Giovanni Infelìse sulla poesia di Zara Finzi

Riflessione critica

di Giovanni Infelíse

[su Zara Finzi, Spazio/tempo piatto, Manni 2020]

Tempo non è di dar corso all’oscurità che spopola la vita dell’istante e popola la bocca di lettere deformi, di suoni inudibili, del «lieve dolore come quando al | la bellezza manca qualcosa».

ma sopraggiunge una

vaga inquietudine, un

lieve dolore come quando al

la bellezza manca qualcosa.

i pensieri fuggono dalla testa, si

infrangono contro i muri e un’eco

li fa rimbalzare sulle labbra di chi

ti sta accanto.

la costanza comincia a vacillare

In questo Spazio/tempo piatto di Zara Finzi tempo non è di piegare la seta che ricopre il capo, di dar luce a forme disadorne, di spingere le folle a riaffiorare dal vento come reduci di un pensiero infranto «contro il | muro […] | in un| perfetto di silenzio» che non s’apprende né si dona alla vita, ma unicamente all’affanno, poi alla morte.

smettere di voler riparare il

passato. forse dimenticare

è meglio che ricordare.

forse

la speranza è male. meglio

lanciare i pensieri contro il

muro e guardare come

vanno in pezzi. in un

perfetto di silenzio.

E non v’è figura minore che resista al racconto, alla neve ceduta al sole per un sorso di gioia, a chi ostinato consuma l’unica vela ancora tesa verso la terra tradita che più non ode il mare, il frusciare dolente di foglie accese su alberi incisi dal canto, il tempo che fu della storia e di ciò che si è dimenticato, il tempo degli uomini, tempo che nega, che ama l’illusione di essere nel giusto e non vede l’abisso «come nei giorni che | precedono la bora» e non sa che è già follia «l’indifferenza […] | delle ore, dei giorni inerti | come lente immagini || senza suono».

Non c’è un tempo diverso da quello già noto, tutto è memoria che arde la vita e si fa poesia, si fa racconto di un sogno, di un ‘accidente’ che bussò a sera e ritrasse la mano dubbioso e nel tempo di un respiro sussurrò la pena negando un bacio e un abbraccio, sillabando parole udibili come il suo respiro.

bisogna uscire dal

cerchio se vogliamo vederlo

bisogna catturare

il lato della

coscienza che la dottrina non

può cogliere.

bisogna fare poesia

Parole immediatamente ghermite e qui suggerite in un’incalzante scrittura, versi che non attendono risposte né argomentazioni suasive, che non hanno alcuna pretesa, ma unicamente il piacere di dire liberamente l’istante in cui incontrano una ‘voce’ amica, di dire quel che essi, con naturalezza e attenzione, toccano della realtà intravista.

Quella realtà dalla quale il poeta non può mai derogare né prendere le distanze in nome di una velleitaria quanto insostenibile autoreferenzialità volta unicamente all’esaltazione della ‘forma linguistica’ e non già alla ritmica della poesia quale unica dimora possibile di ogni essenza, di ogni archetipo o contenuto ascrivibile al ruolo di testimone del suo tempo ch’essa da sempre ricopre.

Breve nota biobibliografica tratta dalla raccolta di poesia Spazio/tempo piatto, Manni, 2020.

Zara Finzi, mantovana, vive e opera a Bologna. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato diversi libri di poesia. Con Manni le raccolte La porta della notte (2008); Per gentile concessione (2012); Escluso il ritorno (2016); e Le forme della neve (2018), finalista al Premio Frascati Seccareccia.

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