L’urgenza della poesia n. 24

24
Remo Pagnanelli

Lari

I

I lari mi si affollano intorno
per darmi conforto. Ma nulla
possono col loro affannoso perorare,
quando tutti vedono che stanno fermi
e addormentati, non divorano
più le offerte e zitti ributtano
il naufragio.

II

I lari bofonchiano,
smistati giù in cantina,
stretti tra l’ovatta delle casse.
E con l’imballaggio partiranno.

LARI

Per chi insegna nella scuola elementare, una delle cose che colpisce di più è il fatto che i bambini mangiano poco. E’ come se non si fidassero del cibo, come se dovessero conoscerlo prima di portarlo alla bocca. Come se si trovassero davanti a un nemico, un estraneo. Come se mangiare fosse una battaglia più che una necessità, una battaglia che a volte sfocia nella peggiore delle sconfitte, l’anoressia, una fobia per la forma fisica, per la forma che assumerà il tuo corpo, per come gli altri ti guarderanno…
E’ sparito il sentimento dell’urgenza e della necessità – devo mangiare perché ho fame – così certi bambini riescono a resistere fino alle 16.30, quando suona la campanella per andare a casa, senza mangiare.
Un’altra cosa che si è persa, e non oso immaginare come funzioni da te, alla scuola media, è il rito della tavola, lo stare insieme rispettando delle regole: un certo modo di conversare, di rispettare il cibo senza giocarci, senza che il maestro mi abbia a richiamare in continuazione a una dignità.
Fare sparecchiare i bambini, poi, è una vera lotta. Dopo il pranzo i tavoli sembrano un campo di battaglia dove si sono consumati orrendi squartamenti.
Quand’ero piccolo, immerso nei gesti degli adulti, lavoratori della terra e lettori a vista del movimento delle nuvole e dei venti, certe azioni rivestivano una sacralità che ormai si è perduta: gesti necessari per rendere prezioso il poco cibo, lodarlo davanti a Dio e agli uomini. Per esempio; spezzare il pane e baciare il coltello prima del taglio, portarlo al petto, custodirlo mentre lievitava nelle bianche e antiche lenzuola…come un figlio da far crescere.
Il cibo non è per sempre, forse ce ne siamo dimenticati tutti, è un nutrimento per sfamarsi e se si perde questo senso primigenio, tutto il resto è pura estetica.
Amo molto l’espressione “un bel piatto di pasta”, perché sottolinea un gesto semplice e primordiale, che appaga perché si ha veramente fame, perché non è il risultato di un’eventualità ma di una necessità.
E che centrano i Lari con questo discorso? I Lari erano divinità domestiche che abitavano le case degli antichi Romani e per i quali c’era sempre un piccolo altare delle offerte riservato ad essi. Avevano il compito di proteggere, di custodire la casa. Erano i parenti morti, gli antenati che continuavano ad abitare la casa in spirito. A loro si offrivano latte e farina, materie semplici, primarie…
Insegno ai bambini, quando sono piccoli, di lasciare un piccolo avanzo di cibo per queste presenze, magari dentro al piatto o qualche briciola sotto il tavolo. A questi antichi Lari do il nome di fate, gnomi, folletti…. E’ un gesto che ho visto fare agli anziani quando ero bambino, senza naturalmente che loro ne comprendessero il significato ma il senso è molto semplice e vuol dire che non tutte le cose sono nostre, che non siamo solo noi ad abitare questo pianeta e che qualcosa dobbiamo, per sacrificio, al mistero che ci abita.
Questo il senso dei Lari: una porta lasciata socchiusa da cui possano passare le presenze che sono state, da nutrire. Cibo non per noi, tutto per noi, ma anche per il mistero che abita il mondo. Per rispetto. Contro lo spreco, il disprezzo.
Per ricordo di quando ne avevamo in sovrabbondanza e per quando non ne avremo a sufficienza: dacci oggi il nostro pane quotidiano…non possiamo più pregare così perché non sentiamo più la necessità di chiederlo questo pane.
E ora leggi la poesia di Remo Pagnanelli, un giovane poeta e critico italiano che decise qualche anno fa, di mettere fine prematuramente alla sua vita.
Le statuette dei Lari vengono messe via, smistate giù in cantina come oggetti senza valore che non servono a nessuno. Nulla più possono col loro affannoso chiedere; parlano, esistono ancora, ma gli altri le vedono ferme, addormentate. Niente e nessuno può esistere veramente se non siamo noi stessi a permettere e credere alla loro esistenza.
Non divorano più le offerte. Nessuno dà loro le offerte. Sono souvenir, vecchi ricordi da riporre in soffitta finché non ci stufiamo e poi li buttiamo via. Come le tue vecchie e giovani cose quando passano di moda e non le vuoi più neanche vedere.
La domanda è: che cosa abbiamo perduto, che cosa stiamo inesorabilmente perdendo? E quando non avremo più nessuno da ringraziare, perché non sentiremo più il bisogno di ringraziare, che cosa ci resterà da fare?

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