GIUSEPPE CINA’: PENSU A DDU JARDINU…

Giuseppe Cinà, A MACCHIA E U JARDINU, Manni 2020

In una recensione assai recente apparsa su Lunarionuovo, a proposito dell’opera prima di Cinà, Mario Grasso mette in evidenza l’estrema varietà delle parlate dell’isola, unitamente alla “concretezza” e “figuralità” del siciliano. Ma anche due tendenze utilizzate da molti scrittori: una “italianizzazione” del dialetto, per esempio in Giovanni Meli, e un’aderenza alla lingua dialettale nelle sue forme lessicali più più autentiche, si veda, sottolinea Grasso, l’opera di Paolo Maura.

Un esempio è riportato a proposito di un verso di Cinà: “Primavera schinfignusa ri mènnuli liati tardivamenti“ – “tardivamenti” al posto, per esempio, di “ccu attrassu”. Grasso giustifica l’utilizzo di “tardivamenti” in funzione di un’esigenza espressiva e di sonorizzazione del verso.

D’altro canto, dice sempre Grasso, “Giuseppe Cinà (…) recupera e salva una messe di parole che adesso la realtà civile, politica e tecnologica ha destinato alla tomba della storia del vocabolario della lingua siciliana”.

Il quadro, insomma, è ben delineato. Cinà utilizza una lingua estremamente localizzata, il dialetto palermitano parlato fin da piccolo, e “tuttavia, al fine di pervenire a una lingua non troppo connotata sotto il profilo locale, nella composizione dei testi si è voluto dare spazio alla emersione di termini riferibili a diversi contesti storici e territoriali nonché ai livelli espressivi della lingua colta e di quella popolare”, (nota dell’autore).

Queste contaminazioni diventano necessarie se si considerino fenomeni di specializzazione della lingua riferita a contesti di nicchia, ad esempio l’ambiente marinaresco rappresentato nell’opera della poetessa Maria Costa: Armentu ‘i mari: “Traffineri, / cani, / cofineddi, / mattuà, / ‘affi, zappi”: Attrezzi di mare:”Arpioni, / leve, / cestelli, / scalpelli, / gaffe, / zappe”.

Una specificità che si dirama in due sensi creativi: la reinvenzione, perfino il pastiche; il recupero emozionale ed esistenziale, o filologico e politico, rispettivamente in Nino De Vita e Santo Calì.

Questo modo di utilizzare i lemmi comporta certamente una serie di questioni. La più significativa è legata alla quantificazione di un certo grado di memoria, e cioè all’attivazione di un contesto esperenziale effettivamente esperito in cui le parole costituivano il sostrato naturale di un essere pienamente dentro la lingua stessa, e non in contesto posticcio di apprendimento.

E se si analizzano alcune produzioni poetiche fra le più significative degli ultimi anni, si vede come il dialetto dei poeti ruoti intorno a questioni non sempre dichiarate: una lingua rimembrata dalla memoria, (il napoletano filologicamente ricostruito di Annamaria De Pietro, in “Si vuo’ ‘o ciardino“); un essere ancora dentro il dialetto, pienamente a contatto col contesto socioculturale in cui si vive e si scrive: (il rude e materico dialetto di Maurizio Casagrande); una lingua estremamente contaminata dalle intrusioni violente del moderno e pienamente accolta come lingua “altra”, non solo dall’italiano ma dallo stesso dialetto: (si veda l’opera di Salvo Basso); una lingua mancante di lemmi, in parte da ricostruire in pieno possesso di memoria: (Nino De Vita); una lingua da reinventare con un alto tasso di espressività, (Nino Cavasino); infine una lingua in parte perduta nel presente perché in parte non presente nella memoria dell’esperienza.

Tornando al testo di Cinà, si osserva, dunque, una grande varietà lessicale in funzione della descrizione di un contesto naturale di flora e fauna, contesti per i quali occorrono parole specifiche, quasi impossibili da reinventare. Probabilmente Cinà, facendo riferimento “a una lingua non troppo connotata sotto il profilo locale” e all’utilizzo di “termini riferibili a diversi contesti storici e territoriali”, intende indicare un metodo di lavoro basato sulle sabbie mobili di una lingua in parte perduta, sull’immergersi nella memoria dell’infanzia e constatare che mancano parole.

