L’URGENZA DELLA POESIA N. 20

20
Paul Celan

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dì il tuo pensiero.

Parla –
Ma non dividere il sì dal no.
Dà anche senso al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive –
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi dice ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombra, dove?

Sali! A tasto innalzati:
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

CORAGGIO

Paul Celan: il grande poeta del novecento in lingua tedesca. Ma perché diciamo “grande” di certi poeti? Perché grandemente hanno vissuto? O perché, dopo aver visto ciò che gli occhi dei bambini non dovrebbero mai vedere, hanno capito che la parola non può dire tutto? La loro parola, allora, corteggiando la fragilità e l’approssimazione, è diventata grande perché più consapevole.
La storia, in breve: Un padre padrone. La sua terra, la Bucovina settentrionale, viene annessa con forza alla Germania di Hitler. Rimane lì, come in una prigione, già internato. Vede i treni passare diretti ai campi di sterminio, lui stesso è imprigionato diverse volte nei campi di lavoro in Romania.
Perde i genitori: il padre di tifo, la madre fucilata.
Finisce la guerra. Alle persecuzioni dei nazisti si sostituiscono quelle sovietiche.
Esilio. Accuse di plagio. Vita sentimentale complicata. Ricoveri in cliniche psichiatriche. Infine il suicidio.
Cos’altro aggiungere?
Eppure si vive… si vive… La vita non accetta di subire i grimardelli della morte. Si può ancora scrivere dopo Auschwitz? E’ una sua famosa domanda.
Che cosa ci dice questa poesia, ragazzo? Un invito a vivere, a resistere, non come animali ma come esseri pensanti. Malgrado tutto. Fatti non foste a viver come bruti…ricordi? Un verso che è infinitamente più grande del carnevalesco… di doman non c’è certezza…
Ma bisogna leggere bene, fin dai primi versi:

Parla per ultimo

E’ come se dicesse: non metterti in primo piano, altrimenti passi per un esibizionista, un uomo di spettacolo, un politico. E chi, se non Celan, con tutto il suo bagaglio di vita difficile, potrebbe pronunciare parole simili? Il pensiero si accresce dentro prima di esplodere:

Dà senso al tuo pensiero
Non dividere il sì dal no

Non essere prepotente quando parli, non pensare di sapere tutto o pretendere che quello che tu dici sia vero e giusto in assoluto. Dà ombra al tuo pensiero, il dubbio buono, umile. Dà l’ombra che tu ritieni più giusta.

Dagli ombra che basti

Non essere oscuro solo per partito preso. Accetta, piuttosto, quella forma di oscurità che viene dal mistero delle stelle. Anche ciò che diciamo è carne, è voce fatta d’aria che sbatte contro le corde vocali e porta fuori il mistero del nostro cervello.
Si può uccidere e ammazzare anche con le parole, lo sai. Le parole sono armi comunque, non lasciano mai indifferenti. Sono spine.
Devi distinguere subito tra le parole che non dicono niente e le parole che non ti lasciano nell’indifferenza.
Guardati in giro: dopo la morte, l’immensa tragedia della shoà, si rivive. Non ci sono parole per dire GLORIA, TRIONFO, PERDONO. No. Ci sono parole che sono ombre, che si sono vestite di tutto il prima che è stato. Sono le uniche che possano raccontare una forma del Vero.
Guarda come ti lascia solo la Verità. Non sai più cosa dire, ti senti dentro una sensazione di vuoto perché, poi, tutto ricomincia. Senza scuse, senza più ombre… L’ombra, ora, ha assolto al suo compito.
Celan si sente solo, sente dentro di sé tutto questo vuoto immenso del dopo, prova a colmarlo con l’arte della sua poesia ma non gli basta.

Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?

Vuole andarsene, salire, diventare un filo sottile tra le stelle, sondare la causa primordiale. Più fine, quasi altro. Ma non per se stesso, solo per se stesso, ma perché scenda una stella tra acqua e parole errabonde. Forse per chiudere quel cerchio dell’inizio. Parla anche tu, parla per ultimo, dì il tuo pensiero, ragazzo…

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