delle tempeste capace di traghettarci verso I lidi di una urgente necessità della parola. Nudi, con le sole armi delle nostre mani e dei nostri occhi.

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