Si veda, dunque, come l’arcadia che Cinà ci descrive, un regno di Orfeo antecedente al dolore, invochi la Memoria come musa, e il Raziocinio come puntello.

“La versione in italiano”, scrive, ” a cura dell’autore, è concepita come una traduzione di servizio, dato che in molti casi non è possibile riportare la pregnanza della versione dialettale. Come tale essa è costruita per essere una traccia per i non siciliani – e i siciliani che non conoscono tutti i vocaboli adoperati”.

Insomma, Cinà mostra un’assoluta coscienza nell’affrontare la scrittura in dialetto, calandola non solo nelle proprie motivazioni di necessità espressiva, ma anche nel contesto di una storia di neodialettalità, forse già a partire da Pasolini che egli cita nelle note conclusive.

Messe da parte queste considerazioni sulla lingua, l’opera prima di Cinà si segnala per la serenità del teatro che egli mette in atto; si potrebbe parlare di poesia pastorale se non fosse che questa non può che calarsi nei sommovimenti del moderno, nella perdita delle culture e delle parlate. Questi paesaggi incontaminati di Sparauli, “un ristretto territorio rurale (…) posto all’interno della Riserva naturale dello Zingaro”, ci indicano un essere dentro al mondo fuori dall’esperienza dell’umano, antecedente le tragedie dei cambiamenti. Il poeta gode di questa natura come uno spettatore di fronte a un quadro, la descrive, suggestivamente, a partire da una notte stellata in cui appaiono nel cielo le Pleiadi, per poi giungere all’attesa delle prime luci, e poi dell’alba, e poi dello sbocciare del fiore di mandorlo “biancorosé”.

Già ne gode in uno stato di gioiosa contemplazione: “Ah, chi bellu chi fu stu lampu / ri vita vìviri, passiggeru alluccutu / mmenzu e biddizzi ru munnu”; (Ah, come è stato bello questo lampo / di vita vivere, passeggero trasognato / in mezzo alla bellezza del mondo), p. 21.

E poi l’avvento del giorno, nel silenzio assoluto. “Tuttu esti, tuttu va”, (Tutto è, tutto va), p. 22: una traduzione poetica, certamente non passeggera, di natura eraclitea, che ben si addice in una situazione in cui l’essere, non cosciente di sé, ha bisogno della parola per conoscersi.

Dopo questo inizio folgorante, il libro si assesta sull’evocazione di situazioni legate al trascolorare di un Tempo signore, al passaggio degli eventi naturali; il tutto nello sfondo, come si diceva, di una natura che ha nomi per ogni cosa. L’idea di un’Arcadia, del resto, è suggerita dallo stesso Cinà:

E tuttu si cuncerta, comu versi latini

r’un cànticu pasturali, cu mari

e cu cielu chi luntano s’abbràzzunu

tra allicchittati esèrciti ri negghi paciusi,

e mi cùntunu un munnu

unni tutti semu re.

p. 32

E tutto si accorda, come semplici versi

di un cantico pastorale, al mare

e al cielo che lontano si abbracciano

tra agghindati eserciti di nuvole paciose,

e mi raccontano un mondo

dove tutti siamo re.

con suggestioni, qua e là, di un racconto morale di animalia e florario.

Inoltre il tema parrebbe svilupparsi anche nell’idea di un azzeramento delle istanze antropologiche di sottomissione e sopraffazione, un luogo “dove tutti siamo re”, una terra in cui i vecchi dei fanno solo da sfondo, hanno perduto la loro funzione sociale riduecendosi a pure forze naturali. Un mondo in cui i colombacci “Un simìnanu e ‘un mètinu”, (Non seminano e non mietono) ma “ràpinu i cancelli ru cielu / e ddu so paraddisu / nni rìciunu l’arti ri vìviri”, (aprono i cancelli del cielo / e dal loro paradiso / ci dicono l’arte di vivere), p. 39.

