Giovanni Infelìse sulla poesia di Mara Cini

Equinozio poetico: (Riflessione critica sulla poesia di Mara Cini)

La lettura della poesia di Mara Cini incoraggia con naturalezza l’intelletto a cui rivela una sorta di Lebenswelt, una realtà di cui si percepisce appena la materialità ma che invita, con molta discrezione, a porvisi accanto quasi chiedesse al lettore una partecipazione secondo ciò che le emozioni stabiliscono con le figure che detto mondo evoca rapidamente per poi sostituire a esse l’impronta della loro assenza, dell’interrogazione che suscitano, della coscienza da cui prende avvio «il corpo a corpo dei pensieri» sulle pagine impresso.

l’inattendibile argine
da non sciupare

voci che grattano, respirano

il corpo a corpo dei pensieri

l’inattendibile transito
mai troppo breve
da poter negare

cosa li lega
senza poterlo dire
dire cosa

il verde
schiuma sui campi
due voci
leccano
il timpano destro
stridule
smorzate

alla finestra dell’orecchio
vibra
il gusto del combaciare

(da Corpo a corpo in Dentro fuori casa)

L’analogia che si intravede, in quanto modalità di un linguaggio volto alla realizzazione di un’identità, appare quasi sintetizzabile nell’espressione qui evocata di ‘equinozio poetico’ per indicare cioè l’arco di un tempo vissuto, tra un prima e un dopo, in cui la poesia diventa il punto fermo tra opposti, tra termini solo in apparenza antitetici, ma che mirano a uno stesso fine: l’atto dello scrivere in quanto fatto linguistico oltre che letterario e artistico dedito alla ricerca di quanto è intelligibile o anche solo analogo alla percezione.
È un mondo di recessi accuratamente custoditi e scrupolosamente annotati, di analogie, insomma, che la mente coglie nell’armonia di elementi linguistici in rapporto di identità, ma anche di cose/oggetti costitutivi di un vissuto poetico che ben conosce certa tradizione letteraria, di inizi/indizi, di «livelli di realtà», di ‘istanti’ che dipingono accadimenti, ‘stasimi’ della vita che scandiscono il passaggio da una vicenda all’altra, da una condizione all’altra a una pratica dell’arte a tutto campo giacché l’avvertenza che giace nascosta dall’imprevedibile vento dell’esperienza trova nell’espressione – più volte rintracciata nei versi – di una ‘pluralità’, di un parlare complesso, la sua cifra stilistica singolare.

livelli di realtà due

colora i retaggi
gli orli
i bordi dei caratteri
l’ombra di lettere
l’oggetto che si eclissa nell’anfratto scritto

il filo spinato tra meridiana e clessidra
si piega a ombra

con la lieta brigata del tempo
fugge la quinta stagione
insuperabile a non lasciare segni
e la figura senz’ombra
finisce tra le fenditure di luce
in una obliqua riga di racconto

livelli di realtà tre

il dominio della luna
oltre il contorno di schiuma
del sogno slacciato

un’orda lucente
pressappoco sull’orlo di schiuma
della pista acquosa

un viaggio nei labirinti sonori
dell’orecchio del fiume
nel piedistallo del giorno
all’alba
di un edificio vitreo

(da Livelli di realtà in Anni e altri riti)

È la necessità, forse, di mantenere un àmbito autonomo entro cui far vivere/rivivere il tempo della propria ‘ricerca’ che dia un senso, una direzione all’essere, al non voler essere, al non dover essere semplicemente parola, suono o atto immaginativo, ma silenzio espressivo, abitato, intenso brusio di un profondo legame con la vita, con ogni sua forma e nuance e questo perché «la poesia non si addice alla vita normale, quella di tutti i giorni»1, ma a una realtà in cui lo sguardo coglie il lato primigenio di ogni domanda sull’essenza e sull’esistenza.
Quel che appare visibile è la fatica del riposo, di una quiescenza dello spirito inaccettabile. Questa poesia è espressione di un’inquietudine, di un’aspra dolcezza del sentimento della vita a cui chiede di abbandonarsi per non soccombere alla trascuratezza, all’oscurità di un destino, all’amarezza, al silenzio come alla parola inservibile, per lasciarsi felicemente e liberamente trasportare dal vento come «samara»:

1 Da Non mi chiedete troppo, mi sono perduta in un bosco, intervista [ad Amelia Rosselli] a cura di Sandra Petrignani, sta in A. Rosselli, Una scrittura plurale: saggi e interventi critici, a cura di Francesca Caputo, Novara, Interlinea, 2004, p. 290.

samare

frutti secchi
e
alati
samare
d’olmo
e
d’acero
cadono
in
spirali

immagina
di
cadere
stando a cavallo
di
una samara
con
una sola ala

cadere
dentro
una colonna
d’aria ferma

diverse
samare
cadono
a
velocità differenti
[…]

(da La direzione della sosta)

ma anche dall’oscillazione incoercibile della meraviglia e della scrittura:

«[…] V’è il poeta della saggezza e il poeta della ricerca, v’è il poeta della scoperta, quello del rinnovamento, quello dell’innovamento…».
E tu?
«Della ricerca. E quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive»2.

2 Ibid.

C’è un aspetto di lucida armonia nel linguaggio poetico di Mara Cini che sembra agevolare con lealtà e allegria la partecipazione a un gioco [secondo etimologia dal lat. iŏcus scherzo, burla, poi gioco] che diventa costruzione di un senso partecipato, allusione, evocazione, concatenamento di parole che finiscono per esprimere quel che il pensiero poetico disegna nella mente d’ognuno come luce e buio, come fatica e riposo.
Così

→ sarà
resa verso cosa                       cosa resa verso
sera ←

Tutto si svolge in composizioni di stile contrappuntistico: è la ‘fuga’ la metafora pungente di un andirivieni del senso, la trama di un’azione affidata alla spontaneità del soggetto poetico vissuto come coscienza e autocoscienza, come principio di un sapere da condividere, inizio e fine, giorno e notte, alternanza di voce e silenzio.
Ma è altresì la scomposta compostezza di un’esistenza reale il carattere sostanziale e distintivo delle cose a cui i versi di Mara Cini si ispirano.
Un canto che si fa sussistenza unicamente nel pensiero e nel senso di un segno, di un gesto, di un tempo sospeso, di un ossimoro, nel recto e nel verso di una trasparenza cui si dona, che diventa elogio di un’istanza d’attesa e di libertà assoluta che riafferma nell’atto linguistico, che la parola nutre, quel che resta in piena sintonia col suono della vita, con la sua identità, con la sua voce che è memoria, ‘verso’ o ‘direzione’ del sentimento.

per “l’ottavo giorno”

mentre si riconosce sul muro
si libera dai vestiti
per ritornare
grafite
mentre un uomo attraversa la piazza
vestito da sciatore
salta con l’asta
dorata
mentre si ripiegano i bordi
aderenti alla tela
la incollano a parlare
di figli
mentre il sonno le svela i sospetti
s’arriccia la pelle
dei miti
acquattati
il quadrato l’informe il puntuto
intralciano il liquido d’eros
incantato tra notte e
accademia
mentre è aperto a pagina otto
il vento tra i salici

(da Poesie per amore della pittura in Anni e altri riti)

***

Breve nota biobibliografica tratta dalla raccolta di poesia Dentro fuori casa, Anterem Edizioni, 1995.

«Mara Cini è nata e vive a Lagune di Sasso Marconi, sulle colline bolognesi. Lavora in una biblioteca pubblica. Ha studiato all’Istituto d’arte e al D.A.M.S. di Bologna dove si è laureata in estetica. Si occupa di scrittura nei suoi molteplici aspetti: lineare, visuale, concreto, grafico, chirografico, ecc. Suoi lavori sono apparsi su riviste e antologie italiane e straniere.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Scritture (North Press, 1979), La direzione della sosta (Tam Tam, 1982), Anni e altri riti /Anterem, Premio “Lorenzo Montano”, 1987) e racconti in: Narratori delle riserve a cura di Gianni Celati (Feltrinelli, 1992), Racconta 2 (La Tartaruga, 1993)».

UN’INTERVISTA A MARA CINI

QUI

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