L’URGENZA DELLA POESIA N. 18

18

Sebastiano Addamo

Fuga di notte

Guardavano il ragazzo

rannicchiato nel silenzio

di due gradini dove un cane

aveva pisciato. Ebbero un

po’ di pena per la bava che

usciva dalla bocca. Non

ci fu altro che il nome

di sottile orrore a bassa

voce sussurrato. Non altro

nello splendore del sole

mattinale.

Aspettarono che l’ambulanza

scappasse con stridore

veloce come la morte.

Riprendendo poi i discorsi

i prezzi del cinema i vestiti

dell’inverno la fuga di notte

nell’amore.

INDIFFERENZA

A chi non è mai capitato, almeno una volta nella vita, di avere assistito a questa scena? A me una volta, qualche anno fa. Certi fatti, non ti sembra scandaloso o immorale se lo dico, servono più a noi stessi, alla nostra crescita che all’altro, perché l’altro, offeso, in pericolo, chiede solo di essere accudito e salvato. Oppure lasciato andare, finalmente in pace.

Quindi: un ragazzo rannicchiato nel silenzio di due gradini dove ha pisciato un cane. Una scena di degradazione, quando il corpo è così stanco che non gli importa più nulla della vita, di ciò che potrebbe ancora essere la vita.

Ciò che colpisce di più, però, è lo sguardo degli altri: – lo guardavano … – .

Si ha l’impressione di uno sguardo assente, indifferente, ma subito dopo si dice che ebbero un po’ di pena per quella bava che usciva dalla bocca.

Fin qui tutto umano, nella logica della pietà, di una qualche forma di compassione animalesca, almeno per reminescenza, della sofferenza che abbiamo visto nel corpo di un fratello, di un genitore, di un amico caro, di un estraneo.

Ma l’invenzione della poesia sta tutta nella pronuncia di un nome:

Non

ci fu altro che il nome

di sottile orrore a bassa

voce sussurrato.

Nient’altro. Solo un nome. Il nome riempie tutta la scena e ci inquieta, ci lascia un po’ interdetti perché non sappiamo a chi appartenga, non sappiamo quale nome pronuncino queste persone. E’ il nome proprio di qualcuno che conoscono personalmente? E’ un nome di inaudito orrore o di pietà? E’ il nome della morte che vedono davanti a loro col corpo rannicchiato e la bava che esce dalla bocca?

Aspettano che arrivi l’ambulanza, che si concluda tutta la scena prima di allontanarsi. Scappano tutte le ambulanze del mondo verso una luce, una speranza di salvezza. Si scioglie, in questa scena, la notte nei primi bagliori lividi dell’alba, ritorna la vita con la sua normalità e le sue banalità. Quel corpo, quel nome erano di impedimento alla vita, la sospendevano nel suo mistero, nella sua sostanza innominabile.

Ora è l’alba, l’orrore e l’angoscia finiscono. E così si possono riprendere i discorsi sui prezzi degli abiti alla moda da indossare, lo smartphone all’ultimo grido, il nuovo tatuaggio con cui marchiarsi la pelle, l’ultimo selfie, la nuova fiamma da conquistare, la storia usa e getta di un’ora, un minuto…

Tutto normale, è giusto così.

Oppure non è giusto proprio per niente, no, dobbiamo fare qualcosa perché tutto questo schifo finisca; perché quel ragazzo con la bava alla bocca potremmo essere noi stessi, il giorno in cui la fortuna ci avrà abbandonato e la conseguenza delle nostre cazzate prenderà il sopravvento.

E che cosa possiamo fare? Che cosa dobbiamo non fare? Chi, come dobbiamo essere, vivere?

Io dico, ragazzo: semplicemente migliori, migliori di noi stessi. Essere oltre, verso un piccolo oltre davanti ai nostri stessi occhi.

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