Un mondo in cui il segreto della palma nana è quello di avere foglie “c’a la basi rinèsciunu fibbrusi / cu vini intramàti una cull’autra, / ca si fannu ràrichi finimenti raccamati / e s’ammugghianu a fustu / cu tutti i marrò ra terra”, (che si fanno radici finemente ricamate / e s’avvolgono a formare il fusto / con tutti i marroni della terra), p. 50.

Un mondo, quindi, capace di nascondere ancora segreti, legami misteriosi da stanare e riportare alla luce, “u misteru svilatu ra Natura”, (il mistero svelato della Natura), p.51.

In questo contesto naturale, irrompe l’uomo, in una scena movimentata e rumorosa in cui

S’allavàncanu scumminati

ri sdirrubbi a libbici, na chianca

ri pècuri muscati e nuviddari

nta ‘n ammassu ri privulazzu allanatu,

cani ri mànnara e campanazzi.

Precipita confusamente

dai dirupi a libeccio, un gregge

di pecore muscate e agnelli

in un ammasso di polvere allanata,

cani pastori e campanacci.

p. 53

Prima che la voce narrativa lasci il posto, nella seconda parte del libro, a Za Rosa, Cinà ci rivela l’aspetto più autobiografico dellal narrazione in un bellissimo testo dal tono elegiaco:

Mi fermu, unn’haiu a circari,

u cunnu chi mi vitti nàsciri è ‘ntornu a mmia;

cci pirìu i pàmpini ri me oràculi,

mi vìu Pinuzzu chi sciala nne primizzi ra vita

e carrìa i panara chini ri frutta

o scaru ri Sarina e ddi l’àutri fìmmini

ca o straventu s’azzànnanu i spaddi gilati.

Ah, patri miu, si putissi virìriti na vota…

Mi fermo, non occorre cercare,

l’utero che mi ha visto nascere è intorno a me;

vi calpesto le foglie dei miei oracoli,

mi vedo Pinuzzu che si gode le primizie della vita

e porta i panieri colmi di frutta

al posto di lavoro di Sarina e delle altre donne

che al vento si consumano le spalle gelate.

Ah, padre mio, se potessi rivederti una volta…

p. 60

dove, vagamentente, i panieri colmi di frutta, in un contesto di gioia di vivere, rimandano a all’immagine di una cornucopia ricolma di doni, di un giovane dio che si aggira spensierato, prima dell’incedere della vita adulta, in una campagna selvaggia e ancestrale: “l’utero che” lo “ha visto nascere”. Dove tutto è qui, “vivi e morti, uomini e alberi”.

Ora, però, è la bambina Rosa a ricordare. E anche in questo caso il clima non cambia. Piuttosto si fa più intimo, assume il tono fiabesco di un piccolo racconto in cui s’illuminano le cose piccole, i piccoli episodi, i luoghi, teatro di minime avventure che, per gli occhi della bambina, diventano epos, mitico accadere in un tempo che non può più ritornare.

E’ proprio in questa dimensione di perdita irrevocabile che l’opera prima di Giuseppe Cinà trova la sua dimensione più autentica e sincera, dentro il racconto di un viaggio nel microcontesto di Sparauli; che, però, è un viaggio nella memoria primordiale del tempo. Di tutto il tempo.

Pensu a ddu jardinu

di muntagna affacciatu a mmari

chi guardava a livanti,

unni fui filici e spinzirata,

picchì dda avìa tuttu,

aria, frutti, gioventù…

Ma poi pensu a li cosi tinti

chi succèrinu di sti tempi, ca mancu sàcciu

si Sparauli c’èsti ancora e m’addannu.

Ma iu ricu, santu Ddiu picchì dùnanu focu

a la muntagna, picchì?

Genti sarbaggi sunnu, vigliacchi!

Ma poi penso alle cose brutte

che succedono oggi, che neanche so

se Sparauli esiste ancora e mi tormento.

Ma io dico, santo Dio perché incendiano

la montagna, perché?

Sono gente selvaggia, vigliacchi!

p. 98

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...