L’URGENZA DELLA POESIA N. 22

22

Alda Merini

I miei poveri versi

I miei poveri versi

non sono belle, millantate parole,

non sono afrodisiaci folli

da ammannire ai potenti

e a chi voglia blandire la sua sete.

I miei poveri versi

sono brandelli di carne

nera disfatta chiusa,

e saltano agli occhi impetuosi;

sono orgogliosa della mia bellezza;

quando l’anima è satura dentro

di amarezza e dolore

diventa incredibilmente bella

e potente soprattutto.

Di questa potenza io sono orgogliosa

ma non d’altre disfatte;

perciò tu che mi leggi

fermo a un tavolino di caffè,

tu che passi le giornate sui libri

a cincischiare la noia

e ti senti maestro di critica,

tendi il tuo arco

al cuore di una donna perduta.

Lì mi raggiungerai in pieno.

*

POVERTA’

Una dichiarazione di povertà.

Perché è importante tenere a mente la parola povertà? Una persona di grande responsabilità disse una volta: i poveri li avrete sempre… frase da epurare dalle nostre coscienze, perché il rischio è l’assuefazione al destino, alla non azione. Tutta la storia dell’umanità tende a un superamento della povertà, a un miglioramento, materiale e spirituale, della storia personale.

Eppure…eppure…i poveri sono ancora qui: sfruttati, arginati come bestie nei recinti; in movimento eterno verso condizioni migliori di vita. Intere masse di poveri si muovono, ancora oggi, causando astio e pietà, fastidio e tenerezza…un sacco di altri sentimenti opposti.

I miei poveri versi

In questo caso la povertà è portata dentro la parola, una parola abbassata fin quasi a toccare l’umiliazione. Può farlo solo un essere umiliato come Alda Merini, prima della fama e della notorietà. Conobbe il manicomio, l’orrore dell’elettroshok, forse fu salvata da una parola povera, abbassata fino a toccare la madre terra: la sua poesia.

Metti in bocca queste parole a una prostituta, a una donna violata, a un padre umiliato, a un bambino abbandonato, a un cristo in croce. Non sentiresti nessuna retorica, nessuna falsità.

Mettile in bocca a un politico, a un uomo potente, a un poeta saccente e ipocrita ed ecco apparire i sepolcri imbiancati che fuori luccicano e dentro sono pieni di ossa e di vermi.

Non sono parole belle, non sono utili a dissetare la sete, perché difficile è scrollarsi di dosso il dolore, l’umiliazione. Sono, piuttosto, brandelli di carne nera, disfatta, chiusa, che ti assalgono gli occhi come le bestie.

L’unica risposta/replica che si può dare a questa poesia non è un commento critico e se tu senti le mie parole come un commento critico, ti prego, brucia questo libro, strappa le sue pagine, buttale al vento, tieni solo la copertina con il titolo, che è un’ intenzione, un proponimento, un progetto. Urgenza, qualcosa che devo fare per essere, pena l’abbassamento della mia intelligenza, della mia sensibilità, del mio orgoglio di uomo.

L’unico modo per leggere queste poesie è sentirsi uomini comuni, anche se non basta. Perché l’essere comune non ti preserva dall’insensibilità, dalla stupidità, dalla cattiveria. Gli uomini comuni non possono mostrare il loro distintivo di normalità pensando di essere migliori degli altri. L’unico modo per leggere veramente bene questa poesia, allora, è tendere l’arco dell’amore e raggiungere il cuore della donna perduta che l’ha scritta. Leggere con amore. Perché l’amore trasforma le parole.

Io non so se è vero, come dice Alda Merini, che quando l’anima è satura dentro di amarezza e dolore, diventa incredibilmente potente. Un’anima sopraffatta si abbruttisce, fa invecchiare precocemente il corpo. Un’anima dolorosa e dolorante è debole, è vulnerabile, è un deserto senza appello, una scena di pietà. Un’anima satura di amarezza e di dolore… non so.

Però è bella, questo sì, è incredibilmente bella. Belli sono persino gli assassini che piangono, perché in quel momento noi non vediamo la loro colpa ma la loro pena.

Belli sono gli occhi dei bambini ammalati, feriti dalla vita, abbandonati persino dal loro dio. Indicibilmente belle sono le anime doloranti, perché splendono, si riflettono ai nostri occhi e noi ci riflettiamo nel loro specchio lucente.

Ci riconosciamo, ricordiamo di averle conosciute o che un giorno abbiamo provato il loro stesso dolore.

Alda Merini dice di essere orgogliosa della sua bellezza perché sa che nessuno potrà mai giudicarla, se non dentro le sue parole. Ma le sue parole, ecco il punto, non sono altre da questa bellezza, non sono valutabili con gli strumenti di una fredda critica. Sono parole che vivono nel mondo, come te e come me, scappate dalle fredde sbarre di un manicomio. Sono parole per sopravvivere al male, alle medicine…lodi di ringraziamento alla propria forza, alla propria storpiata bellezza.

C’è una domanda a cui non so rispondere. Salva, allora, la poesia? E’ medicina? O è il contrario. Siamo noi che dobbiamo salvarla?

Questa è la domanda. Questo è il compito che pone la domanda. Vuol dire essere dentro le ragioni della vera poesia. Che non ci lascia mai soli. E’ insieme. E quando ci lascia, è solo per farci provare la freddezza dell’abbandono, la necessità di ritornare.

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