L’URGENZA DELLA POESIA N. 23

23
Davide Maria Turoldo

Mia natura

Mia natura è di essere
presente; amare
la realtà che sento: toccare
divenire queste morenti cose
salvarle nel mio gesto
di pietà. Mia tristissima
gioia di questi possedimenti
sempre dispersi, di queste
inesistenze: amore di case
che debbo lasciare, di questa
mia perita città.

NATURA

Proprio ieri, sette maggio 2018, il giorno del compleanno di mia mamma che non c’è più, se n’è andato Ermanno Olmi. Come faccio sempre ormai, tendo a farmi attraversare dalle notizie cattive; per assuefazione al male, per abbassarne l’effetto ostentando indifferenza. Ma oggi ho letto i giornali, pagine intere dedicate a lui, e mi sono commosso.
Perché mi sono commosso? Perché con la scomparsa di certi artisti non se ne va solo la loro opera, che comunque resterà per sempre, nel tempo concesso alla memoria degli uomini, ma se ne va a pezzi l’intera memoria di un mondo fatto di fatica, valori, dolore, come la necessità che infligge un dio.
Come si fa a sentirsi artisti senza un’etica? Come si fa a non ricordarsi più che veniamo dalla dura fatica della terra, della pietra? Come si fa a non ricordare che siamo impastati di terra e fango? Come si fa a non ricordare che non avremo pane senza terra, che non avremo carne e latte senza l’immenso sacrificio dei nostri fratelli animali?
Hai mai provato la strana sensazione di quando un gatto ti riconosce come facente parte della sua famiglia? Quando si struscia, naso contro naso, ti guarda da vicino, ti spinge la testa con tutte le forze del suo cranio, ti dorme letteralmente addosso, senti il suo respiro sopra il tuo come quello di un bambino?
I nostri fratelli animali, la parte più intima della nostra natura, la nostra anima…Animale… senza anima…
Natura. Si dice sempre che bisogna seguire la propria natura, e si dice una cosa grave e importante. Ma che cosa è natura? Queste poesie di Davide Maria Turoldo, un sacerdote poeta che per tutta la vita non ha fatto che evocare il nome di Dio attraverso la sua parola – forse il poeta più vicino alla poetica di Ermanno Olmi – ci dice che la sua natura consiste nell’essere presente:

amare la realtà che sento

Natura è, quindi, seguire, probabilmente senza farsi troppe domande, e questo è un pensiero attualissimo, scandalosamente sfruttato dalla pubblicità per vendere i prodotti delle ditte, sintetizzabile nella formula: segui il tuo istinto, sii libero.
L’inghippo consiste nel fatto che questo istinto ci dovrebbe portare tutti alla gioia, a uno stato di completezza paradisiaca artificiale: guida una bella macchina e questo realizzerà tutti i tuoi desideri di felicità; ora le macchine parlano, ti trovano il parcheggio, ti passano in automatico la telefonata della fidanzata e della mamma, non passerà molto tempo prima che imparino a farti anche il caffè.
Segui, dunque, il tuo istinto, la tua natura; sii felice. Come mai, allora che al mondo, miliardi di persone non hanno neanche di che mangiare e che ogni volta che conti fino a tre muore un bambino di fame? Un’informazione, questa, che una volta aveva grande effetto sui bambini quando li volevi spronare a consumare il loro pranzo con rispetto ma che ora funziona come palliativo per qualche secondo – nessuno è più disposto a credere, visto la grande quantità di cibo disponibile, almeno in occidente, che una persona e meno che un bambino, possa morire di fame per mancanza di cibo! –
Allora, quando senti la formula e l’incitazione – segui il tuo istinto e sii felice – stai attento, perché non tutte le persone al mondo si trovano nelle condizioni di potersi realizzare seguendo un istinto di felicità e pienezza.
Noi leggiamo in questi poeti morti, saldamente legati, per affetti e memorie a un mondo che ormai esiste solo a brandelli, di una realtà fragile che non ha certezze, che non si nutre dell’effetto positivo dei messaggi pubblicitari:

toccare
divenire queste morenti cose
salvarle nel mio gesto
di pietà

Meravigliose parole, utopistiche parole ma ancora necessarie e profetiche. Essere nelle cose e salvarle con la pietà. Salvarle, quindi salvarsi. Salvarsi qui, nella vita, per una vita migliore. Il dopo non ci interessa e se c’è un dopo, in fondo è solo la continuazione di un inferno o di un paradiso che abbiamo vissuto qui. Il dopo è solo una continuazione.
Non ti sembrino tristi queste poesie, lontane dalla tua natura di ragazzo che chiede pienezza e spensieratezza, persino superficialità. La poesia non è una lingua superficiale, non può esserlo per sua natura. La poesia scende dentro le cose, come Orfeo scende nell’ade per liberare la sua Euridice. Scende per amore e risale ferito per sempre. La poesia è ferita, ma questo non vuol dire tristezza perché la poesia è dono e il dono è sempre una freccia nel cuore.
Il poeta è un essere ipersensibile, vede in continuazione immagini che appaiono in forma di simboli, quadri, domande. Vede e deve dire, anche se a volte non le trova le parole per dire. Il poeta è una specie di sonda che si cala nell’acqua delle cose fino al loro fondo. Sente in continuazione la pressione dell’acqua sulla testa. E’ un fuscello in fibrillazione.
Sto scrivendo velocemente queste parole. Sono in un bar, circondato dai rumori della gente; la mano mi fa male, scrivo ancora con la penna, non posso rinunciare a sentire il dolore della mano che pesa sulla penna, come un contadino sulla sua zappa.
Il dolore non è cattivo perché è la sensazione che ti tiene in contatto con le cose del mondo, gli altri, la natura delle cose.

Mia tristissima
gioia di questi possedimenti
sempre dispersi

I poeti non sentono la piena gioia perché sono esseri che scrivono senza maschere. Essere poeti è un po’ come dire addio, dopo aver abbracciato disperatamente. Ogni poeta tiene tutto nel suo sguardo, anche dopo. Quando tu leggi una poesia, ti ritrovi sempre a fare l’esercizio del guardare dopo qualcosa che è stato guardato prima.
Che cosa ha veramente guardato Turoldo? Che cosa lo ha s/mosso a scrivere? La sua città, la sua ferita città. Non ci dice come la vede ma evidentemente la ama, la desidera, è sua. Colpisce e ferisce il suo sguardo.
Questa città è Milano. Non so dirti che vede ma potrei dirti che vedo io, tutti i giorni; di come io l’abbia amata e odiata questa città, di come mi sia maledettamente indifferente e disperatamente intima.

Mia tristissima gioia di questa mia perita città

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