Carmelo Pistillo: E domani? Dove ci rivedremo?

Carmelo Pistillo, POESIA DA CAMERA, Stampa – 2020

Che cos’è la Bellezza?: una domanda che i poeti si sono sempre posti – in maniera programmatica, poi, quelli del Novecento – ma senza trovare una risposta.
Un lacerto di senso è depositato nelle allocuzioni semplici, nella contemplazione della mancanza, nel corteggiamento della malinconia. Sono tutti elementi presenti nell’ultimo libro di Carmelo Pistillo, ai quali egli ne aggiunge due: la teatralizzazione e la musica.
Parlo di teatralizzazione e non di teatro perché, le due donne evocate in queste pagine, un’attrice che “confonde la realtà con la finzione”, l’altra “una ragazza dalla carnalità tragica”, (nota dell’autore), prolungano la finzione del teatro nel grande palcoscenico della vita dove ogni cosa indossa la maschera bifronte di una realtà che si scopre e continuamente si nasconde.
Ed ecco, allora, la voce del poeta apertissimo a cogliere il lampo accecante della rivelazione: ricordi, parusie, depistamenti delle cose naturali, ritorni; ma anche preghiere, formule alchemiche, viaggi. Il senso del dispiegarsi del discorso sta nella ricerca di una parola che si nasconde, che forse non esiste, roccia magmatica che improvvisamente emerge mostrando il suo breve bagliore accecante prima dell’immersione: “La poesia è in ogni bocca che si chiede se è sua quella voce”.

La bellezza è allora
uscire di notte
a cercare bagliori?
O forse è anche più
di questa lacrima
che apre e chiude
la storia del pianto?
Che del mare ci regala una perla,
una sola, rara e perfetta conchiglia?
Una bellezza a rovescio
che sta giù come il canto
d’ingresso
e il canto d’uscita,
un tragitto che ha in sé
ogni curva che rende
meno acerba la vita.
p.100

Ricerca, ci dice il poeta, che affonda le sue ragioni nel dolore della vita, quando la poesia è “imprevista grazia, / o quando ci ricorda / che ogni cosa è in sé povera / e senza merito, / che somiglia a una croce / o al giuramento di una bocca / che difende la propria voce. / O quando, dietro le quinte, prima di farsi parola, / anche l’ultima stella / non sarà più stretta al cielo”, p. 101.
La lingua di Pistillo è aperta alle immagini che si formano per loro stessa volontà. Rincorre, certo, un filo legato alle vicende della propria biografia, ma poi rimane disponibile a cogliere l’avvento del possibile, le sollecitazioni di un viaggio all’indietro sulle tracce del perduto, di un senso che forse è rimasto celato, ancora custodito dallo stesso luogo.
L’altro elemento, quello musicale, non può che riportare a Orfeo, l’Orfeo offeso e dolorante dopo la morte di Euridice che ha investito di malinconia e lutto le cose del mondo. E cioè un Orfeo che non incanta più nessuno ma, piuttosto, che scuote per rianimarlo, il corpo morto del mondo. Canto, però, anche come farmaco dolce, disillusione necessaria.
Le ultime due sezioni del libro sono in effetti dedicate a temi musicali: “La sonata”, e “Quartetto”.
“lo specchio mi riflette / mentre arranco in mezzo / a chi non ha saputo svegliarsi / e cantare”, p. 89; “E può toccare a chiunque / si dibatta davvero nella vita / di cantare lo sgomento / o d’inciampare nella seduzione / di voci diversamente sparse / dopo l’energia del sangue. / Nessun coro può riunire / e dire in chiesa tutte le ferite”, p. 94.
Canto, dunque, come nostalgia, arma spuntata. Strumento, certo – si dice, infatti, che i poeti cantano, non scrivono – ma anche impossibilità del coro. Il poeta canta singolarmente e verso questa “singolarità” conduce gli esseri che gli assomigliano attraverso le armi della visione e del turbamento.

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